Tulips

Primavera! Creala dentro di Te

campo di grano 3     Ė primavera! Fuori di sicuro. E dentro di te?

     A volte è sufficiente vedere il sole accecante e sentire il suo torpore sulla pelle che già basta al buon umore. A volte no, perché si è figli prudenti del proverbio antico che dice che una rondine non fa primavera. Vero. Aristotele non è mai banale. Però una rondine che arriva annuncia che ci siamo quasi. Per il buon umore non c’è da strafare: ci sono mille occasioni e motivi per averlo.

L’equinozio di primavera comunque viene, è arrivato: é un evento astronomico retto da una legge collaudata. Di grande valore simbolico per di più. Sì, e hai già capito che si tratta di rinascita.

     Rinascita! Quella della natura è la più appariscente. Dopo il silenzio del letargo invernale torna la voce di tutto ciò che ha vita. Dalla quiete al movimento. Dal freddo ai gradevoli raggi caldi di metà aprile. Risveglio! Ovunque. Oserei dire, tanto generale e vario che anche i sassi sembrano dar cenno di qualche novità. Mi piace l’idea che non ci sia nulla di fermo in questo Universo divino. E tu sei in movimento o stagni ancora nel letargo?

     Ė un ciclo che conosciamo bene quello stagionale dall’inverno alla primavera, ma è piacevole esserne ancora sorpresi. Non essere stanchi di rinascere! Mai. Fa un gran bene alla salute. Ed è così eccitante sentire la vita che ti scorre dentro, luminosa e impetuosa nella sua voglia di innalzarti!

     Non si più stare a guardare da spettatori! No, proprio. Osservare invece sì, da studenti sempre meravigliati e affascinati dal mistero che si svela. Ascolta e ti verrà tracciata la mappa della tua crescita. Niente di più semplice, chiaro ed entusiasmante.

     A primavera si pota, si concima. Si aspetta. Metafora grandiosa del divenire di ogni uomo e donna che camminano nella vita. Nessun anno è mai uguale al precedente, nessun gelo è  forte abbastanza da uccidere. Anche quando pare che sia così, nessuna morte vince mai definitivamente il prodigioso duello con la Vita. Nulla ferma la rinascita del Tutto nelle sue parti. Una parte può restare indietro, assopita nel passato, ma non sarà mai persa. Il presente è il palcoscenico degli eventi. E’ la logica della trasformazione: nulla si crea, nulla si distrugge insegnava il grande chimico. Sì, perché la Vita è energia la cui legge suprema è l’Amore.

     A primavera si pota, si concima e si aspetta. Queste operazioni possono essere fatte anche prima del 21 marzo naturalmente, ma meglio se si cavalca la prima onda del risveglio. Per quanto sia azione di cesoie e seghe, la rimozione di rami secchi o esuberanti è benefica per quel che ne verrà poi. Concimare è offrire un nutrimento adeguato a fiori e frutti di ogni genere e specie.

     E poi aspettare. Lo sai, il miracolo verrà.

     Lo vedi l’insegnamento?

     Poche chiacchiere e percorso limpido. Nessun artificio per una mappa doc tracciata per il tuo compimento. Indicazioni per la tua fioritura. Per la maturazione dei tuoi frutti.

     1. POTARE. Tocca con intelligenza e tatto quei rami che in te sono secchi. Ringraziali per quel che ti hanno dato e toglili senza rimpianto. Scegli anche cosa togliere a vantaggio della forma, della bellezza. Dell’armonia dell’insieme. Decidi cosa vuoi, perché lo vuoi e come lo vuoi: puoi agisci. La potatura è arte. La si impara con pazienza. Non di rado con più di una lacrima. Sarà il primo banco di prova della tua lucidità: resta fiducioso e ne sarai ripagato oltre ogni dire.

     2. CONCIMARE. Non trattenere il tuo grido di affamato: hai bisogno di nutrimento. Te ne servirà un quantità appropriata alla tua fame di vita. Ma cura anche una scelta di qualità: non meriti porcherie. Al contrario, seleziona pensieri positivi e creativi, stati d’animo fatti di fiducia e ottimismo, azioni decise e convinte. Il resto verrà da sé. Alimenta la tua fame di assoluto cogliendo al volo la gioia dell’oggi. Ho già mostrato più volte che è un punto di vista interessante. Oltre che utile ed efficace, naturalmente.

     3. E ADESSO, ASPETTA. Suprema attività, l’attesa. Sono pochi quelli che la esercitano, una rarità i maestri che la insegnano. Eppure essa è la testimonianza della fiducia incrollabile nel risultato. Chi sa attendere ha la chiave di ogni realizzazione personale. Perché sa nel suo cuore che il fiore già c’è. Che il frutto è già maturo. Che la Vita gli ha già elargito tutto.

     La senti la TUA primavera? Ho visto una rondine attraversare i tuoi occhi.

     Abbi fiducia: Ti aspettano grandi cose.

     Con Te. Un abbraccio sempre grande,

     Mauro

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2014-12-03 13.17.34

L’Amore di Francesca!

Amore… che non perdona!

Chi lo direbbe? Eppure è una grande legge. Amor, ch’a nullo amato amar perdona. Infrangerla ci espone a scompensi di varia natura. Lo sgarbo all’Amore può costare davvero caro. È invece oltre ogni immaginazione quel che succede quando la risposta è nel bacio degli amanti!

Francesca, Paolo. Un amore che commuove. Una storia che porta alle lacrime ogni anima gentile. Dante ascolta cosa accadde quel giorno. Lo sappia il mondo cos’ è un amore vero! Cosa può accendersi in un istante!

Una donna che si innamora, un uomo con animo gentile innamorato… i loro dolci sospiri. Cominciò tutto con un libro… Raccontava di Ginevra e di Lancilotto e della passione che li avvolse. Ma quel libro fu… galeotto.

L’amore si accende in un attimo nel cuore grande e nobile e subito la gioia dell’incontro illuminò le loro vite.
Francesca lo ricorda bene quel momento.

“Un giorno noi leggevamo per divertimento di Lancillotto e del suo amore; eravamo soli e ci sentivamo innocenti. Più volte ci attirò lo sguardo quella lettura, e ci fece impallidire; ma solo un punto fu quello che ci sconfisse. Quando leggemmo che la bocca desiderata veniva baciata da quel famoso amante”.
Paolo, che mai sia diviso da me, mi baciò la bocca, tremando in ogni sua parte.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non vi leggemmo oltre”.

Mi inchino a tanta meraviglia! Solo ammirato silenzio!

Una storia. Con un segreto.
Dante lo svela così: Amor, ch’a nullo amato amar perdona!
Sì, l’Amore non tollera che chi è amato non ami a sua volta.

Che Donna fantastica sei stata, Francesca!

Mi inchino a te.

SUL BACIO:

http://www.mauroturrini.it/compi-un-miracolo-con-un-bacio/

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WhatsApp

Dove abiti? In WhatsApp.

Nessun bisogno di presentazione: buona parte del pianeta sa cos’è WhatsApp. Lo usa nei più svariati modi: grandi e piccoli sembrano divertirsi e il mondo è – apparentemente – più unito.

Non che i concorrenti scherzino nell’aver spalancato le porte effervescenti delle chat, ma questa piccola icona verde ha un fascino che ha travolto tanti. Sì, qualcosa di particolare. Oltre il fascino della novità.

Anch’io lo uso e lo saluto piacevolmente come una pietra miliare per soddisfare il bisogno sempre crescente di comunicazione, ossia, come la parola stessa dice, mettere in comune. Sì, fare partecipe qualcuno di qualche informazione. Riguardo a se stessi o ad altri. O ad altro. Diceva Calvino che comunicare è condividere. E qualsiasi cosa condivisa raddoppia il piacere.

Sì, siamo ormai nella vertigine della comunicazione: trasmettere, partecipare, diffondere. E, parola magica, appunto condividere. Sfidando i limiti dello spazio e del tempo, sulla strada dell’appagamento della propria inquietudine.

Condividere qualunque cosa: parole e immagini, video e informazioni di ogni genere. Anche – con licenza – innumerevoli stupidate. A qualunque ora del giorno e della notte. In qualsiasi parte del mondo, in pochi rapidissimi secondi. Grande WhatsApp! Grazie comunque anche quando la condivisione ha qualcosa di poco chiaro, intrigante e nascosto, con risvolti emotivi acuti ed intimi. Oppure attuata con secondi fini, con scivolamenti nelle melme torbide delle umane relazioni, dove sono in agguato inganno, raggiro o semplice ingenuità.

WhatsApp, un amore di chat offerto senza costi a tantissimi uomini e donne! E qualcuno se n’è innamorato perdutamente. Alla domanda: “Scusa, dove abiti?” molti non lo sanno ancora verbalizzare, ma vivono ormai lì. In WhatsApp. Si alzano e cominciano la loro quotidiana avventura comunicativa. E relazionale. E tutto il giorno lì, a volte nascostamente al lavoro o a scuola, altre spudoratamente ovunque. Altre ancora con il brivido della curiosità e del proibito.

Ampia o stretta che sia, la ragnatela di contatti si intesse nel corso del giorno. Naturalmente ci sono gli interlocutori privilegiati, sui quali si inserisce sempre qualcun altro per ragioni professionali, familiari o amicali. O semplicemente perché ti vedono on line, o sanno che ci stai volentieri a fare due chiacchiere scritte. E ti perdi mezza mattina in cosucce. Una parte di pomeriggio in ciò che – stringi stingi – non merita più di 5 muniti. Non sempre e non per tutti, il regno dei whatsappisiti è la sera o la notte.

Puoi sapere se il tuo messaggio è stato letto oppure no e da quanto tempo il tuo contatto non accede… Insomma un gioco anche di controllo, soprattutto quando si tratta di figli, mariti o mogli, amanti di vario livello, flirt sovente solo virtuali.

La discriminante nell’uso degli strumenti è la semplice e limpida consapevolezza della loro utilità. Tutti conosciamo il naturale scopo di una matita. Può diventare fatale se infissa invece inopportunamente con violenza in un occhio.

Caro WhatsApp, voglio ringraziarti perché ci sei. Grazie per quel mi hai permesso di comunicare e delle parole, delle immagini bellissime e delle emozioni che ho potuto ricevere attraverso di te.

Ma sappi che per apprezzarti meglio, ti prendo a piccole dosi. Soprattutto non permetterò che il tuo uso inconsapevole mi porti ad abitare da te. Grazie. Io al momento preferisco abitare… da me.

I pochi amici e le pochissime persone veramente care, compresa l’unica che conta davvero tanto nella tua vita… incontrali dal vivo. Scegli il tempo per loro. Sentirai l’energia che ti avvolge: nei legami più profondi sono assenti nodi e corde, eppure nessuno può scioglierli. Che bello!

Se puoi parlare direttamente con chi è parte del tuo cuore, fallo: pur nel rispetto che mai deve mancare, cerca il contatto fisico. Abbraccia, accarezza, guarda, bacia. Se per qualche tempo non è possibile respirarsi … parla al telefono.

Qualche mese fa non era così. I miei contatti giornalieri di WhatsApp era raro che fossero più di uno. A volte potevo trascorrere anche tre giorni senza l’avviso di un messaggio arrivato o senza il bisogno di raggiungere qualcuno. Poi in poche settimane una vera escalation. Mi si diceva… per comodità. Gli sms costano. Le telefonate pure e spesso sono imbarazzanti.

In realtà l’impressione è che stesse affermandosi una nuova forma di narcosi. Un nuovo oppiaceo per addormentare la quotidianità ordinaria (o faticosa o noiosa o tante altre cose che ciascuno può sapere). Così piace sentire il tepore di essere in contatto con qualcuno. Non essere soli. Qualche parola lusinghiera, un po’ di virtualità alla mancanza di coraggio di una vita relazionale da vivere… fisicamente.
Un’opinione, naturalmente.

Canto di chimera quel brusio continuo dall’alba al tramonto e poi di nuovo all’alba, con i telefoni in carica per non perdesi nulla, magari neanche nella notte. Lo scenario è però quello noto… il timore del silenzio. Di vedersi dentro. Di stare in compagnia di se stessi.
Mi piace la tecnologia e in essa vedo l’ingegno umano. Ma per certi versi sono un uomo all’antica e uno dei miei maestri è stato Pitagora. Diceva così:

Uomo che ami Parlare molto:
Ascolta e diventerai simile al saggio.
L’inizio della saggezza è il Silenzio.

E vale anche per le donne naturalmente ricordare che aprendo gli occhi si impara più che aprendo la bocca.
Così io ho fatto la mia scelta. Alle 22, spengo il telefono. Se non fosse per ragioni professionali e di responsabilità lo farei anche prima. Ma bene così.

Caro WhatsApp, ti voglio bene per quel che di nobile comunicazione permetti nel mondo. Hai un grande forza. Perfino i tratti ammalianti di una meretrice cui è difficile resistere.

Ma io non abito da te. Sto molto bene con me.

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Mauro Turrini.

Nato il 7 gennaio.

1958. Giorno gelido quel martedì 7 gennaio.

I miei primi 57 anni sono stati belli. Felice di averli vissuti così.

Non avrei potuto viverli altrimenti. Sono stati i miei.

Sono l’unico e totale responsabile di ogni mio istante.

Di tutti gli istanti. Infiniti, eppure Nulla.

Ora sono avvolti nel Vuoto divino dove tutto è luce.

Grazie, giorni fatati, che mi avete portato qui su ali d’aquila.

Figli della Conoscenza di ieri, inchinatevi oggi al Mistero!

 

I prossimi 57 saranno meravigliosi. Oltre ogni immaginazione.

Perché è destino così. Nella consapevolezza del Sì.

Nell’incontro che avvolge di Luce

Da innamorato dell’Amore.

In fondo all’anima. Nel Noi divino.

Dove tutto si può.

Ora.

Estasi.

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005

Credi che sarà felice quest’Anno Nuovo?

Nel periodo di Natale e  di Capodanno si vivono momenti unici nell’anno. Perché le persone hanno qualcosa che non hanno in altri momenti. O forse sì, ma nei giorni della luce nuova e del nuovo gennaio si esprime di più e meglio lo stato d’animo della speranza. Sentimento umano che accomuna nella fiducia che tutto andrà meglio.

E si assistono a siparietti inediti e simpatici tra le bancarelle o si rivivono scene lette in qualche libro molti anni prima. Comunque sia, è istruttivo per ogni mente aperta ascoltare le persone che comunicano le loro speranze. Le speranze racchiuse nel loro cuore, fatte di parole che portano a riflessione. Parole attraversate spesso dal desiderio di un po’ calore nel gelo di pensieri infreddoliti dalla sfiducia.

Su un banchetto fatto di cavalletti e assi ricoperte di un panno rosso vivo, erano disposti attraversati ad arte da strenne dorate decine di calendari di ogni dimensione e prezzo. Un signore già brizzolato con cappello e sciarpa e dalla voce squillante richiamava l’attenzione dei passanti:
“Calendari, calendari per il nuovo anno.  Lunari e calendari nuovi”. Mi sono ricordato di un dialogo avvenuto in circostanze simili parecchi anni fa tra un venditore e un passante. Accadde più o meno questo:

Vend. : Non ha bisogno, signore, di un calendario?
Pass. : Sono i calendari per l’anno nuovo?
Vend. :  Sì, signore.
Pass. : Lei crede che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend. : O, caro signore, sì, certo.
Pass. : Come quest’anno passato?
Vend. : Di più. Molto di più.
Pass. : Come quello prima allora?
Vend. : Di più anche di quello, certamente.
Pass. : Ma come qual altro? Non le piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi ultimi?
Vend. : Per la carità, non ne parliamo neppure. Non vorrei proprio.
Pass. : Posso chiederle quanti  anni nuovi sono passati da quando vende calendari?
Vend.:  Non saprei dirle di preciso, ma penso che saranno più o meno vent’anni.
Pass. : A quale di questi vent’anni vorrebbe che somigliasse l’anno venturo?
Vend. : Io? Non saprei.
Pass. : Non si ricorda di nessun anno in particolare, che le  sembri essere stato felice?
Vend. : Se vuole che sia sincero, no.
Pass. : Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend. : Ah, beh sì, questo si sa.
Pass. : Voglio farle una domanda: non tornerebbe lei a vivere questi ultimi vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando tutto dalla nascita?
Vend. : Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse farlo.
Pass. : Ma anche se avesse a rifare la vita che ha fatto, né più né meno con tutti i piaceri e i dispiaceri che ha avuto?
Vend. : No, no, questo non lo vorrei proprio.
Pass. : Non capisco. E che altra vita vorrebbe rifare allora? La vita che ho fatta io o quella di un ricco o di chi altro? O non crede che sia io che un ricco e chiunque altro risponderebbe proprio come lei? E che nessuno vorrebbe tornare indietro a fare la stessa vita che ha fatto?
Vend. : Lo credo proprio.
Pass. : Neanche lei tornerebbe indietro a questa condizione, non potendo naturalmente fare in altro modo?
Vend. : No, caro signore. No davvero, non tornerei proprio indietro.
Pass. : Ma allora che vita vorrebbe lei?
Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senza altre condizioni.
Pass. : Dunque una vita a caso, senza sapere niente in anticipo, così come non si sa niente dell’anno nuovo?
Vend. : Appunto.
Pass. : E quel che vorrei anch’io  se potessi rivivere. E così tutti.
Però da questo capisco che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno ritiene che fino ad ora sia stato più o di maggior peso il male che gli è toccato che il bene: con la condizione di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere.
Quella vita che diciamo essere una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma quella futura.
Ma con il nuovo anno, il caso incomincerà a trattar bene lei e me e tutti gli altri, e comincerà per tutti una vita felice. Non è vero?
Vend. : Speriamo.
Pass. : Allora mi mostri il calendario più bello che ha.
Vend. : Eccolo, caro signore. Questo costa settanta euro.
Pass. : Ecco a lei i settanta euro.
Vend. : Grazie infinite e a rivederla. Calendari, calendari nuovi. Calendari per il Nuovo Anno.

Avrai riconosciuto qui, pur con qualche adattamento, quel racconto di Giacomo Leopardi che abbiamo letto da ragazzi a scuola. Forse allora pensavamo che fosse un’altra pagina di un pessimismo che ci piaceva poco. Oggi possiamo vederci qualche insegnamento utile alla nostra crescita. Alla crescita della nostra consapevolezza riguardo alla Vita.

Due uomini e un calendario. Un nuovo anno. Domande. Tu risponderesti allo stesso modo?

Domande sulla vita. E come sempre un vortice di emozioni tra passato e futuro. Tra quel che non si vuole più e quel che si spera. Tra una storia da non ripetere e un nuovo scenario di felicità sperata. Illusione? Dipende da te. Tutto dipende da te. Davanti a questo dialogo dovrai fare le tue scelte.
Io mi sono posto tre serie di domande… pratiche. Le pongo a te, fiducioso che possano esserti di aiuto.

1. Cosa credi del tuo passato? Pensi che non sia stata bella la tua vita fino ad ora? Più male che bene? In ogni caso da non rivivere? Le risposte che darai saranno importanti per la tua crescita. La rabbia ti frenerà, il perdono ti porterà in alto. In ogni caso, sappi che è stata la TUA vita. Ringrazia tutti gli anni che hai vissuto. Amali per quel che ti hanno dato.

2. Cosa ti aspetti dal futuro? Continui ad avere la speranza vaga e confusa che le cose andranno meglio? Stesso film degli anni precedenti a raccontarti illusioni? Ricorda che crescerai se il futuro non sarà la riedizione camuffata del già accaduto e sceglierai l’assunzione della responsabilità sui tuoi atteggiamenti mentali, adesso. Sii consapevole che il futuro non esiste. Comunque non ancora. Scegli il presente.

3. Da dove pensi di cominciare? Da dove vuoi far iniziare il nuovo corso della tua vita? Hai una pluralità di scelte naturalmente, ma scegliere quella prioritaria ti renderà più agevole l’avvio. E il seguito del cammino. Perché non cominci da te? Riparti da te: mi pare una buona idea.

E per il calendario puoi spendere quanto vuoi. Uno bello fa effetto.

Io ne ho scelto uno con un giorno solo.

Mi piace ricordarmi che esiste solo il Presente.

Un abbraccio.

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Natale: una data, un simbolo? Una luce nuova nel cuore.

Ci sono tradizioni che appartengono ai nostri sentimenti. Sono nel ritmo del respiro delle nostre anime. Sono le abitudini che ripetiamo nel ciclo annuale delle stagioni e che ci fanno arrivare a dicembre quando la fine di un anno che se ne va si accompagna alla novità dei regali che ci sorridono. Ma il regalo più atteso non giunge quasi mai. Non cambiamo dentro. Restiamo chi siamo stati.

Capita anche a te di sentire che un nuovo Natale è un’abitudine diversa dalle altre? Senti anche tu come me che non è questione di essere “più buoni” ma di “diventare se stessi”? Sì, finalmente l’uomo o la donna che vogliamo essere.

Non è tanto importate che tu sia religioso o meno, credente in qualcosa o in Qualcuno di cui senti la presenza nella tua vita. Conta poco, a me pare, un’etichetta di appartenenza. In questi giorni non si festeggia un bambino che nasce. Si celebra l’Umanità che si illumina.

Non è importante una data in sé. Conta ciò che rappresenta. In ogni caso, il 25 dicembre non è il compleanno di Gesù di Nazareth che è nato sempre e sempre vive. Il Natale è una festa di luce che travalica ogni religione. È la celebrazione che accoglie il solstizio d’inverno: esultano gli animi al giorno che vince la notte. La luce inizia la sua risalita e rende il buio meno lungo.
Chi credeva nel Cristo di Dio vide che il bambinello della mangiatoia di Betlemme era la luce del mondo, quella che eleva alla gioia della verità. Si celebrava il Parola fatta carne e il nuovo corso dell’Umanità: il 25 dicembre divenne la data della Festa della Luce. Che si rallegrino gli occhi con l’Albero o con il Presepe o con altri addobbi di fiori e frutti, questo giorno è come un canto. Sì, quello dell’Umanità che si apre alla luce. La luce degli astri. E quella negli occhi. E quella della mente e del cuore che accolgono la novità.

Quella luce che trasformò nell’intimo il Sig. Scrooge! In una notte. Notte di cambiamento. Intimo e profondo.
È toccante questo racconto di Charles Dickens! Se già non lo conosci, ti riporto qui  rapidamente una sintesi di questo Canto di Natale che mi è piaciuta. Il protagonista è il Sig. Scrooge, un ricco e avaro finanziere di Londra, tirchio al punto da non spendere nulla nemmeno per sé. Egli rimprovera Dio stesso per aver creato il riposo domenicale che intralcia il commercio e il guadagno: per lui il Natale è una perdita di tempo.

…Quest’uomo è talmente infastidito dalle festività che costringe il suo umile impiegato, al quale dà uno stipendio da fame, a presentarsi al lavoro anche il giorno prima di Natale. Per strada risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri, incluso l’affettuoso nipote  che invano lo prega di pranzare con la sua famiglia. Sembra proprio che l’unica compagnia che conti per Scrooge sia quella della sua cassaforte. E infatti per questo suo accanito interessamento ai soldi è una persona poco amata da tutti i cittadini.

Ma accade qualcosa di imprevisto. La sera della vigilia di Natale, mentre sta rincasando, gli sembra di intravedere specchiato nel battiporta del portone il volto del suo defunto socio in affari, Jacob Marley, morto sette anni prima. Una visione che lo turba profondamente.
Rinchiusosi nella sua vecchia casa, comincia a percepire dei rumori strani: ora quello di un carro funebre che si trascina invisibile sulle scale avvolte nel buio, ora un rumore di catene nella cantina, infine vede oscillare da sola una campanella collegata alla deserta camera antistante, trascinando tutte le altre della casa in un suono assordante e spaventoso.

A questo punto si apre una porta, e compare il fantasma di Marley! Una visione tremenda, tanto più terrificante in quanto, scoperte le bende per mostrare il volto, cade la mascella dal viso. Intorno alla vita, una catena forgiata di lucchetti, timbri, assegni, e tutto quel materiale che, secondo l’ammissione di Marley, lo ha distolto dal fare del bene agli altri accumulando denaro tutto per sé: il rimpianto per aver vissuto chiuso nel proprio egoismo lontano dalle persone che amava e che lo amavano costituisce la sua pena eterna, una dannazione che lo costringe a vagare per il mondo senza potere vedere la luce divina.
Il solo sollievo è ammonire Scrooge, perché la catena che si sta forgiando è ben più lunga e pesante della sua. Se andrà avanti così, anche lui subirà la stessa sorte: Marley gli annuncia allora la visita imminente di tre spiriti: uno che incarna i Natali passati, un altro quello presente e l’ultimo il Natale futuro.

1. Un fantasma circondato da una corona di luce che si sprigiona dal capo, facendolo assomigliare a una candela e con in mano un cappello in forma di spegnitoio, lo riporta indietro nel passato a rivisitare la propria infanzia dimenticata: in una scena è bambino sui banchi di scuola, mandato a studiare in collegio dal padre, che lo ha voluto allontanare dalla famiglia: era solo, triste, senza amici, studia in un’aula buia. In un’altra scena, qualche tempo più tardi arriva la sua sorellina, tornata per riportarlo a casa, dopo avere convinto il padre a riprenderlo in famiglia.

È un momento felice, un abbraccio tra i due, stretti da un affetto immenso, con il giovane Scrooge che salta di gioia: è il momento in cui le ruvide labbra del vecchio Scrooge abbozzano un sorriso. Qualche anno dopo è ammesso a fare l’apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Sig. Fezziwig.

Anche qui è Natale, ma Fezziwig fa chiudere l’ufficio prima del tempo e invita i ragazzi a seguirlo a casa sua dove fa una festa sontuosa: nelle piccole follie natalizie dell’allegra compagnia cadono le differenze di classe, si canta e gioca tutti quanti, bambini, giovani e anziani. Fezziwig e la moglie sono degli anfitrioni imbattibili, scherzano e fanno i pagliacci.

Durante il ballo Scrooge conosce Belle, quella che diventerà la sua ragazza. Le promette di sposarla: ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo e il suo cuore diventerà sempre più arido. Scrooge grida davanti alla visione di se stesso in preda all’egoismo, sa che sta commettendo l’errore fatale della sua vita e implora l’ombra del giovane Ebenezer di non lasciarla, di correrle dietro, ma invano: il suo alter ego non lo può udire.

Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. Molto più tardi, Scrooge assiste a una cena di Natale: riconosce la sua ex ragazza ormai sposata da anni, con tanti figli, povera ma felice. Fa un sarcastico commento su Scrooge al marito. È appena arrivata la notizia che Marley è abbandonato sul letto di morte, neanche il suo amico è lì per confortarlo. Preso dal rimorso, Scrooge schiaccia il copricapo sulla testa del fantasma fino a farlo scomparire: ma la luce chiusa nel cappello inonda tutto il pavimento come un diluvio terrorizzando il vecchio.

2. Il fantasma del Natale Attuale. Scrooge si trova improvvisamente nella sua camera da letto e dorme fino alla notte seguente.
Dopo essersi destato, incontra il secondo spirito, quello del Natale Presente, che appare come un uomo di dimensioni enormi. Questo spettro conduce Scrooge dalla famiglia del suo dipendente Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale: sono tutti felici anche il piccolo e storpio Tiny Tim sebbene vivano in condizioni misere.

Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale: un gruppo di minatori che intonano un canto di Natale attorno a un focolare, due guardiani di un faro che brindando e cantando sempre attorno a un fuoco si scambiano un Buon Natale e dei marinai su un bastimento in mezzo all’oceano che si scambiano gli auguri e che dedicano un pensiero ai loro cari. Scrooge è molto stupito da ciò che ha appena visto.
Infine Scrooge e lo spettro sono nella casa di Fred, nipote di Scrooge, che sta passando il Natale in allegria con i suoi amici. Fred deride suo zio perché egli insinua che il Natale sia una fesseria. Lo spettro a questo punto si congeda e Scrooge si ritrova ancora nella sua stanza da letto.

3. Il terzo spirito, quello del Natale Futuro, si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Invano Scrooge chiede che parli, la figura è silenziosa, e lo guida solo con un dito.
Siamo ancora a Londra, e Scrooge assiste a diverse scene il cui argomento è la morte di un vecchio tirchio, deriso da tutti. Due banchieri della city parlano del suo prossimo funerale: mentre uno afferma di andarvi per puro dovere, l’altro, schernendo la tirchieria del defunto, è interessato soltanto a rifarsi a sue spese con la cena gratis del funerale.

Un povero padre che era debitore al vecchio non nasconde alla famiglia il sollievo per la sua morte perché a chiunque saranno trasferiti i debiti, il futuro creditore sarà sempre più buono di lui. In un negozio di rigattiere, i servi del defunto si dividono tutto quello che hanno potuto rubare in casa sua, incluse le tende del baldacchino che ne proteggevano il corpo e la camicia sottratta dal suo abito funebre: l’ammontare totale è venduto al rigattiere tra le risate di tutti.

Intanto un profondo dolore ha colpito la famiglia del suo dipendente Bob Cratchit: Tiny Tim è morto di stenti. È lutto profondo, dolore immenso.
Scrooge vorrebbe sapere chi è il vecchio tanto odiato da tutti, ma quando il fantasma lo porta davanti al capezzale non osa scoprire il lenzuolo che ne ricopre interamente la salma. Scrooge vede che la sua casa è stata venduta, e pure la sua ditta, vorrebbe entrare, ma il fantasma indica invece un’altra direzione: Scrooge entra nel cimitero, dove la mano dello spettro indica una lapide con scritto Ebenezer Scrooge. Il pentimento è completo, il messaggio è andato fino in fondo al cuore di Scrooge.

Ed ecco il cambiamento. Scrooge si ritrova nel suo letto e scopre che è mattina presto, il Natale ha fatto il suo ingresso, glielo conferma un ragazzo che passa sotto la sua finestra. Forte della lezione ricevuta manda il ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e trova la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Natale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita. Passava per le strade e gridava sorridente: “Buon Natale! Sono cambiato”! E ripeteva ad ognuno: “Sono cambiato! Buon Natale”.

La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo del suo dipendente Bob Cratchit che si presenta in ritardo e ancora ignaro del cambiamento del suo datore di lavoro, in un primo momento lo prende per pazzo ma Scrooge lo tratta da quel momento da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e le vacanze tanto meritate scusandosi con lui. Si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, che guarisce. Con i Cratchit si instaura un profondo legame di amicizia.
Da allora Scrooge diventa una persona molto amata, e trova finalmente la pace dell’anima...

Né tu, né io siamo probabilmente aridi come il Sig. Scrooge. Non ho la visita di fantasmi che mi inquietano, ma sono grato a tutto ciò che mi racconta che posso cambiare. Che posso cambiare ancora. Che posso cambiare sempre. E che tutto può accadere in una notte. Voglio sentire che il passato se ne va senza rimorsi e senza rimpianti, che il futuro non mi inquieta né mi spaventa.
Voglio che questo giorno di luce segni un nuovo passo nell’amore. Nell’Amore quello grande. Lo desidero per me e lo auguro di tutto cuore anche a te.

Buon Natale! Sono cambiato!

E che possiamo dire insieme con gioia: ci ha cambiato l’Amore!

Un abbraccio grande. Luminoso.

Mauro.

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O troveremo una strada o ne apriremo una!

Parola di condottiero! Parola di Annibale, il Cartaginese.

Quanto ho gioito quando ho letto questa espressione! Che potenza in una frase!

    Più di tutto, il fascino del cuore impavido!

Ed proprio quel che a noi manca qualche volta. Troppe volte. Forse fino ad ora sempre.

   Diventare condottieri di noi stessi! Ecco il nostro obiettivo.

 

   Due i passaggi che mi sembrano fondamentali, due i verbi su cui concentrarci:

   1. Cercare. Sì, perché fa parte della nostra natura non rassegnarci agli ostacoli. Possono essere rimossi. O aggirati.

Ma serve ricerca, voglia di esplorare. Perché interssa solo la soluzione, perché non ci accontentiamo della mediocrità.

Ci vuole pazienza. Perché il risultato non è mai scontato e non ha alcun rapporto con il tempo impiegato nell’indagine.

Malgrado lo zelo, può non esserci quel che fa il caso nostro. Ecco allora giunto il momento di osare.

 

    2. Aprire. Significa diventare pionieri e avventurarsi nella novità. Osare è lo sguardo sull’ignoto.

La vittoria sulla resistenza  a desistere. Ad accontentarsi. A trovare giustificazioni alla rinuncia.

Osare è andare avanti confidando solo del proprio intutito e del proprio coraggio. Spesso dissuasi dagli amici stessi.

Senza neppure avere una chiave. Senza che si veda farsi avanti una porta.

 

   Cercare. Aprire.

La logica di una vita che veramente merita di essere vissuta.

Cercare e aprire sono innanzitutto un atteggiamento mentale. Una conquista quotidiana raggiunta solo dopo grande impegno e costanza.

Ma di soddisfazione somma.

    Beh, è ciò che auspico per me ogni giorno e che spero possa avere un qualche avalore anche per Te.

Ti auguro che queste pagine tengano alta la tua motivazione a non stancarti di cercare la Tua strada.

Quella che porta a Te. Oppure…

… oppure la determinazione per crearla. Sì, una strada nuova!

La Tua strada! Coraggio è tempo di osare.

    Diceva Benjamin Mee, “Sai, a volte tutto ciò di cui hai bisogno sono venti secondi di coraggio folle. Letteralmente venti secondi di audacia imbarazzante”.

    Venti secondi non sono tanti.

    Sono la nostra chiave di accesso alla Vita che non conosciamo.

 

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Ridere - ridere - ridere

Successo: ti stiamo cercando. Sei tu il nostro grande amore?

Inutile stare a girarci attorno, tutti stiamo cercando da più o meno tempo questo grande amore che chiamiamo… SUCCESSO. Lo cerchiamo quasi come si cerca il grande amore della propria vita. Non so tu, ma in certi momenti a me appariva come l’ambizione a raggiungere qualcosa di indeterminato, ma comunque bello. Sai, succede di perdere la testa per il successo. Di fare stramberie. Quando non vere e proprie stupidate.

Non so a te, ma a me  succedeva un po’ quello che diceva in una recente intervista un illustre personaggio di grande cultura e scienza dall’alto dei suoi meravigliosi 97 anni: “La maggior parte  delle persone non sa dove va, ma ci sta andando di corsa”.

Perché cerchiamo il successo? Perché pensiamo di non averlo. Sembra evidente, eppure non consideriamo per nulla il fatto di averlo già. Mi son visto a volte inquieto corridore in una maratona che non sapevo dove avrebbe avuto fine. Lo so, è situazione di tanti e infatti mi sono sempre sentito in buona compagnia. Quella di inconsapevoli ricercatori di un successo tanto intrigante quanto vago: il più delle volte un grande amore senza né volto né nome.

Allora diciamolo apertamente: anche tu come me e tanti altri siamo ammaliati dal successo, inebriati dal suo profumo. In apnea solo al suo pensiero, sconquassati da tachicardie improvvise, sbattuti da sobbalzi ormonali non sempre controllabili.  E sia, nulla di grave. Anche nella tua testa il successo è il punto di arrivo al quale pensi? Con un po’ di ossessione, magari? Condita da qualche piccolo nervosismo quotidiano?

E bada, poco importa come tu lo intenda il successo. Forse lo chiami ricchezza, ottima salute, indipendenza economica, performances sessuali, affari brillanti, fama, affermazione professionale, serenità famigliare, titoli e riconoscimenti. O come riassunto di tutto: ogni cosa che ai tuoi occhi rappresenta la felicità. Può avere tanti nomi e tanti volti il successo.

Sicuro. Ma forse è necessario introdurre un punto di vista diverso affinché il successo sia visto meno come stressante conquista di qualcosa che non abbiamo e più come un nuovo modo di essere che si fa strada dentro di noi. Prospettiva questa spesso trascurata, quando non ignorata, che tuttavia ha il grande vantaggio di “umanizzare” il successo.
Ripeto, comunque tu lo intenda, tu, come me, come tutti, cerchi il successo. Perché esso è insito nella nostra natura, fatta per l’espansione verso la pienezza di quello che siamo. Vogliamo cose belle. Le desideriamo. Le vogliamo raggiungere. Spasimi e tensioni nella conquista, sforzi e “sacrifici” per qualcosa che continua a stuzzicarci l’appetito.

E invece il più delle volte non ci riusciamo. Tendiamo la mano verso il frutto che non vuol saperne di diventare nostro. La nostra amata non ci degna neppure di un bacio, il nostro adorato è poco interessato al nostro letto. Sembrerebbe la storia di un innamoramento a senso unico e forse lo è. Parrebbe una cotta da sballo… destinata purtroppo spesso alla frustrazione del non essere corrisposti. Con delusione, quando non avvilimento, e parolacce. Lesioni emotive e calci nello stomaco alla nostra autostima.

Magari fossimo spiritosi al punto da ridere di noi stessi e dire semplicemente “Oh, rabbia” come il simpatico orsetto Winny the Pooh. No, per noi è una questione seria. Molto seria. La conquista del successo è per noi una questione di vita o di morte. Oltre che di prestigio famigliare e sociale. Essere uomini e donne di successo ha un fascino troppo grande per rinunciarvi o arrendersi!

E infatti, a parer mio, non è questione di rinunciarvi. Neanche morto mi arrenderò. Però c’è qualcosa d’altro che bisogna aggiungere e che si scopre crescendo: il successo non è la conquista di cose da avere ma uno stato mentale nel quale essere. Sono stato talmente sorpreso da questa illuminazione che riflessione dopo riflessione mi si è tracciata davanti una strada. Una percorso tanto inatteso quanto meravigliosamente efficace. Ora so da dove partire per intendere correttamente il successo. E me lo sono scritto in un libro, per me e per gli altri.

Ah, quanto mi piace la prospettiva del filosofo Ralph Waldo Emerson: Ridere spesso e di gusto; ottenere il rispetto delle persone intelligenti e l’affetto dei bambini; prestare orecchio alle lodi dei critici sinceri e sopportare il tradimento dei falsi amici; apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola curata o del riscatto di una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito. Ecco, questo è avere successo”.

Sì, adesso anch’io trovo che questo sia avere successo! Sto smettendo di inseguire cose da avere e lavoro per l’affermazione di nuovi modi di essere. Il primo e più importante di questi mi pare l’amore. Sì, lui è la mia passione. Lui sia il percorso che ci innalza al Successo supremo, all’Amor che move il sol e l’altre stelle.
Dove tutto è limpido bene. Dove tutto è Abbondanza. Gioia e pienezza di sentirci uniti e felici nel Tutto. A prescindere.

Il mio motto lo conosci. Vivi Amando.

Un abbraccio. Grande.

Mauro

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