Ridere - ridere - ridere

Successo: ti stiamo cercando. Sei tu il nostro grande amore?

Inutile stare a girarci attorno, tutti stiamo cercando da più o meno tempo questo grande amore che chiamiamo… SUCCESSO. Lo cerchiamo quasi come si cerca il grande amore della propria vita. Non so tu, ma in certi momenti a me appariva come l’ambizione a raggiungere qualcosa di indeterminato, ma comunque bello. Sai, succede di perdere la testa per il successo. Di fare stramberie. Quando non vere e proprie stupidate.

Non so a te, ma a me  succedeva un po’ quello che diceva in una recente intervista un illustre personaggio di grande cultura e scienza dall’alto dei suoi meravigliosi 97 anni: “La maggior parte  delle persone non sa dove va, ma ci sta andando di corsa”.

Perché cerchiamo il successo? Perché pensiamo di non averlo. Sembra evidente, eppure non consideriamo per nulla il fatto di averlo già. Mi son visto a volte inquieto corridore in una maratona che non sapevo dove avrebbe avuto fine. Lo so, è situazione di tanti e infatti mi sono sempre sentito in buona compagnia. Quella di inconsapevoli ricercatori di un successo tanto intrigante quanto vago: il più delle volte un grande amore senza né volto né nome.

Allora diciamolo apertamente: anche tu come me e tanti altri siamo ammaliati dal successo, inebriati dal suo profumo. In apnea solo al suo pensiero, sconquassati da tachicardie improvvise, sbattuti da sobbalzi ormonali non sempre controllabili.  E sia, nulla di grave. Anche nella tua testa il successo è il punto di arrivo al quale pensi? Con un po’ di ossessione, magari? Condita da qualche piccolo nervosismo quotidiano?

E bada, poco importa come tu lo intenda il successo. Forse lo chiami ricchezza, ottima salute, indipendenza economica, performances sessuali, affari brillanti, fama, affermazione professionale, serenità famigliare, titoli e riconoscimenti. O come riassunto di tutto: ogni cosa che ai tuoi occhi rappresenta la felicità. Può avere tanti nomi e tanti volti il successo.

Sicuro. Ma forse è necessario introdurre un punto di vista diverso affinché il successo sia visto meno come stressante conquista di qualcosa che non abbiamo e più come un nuovo modo di essere che si fa strada dentro di noi. Prospettiva questa spesso trascurata, quando non ignorata, che tuttavia ha il grande vantaggio di “umanizzare” il successo.
Ripeto, comunque tu lo intenda, tu, come me, come tutti, cerchi il successo. Perché esso è insito nella nostra natura, fatta per l’espansione verso la pienezza di quello che siamo. Vogliamo cose belle. Le desideriamo. Le vogliamo raggiungere. Spasimi e tensioni nella conquista, sforzi e “sacrifici” per qualcosa che continua a stuzzicarci l’appetito.

E invece il più delle volte non ci riusciamo. Tendiamo la mano verso il frutto che non vuol saperne di diventare nostro. La nostra amata non ci degna neppure di un bacio, il nostro adorato è poco interessato al nostro letto. Sembrerebbe la storia di un innamoramento a senso unico e forse lo è. Parrebbe una cotta da sballo… destinata purtroppo spesso alla frustrazione del non essere corrisposti. Con delusione, quando non avvilimento, e parolacce. Lesioni emotive e calci nello stomaco alla nostra autostima.

Magari fossimo spiritosi al punto da ridere di noi stessi e dire semplicemente “Oh, rabbia” come il simpatico orsetto Winny the Pooh. No, per noi è una questione seria. Molto seria. La conquista del successo è per noi una questione di vita o di morte. Oltre che di prestigio famigliare e sociale. Essere uomini e donne di successo ha un fascino troppo grande per rinunciarvi o arrendersi!

E infatti, a parer mio, non è questione di rinunciarvi. Neanche morto mi arrenderò. Però c’è qualcosa d’altro che bisogna aggiungere e che si scopre crescendo: il successo non è la conquista di cose da avere ma uno stato mentale nel quale essere. Sono stato talmente sorpreso da questa illuminazione che riflessione dopo riflessione mi si è tracciata davanti una strada. Una percorso tanto inatteso quanto meravigliosamente efficace. Ora so da dove partire per intendere correttamente il successo. E me lo sono scritto in un libro, per me e per gli altri.

Ah, quanto mi piace la prospettiva del filosofo Ralph Waldo Emerson: Ridere spesso e di gusto; ottenere il rispetto delle persone intelligenti e l’affetto dei bambini; prestare orecchio alle lodi dei critici sinceri e sopportare il tradimento dei falsi amici; apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola curata o del riscatto di una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito. Ecco, questo è avere successo”.

Sì, adesso anch’io trovo che questo sia avere successo! Sto smettendo di inseguire cose da avere e lavoro per l’affermazione di nuovi modi di essere. Il primo e più importante di questi mi pare l’amore. Sì, lui è la mia passione. Lui sia il percorso che ci innalza al Successo supremo, all’Amor che move il sol e l’altre stelle.
Dove tutto è limpido bene. Dove tutto è Abbondanza. Gioia e pienezza di sentirci uniti e felici nel Tutto. A prescindere.

Il mio motto lo conosci. Vivi Amando.

Un abbraccio. Grande.

Mauro

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027 - Copia

Lettera al Presidente Obama.

Le voglio bene, Sig. Presidente.

E – mi creda –  non perché ha vinto nuovamente le elezioni o per quel che ha fatto di positivo nei quattro anni del suo primo mandato. E neppure  per la straordinaria capacità di convincere il suo Paese a rinnovarle la fiducia servendosi delle nuove strategie offerte da internet.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non per il fatto che io apprezzi più il suo partito di quello dei suoi avversari e nemmeno a causa della sua politica estera condotta fino ad ora. No, nulla ha importanza di tutto questo per un sentimento come l’amore.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non a causa della sua oratoria ipnotica che seduce le masse o delle nuove promesse sull’economia e sulle tasse fatte ai cittadini della più potente nazione della Terra. Cose tutto sommato irrilevanti per un affetto sincero.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non perché lei abbia qualcosa in più di molti suoi predecessori oppure perché si distingua da essi per qualche speciale carisma nella leadership. Diceva il grande Abraham Lincoln che “potete ingannare tutti per un po’, potete ingannare qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre“.

Le voglio bene, Sig. Presidente non per il fatto che con la sua rielezione il mondo è rassicurato dal conoscere già il suo incoraggiante motto sulla fiducia del farcela insieme. Neppure per le parole contro ogni diseguaglianza o per la certezza che il meglio deve ancora venire. E nemmeno a causa delle emozioni toccanti che sa suscitare in chi l’ascolta quando parla della sua famiglia. Nulla di tutto questo motiva il mio affetto per lei.

Le voglio bene, Sig. Obama e non gliene vorrei di più neppure se avesse lo stesso coraggio e la forza del Presidente Andrew Jackson quando affrontò i banchieri a viso aperto: “Voi siete un covo di vipere – disse. Ho intenzione di distruggervi e, per il Padreterno, vi distruggerò. Se solo la gente sapesse la stoltezza del nostro sistema monetario e bancario ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina“. Lo sa anche lei, vero, che è proprio così ancora oggi?

Sì, lei può evitare una rivoluzione. La gente comincia a sapere e Lincoln ne era sicuro: non si può ingannare tutti per sempre.

Le voglio bene, Sig. Presidente.

 

E qui di seguito il testo in Inglese:

I love you Mr. President,

Believe me, not because you won the elections for a second term or for all the positive things you have done during  your first four years of presidential  term of office. And not thanks to your extraordinary capacity of convincing your country to renew the trust in you by using  internet strategies.

I love you Mr. President, not only because I value your Party  more than your opponents and neither for the international politics you’ve led since now. No none  of this is more important than a feeling such as love.

I love you Mr. President, not thanks to your hypnotic  eloquence winning  over crowds or of your promises made on the economy and taxes to the citizens of the most powerful country in the world. All in all this is not important for such a sincere feeling.

I love you Mr. President, not because you have got something more than most of your predecessors or because of a special charisma in the leadership  that makes you different from them. The great Abraham Lincoln said: “You may fool all the people some of the time, you can even fool some of the people all of the time, but you cannot fool all of the people all the time.”

After your re-election and thanks to your encouraging motto, the world  now feels confident about making it all together. Not even for the words against all the disparities nor  for the certainty that the best has still to come. And not even because of the moving emotions you can arouse  in those who listen to you talking  about your family. Nothing of this gives reason to my feelings  for you.

I love you Mr. Obama and I wouldn’t love you more even if you would be as brave and strong as President Andrew Jackson when he faced the United bankers : “ You are a vipers’ nest – he said. I mean to destroy  you  and, by God, I will destroy you. If only the people knew the foolishness of our monetary and  banking system there will be a revolution within tomorrow morning”. You know that it is the same even today, don’t you?

Yes, you can do it. You can prevent a revolution. The crowds are now becoming aware and Lincoln was right when saying: you cannot fool all of the people all the time.”

I love you Mr. President.

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028 - Copia

Sai come liberarti dalle zecche?

Sì, dalle zecche che al mattino cercano di succhiarti la bellezza del giorno.

Sai, a volte basta niente a farci compiere un passo importante nella nostra crescita. Magari liberandoci dalle zecche. Non so se ti è mai capitato di imparare qualcosa di nuovo nel posto e nel momento dove mai te lo saresti aspettato, ma è un esperienza che fa riflettere.

Fa riflettere il fatto che ogni istante delle nostre giornate può portarci un messaggio. Direttamente dalla Vita che mai si arrende di chiamarci alla nostra espansione. Basta essere accoglienti e ricettivi a ciò che nutre la nostra anima, null’altro. Cosa in fondo molto semplice.

Stavo da un quarto d’ora vagando per casa, distratto e inconcludente, scioccamente pensieroso sulla zecca che avevo notato sulla testa di Ares (il mio terranova), quando la mia attenzione vien presa da un libro aperto sul tavolino vicino al frigorifero. Che strano! Cosa ci faceva lì? Mi chino e leggo.

“Nessuno di noi si è alzato con la sola forza del proprio polso.

Ce l’abbiamo fatta perché qualcuno si è chinato ad aiutarci”.

Poche semplici righe a margine di una fotografia molto simpatica raffigurante due mani sorridenti. Ma quanta verità!

Erano le parole di Thurgood Marshall e sentivo che mi stavano parlando al cuore. Mi stavano dicendo che quella mattina mi ero alzato e ancora non avevo compiuto l’azione più bella che potessi fare. Quella mattina mi ero alzato e mi ero scordato di ringraziare. Di esprimere gratitudine a tutti coloro che negli anni si erano chinati verso di me.

Allora ho mandato un pensiero riconoscente ad ogni volto sorridente che nel corso degli anni mi ha aiutato a farcela. Sai, soprattutto in quei periodi in cui piove forte e tu non hai tanta voglia di sorridere.

Poi ho guardato il mio polso e gli raccomandato di essere sempre ben disposto a chinarsi. Ad essere forte e generoso per aiutare qualcuno ogni volta che può.

Che bello che la Vita non permetta che ti preoccupi di una zecca!

Che bello ritrovarsi sereni semplicemente per aver ringraziato!

Sì, davvero la gratitudine è un grande antiparassitario. Efficace. Ecologico.

Namaste

 

 

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Hydrangeas

La tua primavera. Sboccia!

Diceva Aristotele che una rondine non fa primavera.

Però se ti attraversa gli occhi senti l’emozione che sta nascendo qualcosa di nuovo dentro di te. Che sta arrivando. Che si apre una nuova stagione nella tua vita.

Allora è tempo di

POTARE

CONCIMARE.

e ASPETTARE

Ho scritto un nuovo articolo sulla tua, la mia, la nostra primavera.

Lo  trovi cliccando sul titolo:

Primavera! Come crearla dentro di te.

Propongo di fare la cosa più semplice.

La più originale e utile.

Fidarsi della Vita.

Clicca qui per leggerlo

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slide (2)

… e conoscerai l’Universo e gli Dei. L’oracolo di Delfi.

E ora ti porto nel mistero affascinante dell’Oracolo di Delfi. Là si conosceva la verità che libera e innalza. Questa:

“Ti avverto, chiunque tu sia!

Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori.

Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie?

In Te si trova occulto il Tesoro degli Dei!

Oh, Uomo, conoci te stesso

e conoscerai l’Universo e gli Dei.

Immagine anteprima YouTube

Qui trovi la descrizione dei temi trattati:

A Lumezzane:

(clicca sull’immagine per ingrandirla)

Conosci te stesso


E qui, il ciclo di Salò:

(clicca sull’immagine per tutti di dettagli)

Conosci te stesso

Continua la serie delle riflessioni sull’Amore.

ULTIMO ARTICOLO

“Il Successo che l’Amore ti regala:

Quarta Parte”.

Lo Trovi con un clik: QUI

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005

Credi che sarà felice quest’Anno Nuovo?

Nel periodo di Natale e dopo il capodanno si vivono momenti unici nell’anno. Perché le persone hanno qualcosa che non hanno in altri momenti. O forse sì, ma nei giorni della luce nuova e del nuovo gennaio si esprime di più e meglio lo stato d’animo della speranza. Sentimento umano che accomuna nella fiducia che tutto andrà meglio.

E si assistono a siparietti inediti e simpatici tra le bancarelle o si rivivono scene lette in qualche libro molti anni prima. Comunque sia, è istruttivo per ogni mente aperta ascoltare le persone che comunicano le loro speranze. Le speranze racchiuse nel loro cuore, fatte di parole che portano a riflessione. Parole attraversate spesso dal desiderio di un po’ calore nel gelo di pensieri infreddoliti dalla sfiducia.

Su un banchetto fatto di cavalletti e assi ricoperte di un panno rosso vivo, erano disposti attraversati ad arte da strenne dorate decine di calendari di ogni dimensione e prezzo. Un signore già brizzolato con cappello e sciarpa e dalla voce squillante richiamava l’attenzione dei passanti:
“Calendari, calendari per il nuovo anno.  Lunari e calendari nuovi”. Mi sono ricordato di un dialogo avvenuto in circostanze simili parecchi anni fa tra un venditore e un passante. Accadde più o meno questo:

Vend. : Non ha bisogno, signore, di un calendario?
Pass. : Sono i calendari per l’anno nuovo?
Vend. :  Sì, signore.
Pass. : Lei crede che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend. : O, caro signore, sì, certo.
Pass. : Come quest’anno passato?
Vend. : Di più. Molto di più.
Pass. : Come quello prima allora?
Vend. : Di più anche di quello, certamente.
Pass. : Ma come qual altro? Non le piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi ultimi?
Vend. : Per la carità, non ne parliamo neppure. Non vorrei proprio.
Pass. : Posso chiederle quanti  anni nuovi sono passati da quando vende calendari?
Vend.:  Non saprei dirle di preciso, ma penso che saranno più o meno vent’anni.
Pass. : A quale di questi vent’anni vorrebbe che somigliasse l’anno venturo?
Vend. : Io? Non saprei.
Pass. : Non si ricorda di nessun anno in particolare, che le  sembri essere stato felice?
Vend. : Se vuole che sia sincero, no.
Pass. : Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend. : Ah, beh sì, questo si sa.
Pass. : Voglio farle una domanda: non tornerebbe lei a vivere questi ultimi vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando tutto dalla nascita?
Vend. : Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse farlo.
Pass. : Ma anche se avesse a rifare la vita che ha fatto, né più né meno con tutti i piaceri e i dispiaceri che ha avuto?
Vend. : No, no, questo non lo vorrei proprio.
Pass. : Non capisco. E che altra vita vorrebbe rifare allora? La vita che ho fatta io o quella di un ricco o di chi altro? O non crede che sia io che un ricco e chiunque altro risponderebbe proprio come lei? E che nessuno vorrebbe tornare indietro a fare la stessa vita che ha fatto?
Vend. : Lo credo proprio.
Pass. : Neanche lei tornerebbe indietro a questa condizione, non potendo naturalmente fare in altro modo?
Vend. : No, caro signore. No davvero, non tornerei proprio indietro.
Pass. : Ma allora che vita vorrebbe lei?
Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senza altre condizioni.
Pass. : Dunque una vita a caso, senza sapere niente in anticipo, così come non si sa niente dell’anno nuovo?
Vend. : Appunto.
Pass. : E quel che vorrei anch’io  se potessi rivivere. E così tutti.
Però da questo capisco che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno ritiene che fino ad ora sia stato più o di maggior peso il male che gli è toccato che il bene: con la condizione di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere.
Quella vita che diciamo essere una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma quella futura.
Ma con il nuovo anno, il caso incomincerà a trattar bene lei e me e tutti gli altri, e comincerà per tutti una vita felice. Non è vero?
Vend. : Speriamo.
Pass. : Allora mi mostri il calendario più bello che ha.
Vend. : Eccolo, caro signore. Questo costa settanta euro.
Pass. : Ecco a lei i settanta euro.
Vend. : Grazie infinite e a rivederla. Calendari, calendari nuovi. Calendari per il Nuovo Anno.

Avrai riconosciuto qui, pur con qualche adattamento, quel racconto di Giacomo Leopardi che abbiamo letto da ragazzi a scuola. Forse allora pensavamo che fosse un’altra pagina di un pessimismo che ci piaceva poco. Oggi possiamo vederci qualche insegnamento utile alla nostra crescita. Alla crescita della nostra consapevolezza riguardo alla Vita.

Due uomini e un calendario. Un nuovo anno. Domande. Tu risponderesti allo stesso modo?

Domande sulla vita. E come sempre un vortice di emozioni tra passato e futuro. Tra quel che non si vuole più e quel che si spera. Tra una storia da non ripetere e un nuovo scenario di felicità sperata. Illusione? Dipende da te. Tutto dipende da te. Davanti a questo dialogo dovrai fare le tue scelte.
Io mi sono posto tre serie di domande… pratiche. Le pongo a te, fiducioso che possano esserti di aiuto.

1. Cosa credi del tuo passato? Pensi che non sia stata bella la tua vita fino ad ora? Più male che bene? In ogni caso da non rivivere? Le risposte che darai saranno importanti per la tua crescita. La rabbia ti frenerà, il perdono ti porterà in alto. In ogni caso, sappi che è stata la TUA vita. Ringrazia tutti gli anni che hai vissuto. Amali per quel che ti hanno dato.

2. Cosa ti aspetti dal futuro? Continui ad avere la speranza vaga e confusa che le cose andranno meglio? Stesso film degli anni precedenti a raccontarti illusioni? Ricorda che crescerai se il futuro non sarà la riedizione camuffata del già accaduto e sceglierai l’assunzione della responsabilità sui tuoi atteggiamenti mentali, adesso. Sii consapevole che il futuro non esiste. Comunque non ancora. Scegli il presente.

3. Da dove pensi di cominciare? Da dove vuoi far iniziare il nuovo corso della tua vita? Hai una pluralità di scelte naturalmente, ma scegliere quella prioritaria ti renderà più agevole l’avvio. E il seguito del cammino. Perché non cominci da te? Riparti da te: mi pare una buona idea.

E per il calendario puoi spendere quanto vuoi. Uno bello fa effetto.

Io ne ho scelto uno con un giorno solo.

Mi piace ricordarmi che esiste solo il Presente.

Un abbraccio.

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1

Natale: una data, un simbolo? Una luce nuova nel cuore.

Ci sono tradizioni che appartengono ai nostri sentimenti. Sono nel ritmo del respiro delle nostre anime. Sono le abitudini che ripetiamo nel ciclo annuale delle stagioni e che ci fanno arrivare a dicembre quando la fine di un anno che se ne va si accompagna alla novità dei regali che ci sorridono. Ma il regalo più atteso non giunge quasi mai. Non cambiamo dentro. Restiamo chi siamo stati.

Capita anche a te di sentire che un nuovo Natale è un’abitudine diversa dalle altre? Senti anche tu come me che non è questione di essere “più buoni” ma di “diventare se stessi”? Sì, finalmente l’uomo o la donna che vogliamo essere.

Non è tanto importate che tu sia religioso o meno, credente in qualcosa o in Qualcuno di cui senti la presenza nella tua vita. Conta poco, a me pare, un’etichetta di appartenenza. In questi giorni non si festeggia un bambino che nasce. Si celebra l’Umanità che si illumina.

Non è importante una data in sé. Conta ciò che rappresenta. In ogni caso, il 25 dicembre non è il compleanno di Gesù di Nazareth che è nato sempre e sempre vive. Il Natale è una festa di luce che travalica ogni religione. È la celebrazione che accoglie il solstizio d’inverno: esultano gli animi al giorno che vince la notte. La luce inizia la sua risalita e rende il buio meno lungo.
Chi credeva nel Cristo di Dio vide che il bambinello della mangiatoia di Betlemme era la luce del mondo, quella che eleva alla gioia della verità. Si celebrava il Parola fatta carne e il nuovo corso dell’Umanità: il 25 dicembre divenne la data della Festa della Luce. Che si rallegrino gli occhi con l’Albero o con il Presepe o con altri addobbi di fiori e frutti, questo giorno è come un canto. Sì, quello dell’Umanità che si apre alla luce. La luce degli astri. E quella negli occhi. E quella della mente e del cuore che accolgono la novità.

Quella luce che trasformò nell’intimo il Sig. Scrooge! In una notte. Notte di cambiamento. Intimo e profondo.
È toccante questo racconto di Charles Dickens! Se già non lo conosci, ti riporto qui  rapidamente una sintesi di questo Canto di Natale che mi è piaciuta. Il protagonista è il Sig. Scrooge, un ricco e avaro finanziere di Londra, tirchio al punto da non spendere nulla nemmeno per sé. Egli rimprovera Dio stesso per aver creato il riposo domenicale che intralcia il commercio e il guadagno: per lui il Natale è una perdita di tempo.

…Quest’uomo è talmente infastidito dalle festività che costringe il suo umile impiegato, al quale dà uno stipendio da fame, a presentarsi al lavoro anche il giorno prima di Natale. Per strada risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri, incluso l’affettuoso nipote  che invano lo prega di pranzare con la sua famiglia. Sembra proprio che l’unica compagnia che conti per Scrooge sia quella della sua cassaforte. E infatti per questo suo accanito interessamento ai soldi è una persona poco amata da tutti i cittadini.

Ma accade qualcosa di imprevisto. La sera della vigilia di Natale, mentre sta rincasando, gli sembra di intravedere specchiato nel battiporta del portone il volto del suo defunto socio in affari, Jacob Marley, morto sette anni prima. Una visione che lo turba profondamente.
Rinchiusosi nella sua vecchia casa, comincia a percepire dei rumori strani: ora quello di un carro funebre che si trascina invisibile sulle scale avvolte nel buio, ora un rumore di catene nella cantina, infine vede oscillare da sola una campanella collegata alla deserta camera antistante, trascinando tutte le altre della casa in un suono assordante e spaventoso.

A questo punto si apre una porta, e compare il fantasma di Marley! Una visione tremenda, tanto più terrificante in quanto, scoperte le bende per mostrare il volto, cade la mascella dal viso. Intorno alla vita, una catena forgiata di lucchetti, timbri, assegni, e tutto quel materiale che, secondo l’ammissione di Marley, lo ha distolto dal fare del bene agli altri accumulando denaro tutto per sé: il rimpianto per aver vissuto chiuso nel proprio egoismo lontano dalle persone che amava e che lo amavano costituisce la sua pena eterna, una dannazione che lo costringe a vagare per il mondo senza potere vedere la luce divina.
Il solo sollievo è ammonire Scrooge, perché la catena che si sta forgiando è ben più lunga e pesante della sua. Se andrà avanti così, anche lui subirà la stessa sorte: Marley gli annuncia allora la visita imminente di tre spiriti: uno che incarna i Natali passati, un altro quello presente e l’ultimo il Natale futuro.

1. Un fantasma circondato da una corona di luce che si sprigiona dal capo, facendolo assomigliare a una candela e con in mano un cappello in forma di spegnitoio, lo riporta indietro nel passato a rivisitare la propria infanzia dimenticata: in una scena è bambino sui banchi di scuola, mandato a studiare in collegio dal padre, che lo ha voluto allontanare dalla famiglia: era solo, triste, senza amici, studia in un’aula buia. In un’altra scena, qualche tempo più tardi arriva la sua sorellina, tornata per riportarlo a casa, dopo avere convinto il padre a riprenderlo in famiglia.
È un momento felice, un abbraccio tra i due, stretti da un affetto immenso, con il giovane Scrooge che salta di gioia: è il momento in cui le ruvide labbra del vecchio Scrooge abbozzano un sorriso. Qualche anno dopo è ammesso a fare l’apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Sig. Fezziwig.

Anche qui è Natale, ma Fezziwig fa chiudere l’ufficio prima del tempo e invita i ragazzi a seguirlo a casa sua dove fa una festa sontuosa: nelle piccole follie natalizie dell’allegra compagnia cadono le differenze di classe, si canta e gioca tutti quanti, bambini, giovani e anziani. Fezziwig e la moglie sono degli anfitrioni imbattibili, scherzano e fanno i pagliacci.
Durante il ballo Scrooge conosce Belle, quella che diventerà la sua ragazza. Le promette di sposarla: ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo e il suo cuore diventerà sempre più arido. Scrooge grida davanti alla visione di se stesso in preda all’egoismo, sa che sta commettendo l’errore fatale della sua vita e implora l’ombra del giovane Ebenezer di non lasciarla, di correrle dietro, ma invano: il suo alter ego non lo può udire.

Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. Molto più tardi, Scrooge assiste a una cena di Natale: riconosce la sua ex ragazza ormai sposata da anni, con tanti figli, povera ma felice. Fa un sarcastico commento su Scrooge al marito. È appena arrivata la notizia che Marley è abbandonato sul letto di morte, neanche il suo amico è lì per confortarlo. Preso dal rimorso, Scrooge schiaccia il copricapo sulla testa del fantasma fino a farlo scomparire: ma la luce chiusa nel cappello inonda tutto il pavimento come un diluvio terrorizzando il vecchio.

2. Il fantasma del Natale Attuale. Scrooge si trova improvvisamente nella sua camera da letto e dorme fino alla notte seguente.
Dopo essersi destato, incontra il secondo spirito, quello del Natale Presente, che appare come un uomo di dimensioni enormi. Questo spettro conduce Scrooge dalla famiglia del suo dipendente Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale: sono tutti felici anche il piccolo e storpio Tiny Tim sebbene vivano in condizioni misere.
Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale: un gruppo di minatori che intonano un canto di Natale attorno a un focolare, due guardiani di un faro che brindando e cantando sempre attorno a un fuoco si scambiano un Buon Natale e dei marinai su un bastimento in mezzo all’oceano che si scambiano gli auguri e che dedicano un pensiero ai loro cari. Scrooge è molto stupito da ciò che ha appena visto.
Infine Scrooge e lo spettro sono nella casa di Fred, nipote di Scrooge, che sta passando il Natale in allegria con i suoi amici. Fred deride suo zio perché egli insinua che il Natale sia una fesseria. Lo spettro a questo punto si congeda e Scrooge si ritrova ancora nella sua stanza da letto.

3. Il terzo spirito, quello del Natale Futuro, si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Invano Scrooge chiede che parli, la figura è silenziosa, e lo guida solo con un dito.
Siamo ancora a Londra, e Scrooge assiste a diverse scene il cui argomento è la morte di un vecchio tirchio, deriso da tutti. Due banchieri della city parlano del suo prossimo funerale: mentre uno afferma di andarvi per puro dovere, l’altro, schernendo la tirchieria del defunto, è interessato soltanto a rifarsi a sue spese con la cena gratis del funerale. Un povero padre che era debitore al vecchio non nasconde alla famiglia il sollievo per la sua morte perché a chiunque saranno trasferiti i debiti, il futuro creditore sarà sempre più buono di lui. In un negozio di rigattiere, i servi del defunto si dividono tutto quello che hanno potuto rubare in casa sua, incluse le tende del baldacchino che ne proteggevano il corpo e la camicia sottratta dal suo abito funebre: l’ammontare totale è venduto al rigattiere tra le risate di tutti.

Intanto un profondo dolore ha colpito la famiglia del suo dipendente Bob Cratchit: Tiny Tim è morto di stenti. È lutto profondo, dolore immenso.
Scrooge vorrebbe sapere chi è il vecchio tanto odiato da tutti, ma quando il fantasma lo porta davanti al capezzale non osa scoprire il lenzuolo che ne ricopre interamente la salma. Scrooge vede che la sua casa è stata venduta, e pure la sua ditta, vorrebbe entrare, ma il fantasma indica invece un’altra direzione: Scrooge entra nel cimitero, dove la mano dello spettro indica una lapide con scritto Ebenezer Scrooge. Il pentimento è completo, il messaggio è andato fino in fondo al cuore di Scrooge.

Ed ecco il cambiamento. Scrooge si ritrova nel suo letto e scopre che è mattina presto, il Natale ha fatto il suo ingresso, glielo conferma un ragazzo che passa sotto la sua finestra. Forte della lezione ricevuta manda il ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e trova la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Natale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita. Passava per le strade e gridava sorridente: “Buon Natale! Sono cambiato”! E ripeteva ad ognuno: “Sono cambiato! Buon Natale”.

La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo del suo dipendente Bob Cratchit che si presenta in ritardo e ancora ignaro del cambiamento del suo datore di lavoro, in un primo momento lo prende per pazzo ma Scrooge lo tratta da quel momento da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e le vacanze tanto meritate scusandosi con lui. Si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, che guarisce. Con i Cratchit si instaura un profondo legame di amicizia.
Da allora Scrooge diventa una persona molto amata, e trova finalmente la pace dell’anima...

Né tu, né io siamo probabilmente aridi come il Sig. Scrooge. Non ho la visita di fantasmi che mi inquietano, ma sono grato a tutto ciò che mi racconta che posso cambiare. Che posso cambiare ancora. Che posso cambiare sempre. E che tutto può accadere in una notte. Voglio sentire che il passato se ne va senza rimorsi e senza rimpianti, che il futuro non mi inquieta né mi spaventa.
Voglio che questo giorno di luce segni un nuovo passo nell’amore. Nell’Amore quello grande. Lo desidero per me e lo auguro di tutto cuore anche a te.

Buon Natale! Sono cambiato!

E che possiamo dire insieme con gioia: ci ha cambiato l’Amore!

Un abbraccio grande. Luminoso.

Mauro.

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slide (6)

Che bello che ci sei anche tu!

Ti  è mai capitato di sentirti contento semplicemente guardando le montagne innevate. Di essere attraversato per un attimo da un sussulto di inspiegabile entusiasmo per quel che vedi e senti? E di ritrovarti a sorridere pensando alla gioia di quella volta che ti sei  rotolato nella neve? Certamente sì, e pure più volte. Che bello provare ancora emozioni semplici e piacevoli davanti a qualcosa che ci stupisce!

Mentre in auto percorrevo la valle che dalla città porta al mio paese natale, richiamavo nella memoria le parole di una canzone famosa che lasciava in me sentimenti di piacevole voglia di vivere. Di vivere adesso.

Ero invitato ad una conferenza nella quale avrei parlato dei sogni. Non quelli notturni, spesso frammentari e intriganti, ma quelli pensati in piena lucidità. l sorridenti sogni che trasformano l’esistenza in arcobaleno. Avrei intrattenuto le persone invitandole a risvegliare il proprio sogno, quello per il quale viviamo, quello nel fondo degli occhi che illumina di vita i giorni. E quel mio pomeriggio era rischiarato dai bagliori di neve che giocavano tra le montagne, compiaciute testimoni dell’abbraccio che il cielo blu estendeva sulla valle.

Era da tempo che non provavo un sussulto di ammirazione così intenso per la neve che imbiancava alberi e rocce. Ho ringraziato l’inverno per questo dono.  Sì, una gran bella stagione! Una benedizione, come tante ne sono elargite in questo mondo meraviglioso.

Mentre non cessavo di guardare l’incanto che mi circondava, i luoghi amici mi richiamavano scene di gioco della mia infanzia vissuta nel rumore e nel traffico, quando la parola “crisi” era ignota e tutto scorreva. Ora pare si sia fermi. Si parla di momenti di cambiamento, fasi di passaggio, periodi di transizione: chi sa dice che ci sono sempre stati, chi analizza studia i molti settori investiti e prospetta . C’è anche chi semplicemente aspetta.

E a leggere, pare che nessun ambito sia stato risparmiato: non solo crisi finanziaria, si osserva, ma profondamente, e soprattutto, culturale. Crisi varie e molteplici a braccetto nella danza di scenari bui: la crisi dei valori e quella della famiglia, la crisi di fede e quella esistenziale. Una lista che sembrerebbe lunga.

Pensavo tra me che di sicuro ci sarà una soluzione per ogni cosa perché niente è salutare come pensare che anche questo passerà. E se anche nessun settore fosse stato risparmiato dal flagello, come è fantastico sapere e sentire che non c’è mai una crisi della meraviglia. Che bello sorprendersi a gioire per un pupazzo di neve che ha per naso una carota! Come ancora si capisce di essere vivi quando si sussulta per lo spettacolo fiabesco della galaverna sulle piante! Stupendo mondo della natura! Meravigliosa eco dell’animo umano che fa vibrare l’armonia cosmica!

Poi parcheggio l’auto, scendo e percorro con lo sguardo tutto intorno le case e le fabbriche. Di ieri e di oggi. Quelle che raccontano storia e quelle che annunciano pagine nuove di leggenda. Non c’è più il rumore di quando ero bambino, ma  sento l’eco dei palpiti dei cuori di chi mi passa accanto. Sono gli uomini e le donne che di questo mondo sono quanto ci sia di più meraviglioso. Mi soffermo a vederli passare: sento quanta ricchezza di pensieri ed emozioni percorre gli sguardi assorti. E vi scorgo i sorrisi sereni di chi trova sempre una ragione per un gesto di cordialità e per regalare una battuta di buon umore.

Mi aspettano a parlare del sogno. Di quello che dà luce agli occhi. Un’ultima boccata di neve che ha iniziato a scendere ancora nella valle e un sorridente pensiero agli uomini e alle donne che gioiranno a contare i fiocchi che si posano sulle mani.

Sì, penso tra me che sono in un mondo meraviglioso.

Con uomini e donne meravigliosi.

Che bello essere qui. Adesso.

E che bello che ci sei anche tu!

Un abbraccio.

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