Ridere - ridere - ridere

Successo: ti stiamo cercando. Sei tu il nostro grande amore?

Inutile stare a girarci attorno, tutti stiamo cercando da più o meno tempo questo grande amore che chiamiamo… SUCCESSO. Lo cerchiamo quasi come si cerca il grande amore della propria vita. Non so tu, ma in certi momenti a me appariva come l’ambizione a raggiungere qualcosa di indeterminato, ma comunque bello. Sai, succede di perdere la testa per il successo. Di fare stramberie. Quando non vere e proprie stupidate.

Non so a te, ma a me  succedeva un po’ quello che diceva in una recente intervista un illustre personaggio di grande cultura e scienza dall’alto dei suoi meravigliosi 97 anni: “La maggior parte  delle persone non sa dove va, ma ci sta andando di corsa”.

Perché cerchiamo il successo? Perché pensiamo di non averlo. Sembra evidente, eppure non consideriamo per nulla il fatto di averlo già. Mi son visto a volte inquieto corridore in una maratona che non sapevo dove avrebbe avuto fine. Lo so, è situazione di tanti e infatti mi sono sempre sentito in buona compagnia. Quella di inconsapevoli ricercatori di un successo tanto intrigante quanto vago: il più delle volte un grande amore senza né volto né nome.

Allora diciamolo apertamente: anche tu come me e tanti altri siamo ammaliati dal successo, inebriati dal suo profumo. In apnea solo al suo pensiero, sconquassati da tachicardie improvvise, sbattuti da sobbalzi ormonali non sempre controllabili.  E sia, nulla di grave. Anche nella tua testa il successo è il punto di arrivo al quale pensi? Con un po’ di ossessione, magari? Condita da qualche piccolo nervosismo quotidiano?

E bada, poco importa come tu lo intenda il successo. Forse lo chiami ricchezza, ottima salute, indipendenza economica, performances sessuali, affari brillanti, fama, affermazione professionale, serenità famigliare, titoli e riconoscimenti. O come riassunto di tutto: ogni cosa che ai tuoi occhi rappresenta la felicità. Può avere tanti nomi e tanti volti il successo.

Sicuro. Ma forse è necessario introdurre un punto di vista diverso affinché il successo sia visto meno come stressante conquista di qualcosa che non abbiamo e più come un nuovo modo di essere che si fa strada dentro di noi. Prospettiva questa spesso trascurata, quando non ignorata, che tuttavia ha il grande vantaggio di “umanizzare” il successo.
Ripeto, comunque tu lo intenda, tu, come me, come tutti, cerchi il successo. Perché esso è insito nella nostra natura, fatta per l’espansione verso la pienezza di quello che siamo. Vogliamo cose belle. Le desideriamo. Le vogliamo raggiungere. Spasimi e tensioni nella conquista, sforzi e “sacrifici” per qualcosa che continua a stuzzicarci l’appetito.

E invece il più delle volte non ci riusciamo. Tendiamo la mano verso il frutto che non vuol saperne di diventare nostro. La nostra amata non ci degna neppure di un bacio, il nostro adorato è poco interessato al nostro letto. Sembrerebbe la storia di un innamoramento a senso unico e forse lo è. Parrebbe una cotta da sballo… destinata purtroppo spesso alla frustrazione del non essere corrisposti. Con delusione, quando non avvilimento, e parolacce. Lesioni emotive e calci nello stomaco alla nostra autostima.

Magari fossimo spiritosi al punto da ridere di noi stessi e dire semplicemente “Oh, rabbia” come il simpatico orsetto Winny the Pooh. No, per noi è una questione seria. Molto seria. La conquista del successo è per noi una questione di vita o di morte. Oltre che di prestigio famigliare e sociale. Essere uomini e donne di successo ha un fascino troppo grande per rinunciarvi o arrendersi!

E infatti, a parer mio, non è questione di rinunciarvi. Neanche morto mi arrenderò. Però c’è qualcosa d’altro che bisogna aggiungere e che si scopre crescendo: il successo non è la conquista di cose da avere ma uno stato mentale nel quale essere. Sono stato talmente sorpreso da questa illuminazione che riflessione dopo riflessione mi si è tracciata davanti una strada. Una percorso tanto inatteso quanto meravigliosamente efficace. Ora so da dove partire per intendere correttamente il successo. E me lo sono scritto in un libro, per me e per gli altri.

Ah, quanto mi piace la prospettiva del filosofo Ralph Waldo Emerson: Ridere spesso e di gusto; ottenere il rispetto delle persone intelligenti e l’affetto dei bambini; prestare orecchio alle lodi dei critici sinceri e sopportare il tradimento dei falsi amici; apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola curata o del riscatto di una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito. Ecco, questo è avere successo”.

Sì, adesso anch’io trovo che questo sia avere successo! Sto smettendo di inseguire cose da avere e lavoro per l’affermazione di nuovi modi di essere. Il primo e più importante di questi mi pare l’amore. Sì, lui è la mia passione. Lui sia il percorso che ci innalza al Successo supremo, all’Amor che move il sol e l’altre stelle.
Dove tutto è limpido bene. Dove tutto è Abbondanza. Gioia e pienezza di sentirci uniti e felici nel Tutto. A prescindere.

Il mio motto lo conosci. Vivi Amando.

Un abbraccio. Grande.

Mauro

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cuore nel cielo 165296

Chi non lavora non fa l’amore.

    Te la ricordi questa canzone? Ritornello famoso e provocatorio. Se sei negli -anta come me, di sicuro sì, ma anche se sei più giovane questo motivo ti sarà risuonato nelle orecchie almeno una volta.

    A colpire la fantasia dell’ascoltatore è proprio questo rapporto tra il lavoro ed uno dei piaceri per eccellenza. Un rapporto di causa-effetto per giunta! Un desiderio così vivo e ardente nel cuore di uomini e donne di ogni età sottoposto al ricatto del lavoro. Terribile!

    Se vale anche il nesso rovesciato, allora se lavori sei certo che farai l’amore. Quasi una certezza matematica che in più ti gratifica di un merito che ti sei conquistato sul campo. Non importa età, sesso o condizione sociale, il motto passa implacabile sopra ogni distinzione e infonde sicurezza: lavora e quale ricompensa meritata potrai fare l’amore.

    In verità, nel contesto della canzone di Adriano Celentano era la moglie che redarguiva il marito, avvertendolo che si sarebbe sottratta alle sue voglie fintanto che perseverava nell’astensione dal lavoro. Insomma, una punizione per la mancata produttività e per la negativa incidenza sullo stipendio. Condizione ferrea, ricatto spietato: niente lavoro, niente sussulti della carne nel piacere dell’intimità.

    Il principio ha però sorvolato sul contesto sociale di origine per diventare ora un monito senza tempo e valevole per ogni rapporto. Come a dire, vuoi fare l’amore con pieno merito? Bene, allora prima lavora. In fondo, nulla di nuovo. Variante del più conosciuto e classico adagio: prima il dovere e dopo il piacere.

    Ciò che era però evidente anni fa non lo è più e, a giusto titolo, ci si domanda cosa sia oggi “lavorare”. Non è più intuitivo, infatti, perché molti lavori oggi non sono più associati alla manualità. Da trent’anni a questa parte i lavori “di concetto” si sono moltiplicati e per molte persone la manualità consiste solo nel pigiare le dita sulla tastiera del pc o spostarsi di pochi centimetri con i rapidi movimenti del mouse. Nuovi lavori! Così va il mondo.

    Ho partecipato ad una gustosissima quanto sorprendente scenetta in un’azienda. Ero alla ricerca di alcune chiarificazioni di balistica che Google non mia aveva fornito e ho chiamato Raffaele, un mio ex compagno di scuola, che sapevo essere nel ramo. Vado da lui nel Centro in cui opera e dopo il caffè di rito e qualche piacevole scambio di battute tra passato e presente inizio a spiegagli la ragione della mia visita. Poche frasi e mi interrompe: “Interessante, ma il mio aiuto qui sarebbe troppo scarso per quel che chiedi. Qui serve chi ha famigliarità con le matematiche superiori. Vieni con me”.

    Rampa di scale, corridoio, piccolo atrio, altro corridoio, terza porta a sinistra. Strada facendo Raffaele mi parla di Alex, suo collega che ha in confidenza e che senz’altro mi farà la cortesia del piccolo aiuto che chiedevo. Raffaele bussa ed entra senza attender risposta. Seduto, anzi semi disteso, sulla poltrona, occhi chiusi, mani lungo le cosce, respirazione profonda, mezzo sorriso di soddisfazione in viso: così ci appare Alex. “Ah, scusa” – s’interrompe subito Raffaele che aveva iniziato a salutare. “Ma che fai?”.

    Un attimo di silenzio e vediamo Alex aprire gli occhi, sistemarsi meglio sulla poltrona e ordinare con discrezione alcune carte e fascicoli visibilmente fuori posto. “Sto lavorando” – è stata la risposta composta e tranquilla. “Lavorando?” – replica Raffaele con  tono ironico e aria divertita mentre guarda me cercando il mio consenso al suo velato rimprovero.

    Con aplomb quasi anglosassone, Alex ci guarda  incurante del nostro giudizio e dichiara: “Sto lavorando sì. Il lavoro più intelligente e utile che una persona possa fare. Sto lavorando su me stesso”.

    La risposta è piaciuta più a me che al mio amico Raffaele che non ha colto la finezza arguta delle parole di Alex e ha tagliato corto: “Mettila come ti pare, ma ricorda che chi non lavora non fa l’amore”. Alex non si scompone e ci guarda con un sorriso sereno di sfida sorniona che valeva un discorso e arriva diritto al senso della nostra visita.

    Tutto molto rapido: presentazione breve ed esposizione dei dati. Poiché che so che per avere risposte precise è necessario formulare domande precise, estraggo il mio foglietto e espongo il mio quesito il meglio che posso. Alex inforca gli occhiali ritrovati dietro un faldone, annota cifre a raffica su un notes senza dir nulla. Mi guarda e mi assicura che in un paio di settimane mi manderà una mail.

    Mentre gli porgo il mio biglietto da visita, si apre la porta e una voce femminile avvolge lo studio: “Certo Alex caro che la prossima volta dovrai… oh, scusate” . Una signora elegante e disinvolta si è fermata all’ingresso, sorpresa di trovare visite. Raffaele è il primo a voltarsi e rassicura la donna: “Non si preoccupi, abbiamo finito e stavamo uscendo”. Era la verità.

    Ci congediamo con sbrigativa e quasi imbarazzata cordialità da Alex che si è alzato dalla poltrona e ci accompagna nel corridoio. Nel momento della stratta di mani, Alex guarda Raffaele con sorriso compiaciuto e gli sussurra. “Cosa dicevi poco fa riguardo a chi non lavora?”.

    Quel giorno non ho avuto risposta alle mie questioni di balistica, ma mi è stata ricordata una verità grande: il lavoro principale è quello su di sé. In pochi purtroppo  lo sanno e si attardano su vie poco promettenti. Si tratta di un lavoro non tradizionale, inconsueto e ancora non capito. Per i cultori però le conseguenze sono molto interessanti.

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Lettera a Papa Francesco

      Santità, è tempo di far posto al Vuoto!

      La sua elezione è stata salutata come una ventata di novità. Molto si è scritto e detto su di lei e le immagini della sua persona hanno raggiunto gli angoli del mondo.

      La scelta del nome Francesco l’ha resa popolare anche presso molti non credenti. Il suo invito alla bontà e alla tenerezza ha toccato animi sensibili e trovato attenzione anche presso uomini e donne immersi nella conflittualità del mondo odierno.

      Sì, Santità, inizi a svuotare la Chiesa!

      Il suo stile ha già creato molte aspettative. Dentro e fuori i confini cattolici c’è attesa per quanto intende fare ora.

      Sa certamente anche Lei che il Suo predecessore non sarà ricordato a lungo: anni di pontificato senza un sussulto evangelico vero, per altro segnato da un epilogo che sa di resa. Tutto passa rapidamente e di tanto nome resterà solo qualche pagina nei libri di storia.

      Santità, si faccia interprete del Vuoto divino!

      Oggi come ieri, nella chiesa cattolica continuano a ripetersi le memorie che hanno scavato secolari solchi di infelicità nelle coscienze. Le piaghe sono sempre le stesse, sempre purulente, per quanto oggi mascherate con maggior pudore. Storia vecchia, storia di divisioni sempre rinnovate. Sottili. Negate. Ignote ai più.

      Chi scrisse delle Cinque piaghe della santa chiesa intuì giusto. Fu punito per aver scritto quel che era vero ed evidente a molti. Ma se quelle parole avessero travato cuori puri ad ascoltarle oggi la chiesa che Lei è chiamato a guidare incontrerebbe ben altra stima.

      Santità, faccia il Vuoto!

      Coraggiosamente e a rischio della sua stessa incolumità, esponga la sua persona a sanare la prima e più grave piaga della chiesa, quella che sta alla base delle altre quattro. Si adoperi con tutte le sue forze a curare l’ignoranza del clero. Ad ogni livello, quello  alto e quello basso.

      Molto più che un fatto culturale, l’ignoranza di queste guide riguarda proprio la loro persona, l’ostentata pienezza di sé. Misconoscono, ahimè, la finalità della loro presenza. Ossia l’evangelica inutilità.

      Santità, molti cristiani dalla fede genuina e tanta parte di umanità le saranno  grati  per il Vuoto che saprà portare nella chiesa cattolica. Si concluda con Lei la millenaria storia di ignoranza che ha devastato le coscienze. Sia Lei a porre fine alla Chiesa della Pienezza. Alzi la sua mano benedicente a salutare il raggio di luce dell’inutilità.

     Santità, parli profeticamente del Vuoto divino. Dove tutto è puro. Dove tutto è unità.

    Con il mio augurio di ogni bene e, se posso, con il mio spirituale abbraccio.

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Montagne35

Il responsabile? Tu.

Siamo un po’ tutti esperti di divisioni.

Questo è buono e questo è cattivo, questo è giusto e questo è sbagliato.

Divisioni ovunque!

Questo è bello e questo è brutto, questo è vero e questo è falso.

Tante divisioni con la sagra degli opposti!

Su e giù, destra e sinistra, dentro e fuori, lontano e vicino… e così via.

E di solito non sono astrazioni: no, sono giudizi sulle persone. Questa è così e questa è cosà, questa non è portata e quest’altra non ha fatto, non ha detto. O semplicemente non è come vorremmo che fosse.

Divisioni e giudizi come se sapessimo tutto. Come se sapessimo in che modo deve andare il mondo. Da saccenti maestri di vita che sentenziano sul bene e sul male.

Personalmente ritengo che ciascuno debba camminare nella direzione dell’unità, cercando di risalire quanto può a quel vuoto di giudizio che è la massima espressione del benessere e dell’intuizione del divino in noi.

Nella Dichiarazione d’Indipendenza americana, Thomas Jefferson volle questa solenne espressione: “Noi teniamo questa verità che è di per sé evidente, che tutti gli Uomini sono stati creati uguali”.

Un’uguaglianza che si infrange su una sola fondamentale divisione.

 - Da una parte ci sono coloro che ritengono che delle loro insicurezze, insoddisfazioni e malesseri sei responsabile tu.

 - E dall’altra ci sei Tu, che ritieni che delle tue insicurezze, delle tue insoddisfazioni e dei tuoi malesseri sei responsabile solo Tu.

Ricorda che tutto dipende da te.

Il resto sono parole. Talvolta tante parole.

PS: Sai della Lettera Enciclica di Papa Urano I, In te omnia sunt (Tutto dipende da te)?

No? Allora vedi qui la presentazione. 

 

 

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Pulire!

Pulire. Sì. Per scelta. E non è solo una questione igienica.

Pulire è la nobile azione di è consapevole che c’è della spazzatura nella propria casa.

Nulla però che abbia a che fare con la morale o la giustizia, cose tutte create dagli uomini. No, pulire è un’attività spirituale. Ed essa matura quando diventa chiaro che le scelte che facciamo sono già fatte prima di farle. In quella parte dentro di noi che è più Noi di quanto possiamo immaginare.

Per dirla in altra maniera, è vero quel che ho sentito dire da un saggio: “Un problema non è un problema a meno che noi non diciamo che lo sia. E un problema non è il problema. Come reagiamo ad un problema è il problema“.

Quando capiamo questo, diventiamo umili e rinunciamo finalmente a capire tutto: è il momento in cui ci mettiamo all’opera per pulire la nostra casa da tutto ciò che continua a ripetersi nella nostra vita. Allora si fa giorno. Non temiamo più nulla. Neppure il peggior nemico. 

L’unica scelta sensata è ormai iniziare a comprare eternità divine vendendo ore di fango. Nessuna fatica più a forzare gli eventi, solo limpido scorrere nella pace dello spirito.


Pulire apre le porte al miracolo. Accade l’impensabile. Si realizza la vittoria delle vittorie: così ti nutrirai di Morte che di uomini si nutre e con Morte morta, si estinguerà il morire.

Sì, aveva intuito tutto Shakesperare. Nel suo sonetto 146 svela all’umanità la strada.

      Povera anima, centro della mia peccaminosa terra
(schiava di) queste brame ardenti che ti ammantano,
perché dentro ti distruggi e misera sopporti
per decorar le tue pareti di costosa ostentazione?

      Perché sì alto prezzo per un sì breve affitto,
sprechi tu pagando questa effimera dimora?
Dovranno forse i vermi, eredi di tanti eccessi,
divorar ogni ricchezza? È tale il fine del tuo corpo?

     Allora anima sfrutta la rovina del tuo servo
e lascia che patisca per aumentar le tue risorse
compera eternità divine vendendo ore di fango,
pasciati del tuo spirito, senza più sfarzo esterno,

      così ti nutrirai di Morte che di uomini si nutre
e con Morte morta, si estinguerà il morire.

 

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027 - Copia

Lettera al Presidente Obama.

Le voglio bene, Sig. Presidente.

E – mi creda –  non perché ha vinto nuovamente le elezioni o per quel che ha fatto di positivo nei quattro anni del suo primo mandato. E neppure  per la straordinaria capacità di convincere il suo Paese a rinnovarle la fiducia servendosi delle nuove strategie offerte da internet.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non per il fatto che io apprezzi più il suo partito di quello dei suoi avversari e nemmeno a causa della sua politica estera condotta fino ad ora. No, nulla ha importanza di tutto questo per un sentimento come l’amore.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non a causa della sua oratoria ipnotica che seduce le masse o delle nuove promesse sull’economia e sulle tasse fatte ai cittadini della più potente nazione della Terra. Cose tutto sommato irrilevanti per un affetto sincero.

Le voglio bene, Sig. Presidente, non perché lei abbia qualcosa in più di molti suoi predecessori oppure perché si distingua da essi per qualche speciale carisma nella leadership. Diceva il grande Abraham Lincoln che “potete ingannare tutti per un po’, potete ingannare qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre“.

Le voglio bene, Sig. Presidente non per il fatto che con la sua rielezione il mondo è rassicurato dal conoscere già il suo incoraggiante motto sulla fiducia del farcela insieme. Neppure per le parole contro ogni diseguaglianza o per la certezza che il meglio deve ancora venire. E nemmeno a causa delle emozioni toccanti che sa suscitare in chi l’ascolta quando parla della sua famiglia. Nulla di tutto questo motiva il mio affetto per lei.

Le voglio bene, Sig. Obama e non gliene vorrei di più neppure se avesse lo stesso coraggio e la forza del Presidente Andrew Jackson quando affrontò i banchieri a viso aperto: “Voi siete un covo di vipere – disse. Ho intenzione di distruggervi e, per il Padreterno, vi distruggerò. Se solo la gente sapesse la stoltezza del nostro sistema monetario e bancario ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina“. Lo sa anche lei, vero, che è proprio così ancora oggi?

Sì, lei può evitare una rivoluzione. La gente comincia a sapere e Lincoln ne era sicuro: non si può ingannare tutti per sempre.

Le voglio bene, Sig. Presidente.

 

E qui di seguito il testo in Inglese:

I love you Mr. President,

Believe me, not because you won the elections for a second term or for all the positive things you have done during  your first four years of presidential  term of office. And not thanks to your extraordinary capacity of convincing your country to renew the trust in you by using  internet strategies.

I love you Mr. President, not only because I value your Party  more than your opponents and neither for the international politics you’ve led since now. No none  of this is more important than a feeling such as love.

I love you Mr. President, not thanks to your hypnotic  eloquence winning  over crowds or of your promises made on the economy and taxes to the citizens of the most powerful country in the world. All in all this is not important for such a sincere feeling.

I love you Mr. President, not because you have got something more than most of your predecessors or because of a special charisma in the leadership  that makes you different from them. The great Abraham Lincoln said: “You may fool all the people some of the time, you can even fool some of the people all of the time, but you cannot fool all of the people all the time.”

After your re-election and thanks to your encouraging motto, the world  now feels confident about making it all together. Not even for the words against all the disparities nor  for the certainty that the best has still to come. And not even because of the moving emotions you can arouse  in those who listen to you talking  about your family. Nothing of this gives reason to my feelings  for you.

I love you Mr. Obama and I wouldn’t love you more even if you would be as brave and strong as President Andrew Jackson when he faced the United bankers : “ You are a vipers’ nest – he said. I mean to destroy  you  and, by God, I will destroy you. If only the people knew the foolishness of our monetary and  banking system there will be a revolution within tomorrow morning”. You know that it is the same even today, don’t you?

Yes, you can do it. You can prevent a revolution. The crowds are now becoming aware and Lincoln was right when saying: you cannot fool all of the people all the time.”

I love you Mr. President.

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Gruppo 02

Spendi l’Amore

Questo sito è nato da un’esortazione che avevo rivolto a me stesso: Vivi Amando!

Mi sembrava una buona strategia non solo per le grandi decisioni, ma per far fronte ad una quotidianità povera di vita autentica.

Continuo più che mai a ritenere che nulla meglio dell’Amore possa innalzarci alla consapevolezza che l’Essenziale è invisibile agli occhi.

Sì, il segreto è nella vista interiore, quella del cuore. E nell’Amore che sappiamo donare.

Ho trovato un testo, putroppo anonimo, che mi è piaciuto molto. Lo riproduco qui con la gratitudine all’anima meravigliosa che lo ha scritto:

 

“Spendi l’amore a piene mani!

L’amore è l’unico tesoro che si moltiplica per divisione:

è l’unico dono che aumenta quanto più ne sottrai.

È l’unica impresa nella quale più si spende più si guadagna:

regalalo, buttalo via, spargilo ai quattro venti,

vuotati le tasche,

scuoti il cesto,

capovolgi il bicchiere

e domani ne avrai più di prima”.

 

 

Una sfida. Per coraggiosi.

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Se riesci a non perdere la testa…

I grandi scrittori sanno trovare le parole per parlare al cuore. E le sanno disporre in modo tale che quando tu le incontri, esse ti stavano aspettando. Perché anche quando non ci pensi, la vita dentro di te ha qualcosa da dirti.

Ho trovato questa pagina di Rudyard Kipling e ho sentito la sua forza spirituale. Racconta la verità di ogni crescita. Aiuta ad avere pazienza. Indica una via sincera per la conquista della propria umanità.

“Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa;

Se riesci ad avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare;

Se riesci ad aspettare senza stancarti di aspettare, essendo calunniato a non rispondere con calunnie, o essendo odiato a non abbandonarti all’odio, pur non mostrandoti troppo buono né parlando troppo da saggio;

Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;

Se riesci, incontrando il Successo e la Sconfitta, a trattare questi due impostori allo stesso modo;

Se riesci a sopportare di sentire le verità che hai detto distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi, o vedere le cose per le quali hai dato la vita distrutte e umiliarti e ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;

Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie e rischiarle in un solo colpo a testa o croce, e perdere e ricominciare da dove iniziasti senza mai dire una parola sul quello che hai perduto;

Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più e a resistere quando ormai in te non c’è più niente tranne la tua Volontà che ripete “resisti”;

Se riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà o a passeggiare con i re senza perdere il tuo senso comune;

Se tanto amici che nemici non possono ferirti;

Se tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo;

Se riesci a colmare l’inesorabile minuto con un momento di 60 secondi tua è la Terra e tutto ciò che è in essa.

E quel che più conta, sarai un Uomo “figlio mio”.

 

 

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Reagire.

Ad ogni azione corrisponde una reazione. Ossia una forza uguale diretta in senso contrario. Un principio che ricordiamo tutti. Nella fisica è legge, nella vita di tutti i giorni spesso invece la reazione va sì in senso, in qualche modo, contrario, ma è tutt’altro che uguale. Perché nel mondo spirituale l’uguaglianza si misura diversamente.

Quotidianamente, azioni grandi e piccole, di vicini ed estranei, dirette o via mezzi d’informazione sollecitano le nostre reazioni. Anche quando non ne siamo consapevoli, noi reagiamo sempre. Perché siamo vivi.

E, verrebbe da dire, finché siamo vivi, perché i morti hanno un’apatia tale che nulla li scuote. Noi invece diamo sempre un cenno che l’azione è arrivata, foss’anche solo con un impercettibile battito di ciglia, a gradire ovvero di disappunto.

Non ci sfugge niente perché la vita tutto registra e annota, se quel che ci arriva è nella direzione del piacere oppure del dolore. La forza contraria non manca mai dicevo, anche quando non è apparente: è la sua natura che varia molto. Moltissimo.

Reagiamo in base a come giudichiamo l’azione. E il più delle volte scatta l’allarme attacco: ci sentiamo coinvolti. Di più, chiamati a giustificarci di quel che abbiamo fatto o non abbiamo fatto. Porca miseria!

Sì, perché giustificarsi  è una reazione da imputati. Possiamo con relativa tranquillità dire che Il più delle volte la nostra reazione è quella scomposta di chi si sente giudicato. Dalle persone e dagli eventi. Non che le persone ce l’abbiano con noi in particolare. Non che i fatti vicini o lontani di cui veniamo a conoscenza siano accaduti pensando a noi. Affatto. Tuttavia scattano le nostre reazioni.

Spesso queste sono una miscela che unisce più componenti, assemblati in percentuali varie e variabili anche a seconda del carattere, ma in cui non è impresa difficile trovare una qualche costante.

Oggi se non ti arrabbi non sei nessuno. Se non dai prova di insofferenza verso quelle azioni che non trovano il tuo consenso non sei persona di carattere. Se non mandi a quel paese il soggetto dell’azione con qualche parola colorita, la tua reazione è da perdente. In genere, quando i nervi sono instancabilmente a fior di pelle  adirarsi contro qualcuno o qualcosa è istintivo. Normale.

Questa sta però con altre reazioni meno verbali, ma di egual segno. Della stessa natura. Come manifestare, per esempio, vera o presunta indifferenza. Cioè restare in quel non me ne può fregare di meno che maschera la turbolenza interna dietro una parvenza di distacco emotivo.

Reagire ad una qualunque azione facendo finta di niente è pure una strategia ampiamente usata. Essa è sovente il passaggio evolutivo che porta dalla collera ad una sorta di rassegnazione che evita gli istintivi travasi di bile, avendo appreso dall’esperienza che quando ci si arrabbia non si sta bene.

L’azione e la reazione possono essere declinati anche sulla legge del taglione. Ebbene sì, mondo boia: occhio per occhio e dente per dente. Continuare a subire? Certamente no. Basta! Bisogna smettere di masticare amaro e farsi valere!       

La psicologia della reazione alle situazioni della vita potrebbe arricchirsi naturalmente di altre e approfondite considerazioni. Che dire di quell’atteggiamento orientato al meglio non sapere? Se funziona e ti fa sentire bene, usalo. Personalmente ritengo che la via dello struzzo e della testa sotto la sabbia sia un sentiero sterile, ma è degna di rispetto come ogni altra.

Come tutto nella vita, anche le reazioni sono una scelta. E, parer mio, una qualità da considerare per il valore di una risposta è il tasso di risentimento che resta in circolo dopo l’ira, l’indifferenza, il silenzioso disprezzo, la vendetta, la fuga. Sull’eredità lasciata da queste emozioni va fatta una valutazione  con sommo zelo, perché niente è più tossico del risentimento. Un veleno che uccide. Atrofizzando le ali della vita. Senza alcuna pietà.

Non potrai sottrarti alla legge: per ogni azione che incontrerai sulla tua strada ci sarà una reazione. Contraria, certamente. Quanto uguale, dipenderà da te. Che lo voglia o no, che tu lo ammetta o no, che ne sia consapevole oppure no, ogni giorno metti in atto una gran quantità di reazioni. Puoi scegliere tra quelle standard, collaudate da tempo e sotto i nostri occhi tutti i giorni.

Ma puoi anche scegliere la tua diversità. Puoi scegliere la tua reazione. Che non sia solo una forza contraria, ma sia una forza che viene da te, la tua forza. Fondata su una visione del mondo dove uguale significa utile al mio vero bene e a quello di tutti.

Ci vuole tempo e fatica per imparare a non reagire come tutti.

Soprattutto bisogna avere un motivo per farlo.

Un motivo tanto forte da farti sopportare anche critiche e rimproveri.

Ma con quali benefici!

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028 - Copia

Sai come liberarti dalle zecche?

Sì, dalle zecche che al mattino cercano di succhiarti la bellezza del giorno.

Sai, a volte basta niente a farci compiere un passo importante nella nostra crescita. Magari liberandoci dalle zecche. Non so se ti è mai capitato di imparare qualcosa di nuovo nel posto e nel momento dove mai te lo saresti aspettato, ma è un esperienza che fa riflettere.

Fa riflettere il fatto che ogni istante delle nostre giornate può portarci un messaggio. Direttamente dalla Vita che mai si arrende di chiamarci alla nostra espansione. Basta essere accoglienti e ricettivi a ciò che nutre la nostra anima, null’altro. Cosa in fondo molto semplice.

Stavo da un quarto d’ora vagando per casa, distratto e inconcludente, scioccamente pensieroso sulla zecca che avevo notato sulla testa di Ares (il mio terranova), quando la mia attenzione vien presa da un libro aperto sul tavolino vicino al frigorifero. Che strano! Cosa ci faceva lì? Mi chino e leggo.

“Nessuno di noi si è alzato con la sola forza del proprio polso.

Ce l’abbiamo fatta perché qualcuno si è chinato ad aiutarci”.

Poche semplici righe a margine di una fotografia molto simpatica raffigurante due mani sorridenti. Ma quanta verità!

Erano le parole di Thurgood Marshall e sentivo che mi stavano parlando al cuore. Mi stavano dicendo che quella mattina mi ero alzato e ancora non avevo compiuto l’azione più bella che potessi fare. Quella mattina mi ero alzato e mi ero scordato di ringraziare. Di esprimere gratitudine a tutti coloro che negli anni si erano chinati verso di me.

Allora ho mandato un pensiero riconoscente ad ogni volto sorridente che nel corso degli anni mi ha aiutato a farcela. Sai, soprattutto in quei periodi in cui piove forte e tu non hai tanta voglia di sorridere.

Poi ho guardato il mio polso e gli raccomandato di essere sempre ben disposto a chinarsi. Ad essere forte e generoso per aiutare qualcuno ogni volta che può.

Che bello che la Vita non permetta che ti preoccupi di una zecca!

Che bello ritrovarsi sereni semplicemente per aver ringraziato!

Sì, davvero la gratitudine è un grande antiparassitario. Efficace. Ecologico.

Namaste

 

 

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