Un grande onore per me essere stato nominato Docente CONI della Scuola Regionale dello Sport della Lombardia.

        Una responsabilità, testimoniare e insegnare i valori dello Sport.

        Il compito di farmi interprete dell’ispirazione di De Coubertin:

“Per ogni persona lo Sport è una possibile fonte di miglioramento interiore”.

      Il mio primo discorso da Docente CONI è stato un intervento scritto

LA DIDATTICA ADATTATA NEGLI SPORT DI COMBATTIMENTO
SEMINARIO – Lariofiere – Erba (CO) 8 ottobre 2016

Piccola relazione storica dell’approccio alle tre disabilità nello sport.

E nello sport di combattimento.

 

       Storia

Tutto ciò che accade ha una causa. E le cause che determinano gli eventi nella storia sono spesso esposte a incongruenze e difficoltà interpretative alle quali chi vuole capire deve umilmente inchinarsi.

In un momento in cui muove i primi passi l’ideologia eugenetica, in Europa si attua l’incontro tra lo sport e la disabilità. Quella sensoriale, innanzitutto. Nel 1924 si celebrano i Giochi silenziosi per i non udenti.

A fine Ottocento, la rivoluzione industriale con la sua frenetica attività produttiva fa crescere il desiderio di affiancare al lavoro alienante  un’esperienza di divertimento (disport, appunto). Lo sport si afferma progressivamente come fenomeno sociale che raggiunge e coinvolge le fasce popolari, allargandosi oltre l’élite borghese dei circoli sportivi riservati.

Nel 1896 si ha la prima celebrazione dei Giochi Olimpici dell’era moderna. Per quanto il canone olimpico decubertiano fosse centrato sull’atleta giovane, sano, di sesso maschile, la ricerca della  performance sviluppa tuttavia la dimensione della competizione all’interno del contesto ludico e della eticità del miglioramento interiore. Le discipline sportive si affermano intensamente anche come perseguimento ed esibizione di risultati: queste offrono se stesse sempre più come uno spettacolo fortemente coinvolgente a livello emotivo.

A inizio Novecento in Occidente vanno formandosi numerose società sportive e  lo sport trova apprezzamento come valido momento ricreativo, oasi settimanale di divertimento per protagonisti e spettatori. Oltre la spinta aggregativa che rafforza le identità locali, prende corpo il prestigio sportivo espresso nella sfida vinta, nella rivalità maschia, nel risultato raggiunto, nel superamento dei limiti, nell’affermazione di un sé individuale e collettivo.

E, contemporaneamente, l’Europa conosce l’esperienza tragica della disabilità diffusa: non più solo quella storica, congenita, e quella connessa agli incidenti sul lavoro, ma ormai anche quella devastante prodotta dalla guerra. Nella coscienza collettiva fa breccia la nuova consapevolezza della menomazione fisica prodotta dalla moderna tecnologia.

Come detto, la prima esperienza di incontro tra sport e disabilità è sancita nel 1924  e riguarda il deficit sensoriale dei non udenti. I Giochi Silenziosi, organizzati dal Comitato Internazionale degli Sport dei Sordi vennero svolti a Parigi. Se essi non comportano rilevante diversità rispetto alla pratica sportiva dei normodotati, diversi e più lunghi saranno invece i tempi e le modalità per le altre disabilità.

Bisogna attendere il 1944 e l’intuizione del dott. Guttmann perché dello sport si vedano le possibilità terapeutiche e ricreative per i reduci della Seconda guerra mondiale gravemente menomati fisicamente. Molti ex combattenti di entrambi i sessi con lesioni midollari o la perdita di arti troveranno  un’opportunità riabilitativa nella pratica di alcuni sport: da qui si arriverà all’organizzazione di un evento sportivo straordinario allo Stoke Mandeville Hospital per i disabili fisici durante le Olimpiadi di Londra del 1948. Era l’alba delle Paraolimpiadi, che vedranno la prima edizione a Roma nel 1960.

È solo invece agli inizi degli anni ’60 che si hanno le prime esperienze di eventi sportivi destinati alla disabilità intellettuale grazie a Eunice Kennedy Shriver e al suo campo estivo per disabili mentali organizzato nel 1962. Insieme ad Anne McGlone Burke diede poi origine ai Giochi Olimpici Speciali del 1968.

Compreso il valore dello sport per la cura della disabilità, inizialmente ancora compresa all’interno del paradigma medico, si cominciano a selezionare quindi gli sport proponibili ai disabili delle tre categorie. Nasce una lista, sempre in evoluzione, di sport individuali e di sport di squadra e, al contempo, si rendono necessari nuovi e più sofisticati interventi di modifica degli attrezzi, di adattamento dei campi di gara e di adeguamento dei regolamenti.

Il numero sempre maggiore di persone diversamente abili disponibili alla pratica sportiva chiede che siano meglio definite le categorie della disabilità. Così nel 1980 si ha la Classificazione Internazionale del Funzionamento (ICF) ad opera dell’OMS in modo da regolamentare le diverse espressività sportive per le  disabilità sensoriali, fisiche e intellettive.

Tra gli sport individuali emergono le opportunità terapeutiche e ludico ricreative degli sport di combattimento. La scherma in carrozzina è praticata in Inghilterra già nel secondo dopo guerra; il judo per ciechi e ipovendenti ha le prime esperienze negli anni ’70. Di pochi anni fa l’avvio dell’esperienza della scherma per non vedenti.

      Dalla Storia alla Profezia.

All’inizio del terzo millennio si è affermata una nuova consapevolezza riguardo alla disabilità. Essa può riguardare inesorabilmente se stessi o qualcuno della propria cerchia affettiva quasi in ogni momento della vita. Gli incidenti stradali costituiscono una fabbrica permanente di menomazioni e disabilità più o meno importanti. Oggi si parla della disabilità come della Terza nazione, con più di un miliardo di persone nei cinque continenti.

Senza che il paradigma medico abbia mai perso del tutto la sua forza, per un numero sempre crescente di diversamente abili lo sport rappresenta un’opportunità in più per l’affermazione di sé nel paradigma sociale.  Nella visione soggiacente alla Convenzione ONU del 2006 la disabilità è un rapporto sociale, tra le caratteristiche delle persone e la maggiore o minore capacità della società di tenerne conto. Si attesta la consapevolezza che la disabilità non è una condizione soggettiva delle persone, ma dipende da fattori ambientali e sociali oltre che da fattori individuali. La disabilità è una condizione che ogni persona vive nell’arco della propria vita (da bambino, da anziano e per diverse condizioni) ed appartiene a tutto il genere umano. Naturalmente, la disabilità è un concetto in evoluzione, che necessita di essere coniugato rispetto alle condizioni culturali e materiali di ogni paese.

L’offerta dell’opportunità sportiva alle diverse categorie di disabili deve perciò tener conto di alcuni capisaldi ormai fondamentali. E anche gli sport di combattimento dovranno interpretare la loro funzione sociale oltre all’aspetto medico e ludico-ricreativo. Non sarà senza importanza la chiarezza sulle nozioni di salute e di malattia, di normalità e di diversità in rapporto alle infinite abilità in cui le persone possono eccellere.

La Scherma e il Judo per persone diversamente abili valorizzeranno innanzitutto i sacrosanti principi della égalité des chances. Essendo spesso escluse e segregate, le persone con disabilità non hanno le stesse opportunità di scelta delle altre persone. Eguaglianza di opportunità, secondo le Regole Standard, significa che «i bisogni di ognuno e di tutti gli individui sono di eguale importanza», e «che questi bisogni devono diventare il fondamento per la pianificazione delle società»; perciò «tutte le risorse vanno impegnate in modo tale da assicurare che ogni individuo abbia le stesse opportunità per partecipare» alla società. Restando sempre attenti all’idea cardine di accessibilità che ha trovato riconoscimento nel concetto di Universal Disign.

La pratica della Scherma e del Judo da parte della persona disabile sarà solidamente fondata sulla sua non discriminazione. Essa ha gli stessi diritti umani di tutte le persone e deve essere sostenuta nell’acquisizione di autonomia, autodeterminazione, indipendenza e interindipendenza. Perciò anche in ambito sportivo l’inclusione sociale sarà ammessa come un diritto basato sulla piena partecipazione delle persone con disabilità in tutti gli ambiti della vita, su base di eguaglianza. In attuazione del principio “Niente su di noi senza di noi”.

Lo sport tutto e quello di combattimento che qui ci riguarda direttamente avrà il profetico impegno ad includere la condizione di disabilità come una delle tante diversità che contraddistinguono gli esseri umani, riportando la condizione di disabilità tra le caratteristiche ordinarie delle persone e rimuovendo lo stigma sociale negativo.

In questo quadro generale sarà importante collocare le specificità degli sport di combattimento praticati dalle persone disabili. Di seguito alcune piste su cui concentrare l’attenzione:

–  Gli sport di combattimento comportano la presenza di un avversario e perciò sarà utile una chiarezza concettuale sull’idea stessa di combattimento: quell’idea che l’atleta esprime e mette in atto nel corso della competizione.

–  Il gesto atletico non perde il suo valore,ma da quando l’agonismo ha incluso dapprima le donne, in seguito gli atleti anziani e, infine, quelli disabili, lo stereotipo olimpico è cambiato. Il valore del miglioramento di sé si vuole prevalga sulla spasmodica ricerca del superamento dell’avversario, facendo in ogni istante esperienza della consapevolezza di sé e del proprio essere persona. Sperimentando la propria abilità nella lettura dell’avversario.

– Il contatto e il confronto con l’avversario poi, fisico diretto o mediato da un’arma, rappresenta un’ulteriore esperienza fondante dello sport di combattimento che la persona disabile è chiamata a sperimentare nella modalità permessa dal proprio deficit. Via obbligatoria questa alla sensazione di appagamento data dal patos del combattimento dove si attua la vera nozione di superamento dell’avversario.

–  Di grande effetto pedagogico e motivazionale può essere considerata la focalizzazione dell’impegno verso l’acquisizione di una competenza. La leva sulle capacità psichiche e motorie residue e sul potenziale si uniscono al concetto di utilità meta-sportiva, fruibile e spendibile in altri ambiti della vita.

–  Descrivere la competizione come momento di gestione della paura (di perdere, ma anche di vincere) può opportunamente accompagnarsi al suo essere espressione del piacere del gioco. Si ristruttura in tal mondo il timore per l’equivalenza sconfitta-fallimento.

–  La cura portata sul rilassamento farà in modo che la concentrazione per lo sviluppo delle proprie abilità tecniche nella competizione trovi nella pratica della corretta respirazione un’autentica esperienza di affermazione del proprio valore come atleta oltre che come persona. Il primato è sempre dato al superamento del proprio supposto limite.

–  Che si accentuino l’orientamento nello spazio o la coordinazione oculo-manuale, l’equilibrio nella deambulazione o la rapidità reattiva, l’incremento della forza muscolare o la resistenza alla fatica, l’incremento globale delle capacità sensoriali o l’affinamento e l’organizzazione delle conoscenze,  sempre si tratta di crescita psico-motoria, elementare o complessa, che contribuisce alla creazione, costruzione o ricostruzione della propria identità.

–  Se negli sport individuali e di combattimento paiono meno accentuati la socializzazione e lo spirito di squadra, l’esperienza della competizione porta alla scoperta delle risorse personali potenziali, ad una maggiore stima di sé e allo sviluppo della propria intelligenza emotiva. Si coltiva l’apprendimento dalle proprie esperienze.

La persona disabile può trovare nello sport di combattimento un evento di crescita personale che forma la propria autostima, contribuendo, come per ogni persona normodotata, alla pratica di vivere consapevolmente, alla pratica dell’accettazione di sé, del senso di responsabilità, dell’affermazione di sé, di darsi un obiettivo e dell’integrità personale.

 

Prof. Mauro Turrini

                                                                   Dottore della Sorbona in Storia della Filosofia

                                                                 Docente CONI della Scuola Regionale dello Sport