WhatsApp

Dove abiti? In WhatsApp.

Nessun bisogno di presentazione: buona parte del pianeta sa cos’è WhatsApp. Lo usa nei più svariati modi: grandi e piccoli sembrano divertirsi e il mondo è – apparentemente – più unito.

Non che i concorrenti scherzino nell’aver spalancato le porte effervescenti delle chat, ma questa piccola icona verde ha un fascino che ha travolto tanti. Sì, qualcosa di particolare. Oltre il fascino della novità.

Anch’io lo uso e lo saluto piacevolmente come una pietra miliare per soddisfare il bisogno sempre crescente di comunicazione, ossia, come la parola stessa dice, mettere in comune. Sì, fare partecipe qualcuno di qualche informazione. Riguardo a se stessi o ad altri. O ad altro. Diceva Calvino che comunicare è condividere. E qualsiasi cosa condivisa raddoppia il piacere.

Sì, siamo ormai nella vertigine della comunicazione: trasmettere, partecipare, diffondere. E, parola magica, appunto condividere. Sfidando i limiti dello spazio e del tempo, sulla strada dell’appagamento della propria inquietudine.

Condividere qualunque cosa: parole e immagini, video e informazioni di ogni genere. Anche – con licenza – innumerevoli stupidate. A qualunque ora del giorno e della notte. In qualsiasi parte del mondo, in pochi rapidissimi secondi. Grande WhatsApp! Grazie comunque anche quando la condivisione ha qualcosa di poco chiaro, intrigante e nascosto, con risvolti emotivi acuti ed intimi. Oppure attuata con secondi fini, con scivolamenti nelle melme torbide delle umane relazioni, dove sono in agguato inganno, raggiro o semplice ingenuità.

WhatsApp, un amore di chat offerto senza costi a tantissimi uomini e donne! E qualcuno se n’è innamorato perdutamente. Alla domanda: “Scusa, dove abiti?” molti non lo sanno ancora verbalizzare, ma vivono ormai lì. In WhatsApp. Si alzano e cominciano la loro quotidiana avventura comunicativa. E relazionale. E tutto il giorno lì, a volte nascostamente al lavoro o a scuola, altre spudoratamente ovunque. Altre ancora con il brivido della curiosità e del proibito.

Ampia o stretta che sia, la ragnatela di contatti si intesse nel corso del giorno. Naturalmente ci sono gli interlocutori privilegiati, sui quali si inserisce sempre qualcun altro per ragioni professionali, familiari o amicali. O semplicemente perché ti vedono on line, o sanno che ci stai volentieri a fare due chiacchiere scritte. E ti perdi mezza mattina in cosucce. Una parte di pomeriggio in ciò che – stringi stingi – non merita più di 5 muniti. Non sempre e non per tutti, il regno dei whatsappisiti è la sera o la notte.

Puoi sapere se il tuo messaggio è stato letto oppure no e da quanto tempo il tuo contatto non accede… Insomma un gioco anche di controllo, soprattutto quando si tratta di figli, mariti o mogli, amanti di vario livello, flirt sovente solo virtuali.

La discriminante nell’uso degli strumenti è la semplice e limpida consapevolezza della loro utilità. Tutti conosciamo il naturale scopo di una matita. Può diventare fatale se infissa invece inopportunamente con violenza in un occhio.

Caro WhatsApp, voglio ringraziarti perché ci sei. Grazie per quel mi hai permesso di comunicare e delle parole, delle immagini bellissime e delle emozioni che ho potuto ricevere attraverso di te.

Ma sappi che per apprezzarti meglio, ti prendo a piccole dosi. Soprattutto non permetterò che il tuo uso inconsapevole mi porti ad abitare da te. Grazie. Io al momento preferisco abitare… da me.

I pochi amici e le pochissime persone veramente care, compresa l’unica che conta davvero tanto nella tua vita… incontrali dal vivo. Scegli il tempo per loro. Sentirai l’energia che ti avvolge: nei legami più profondi sono assenti nodi e corde, eppure nessuno può scioglierli. Che bello!

Se puoi parlare direttamente con chi è parte del tuo cuore, fallo: pur nel rispetto che mai deve mancare, cerca il contatto fisico. Abbraccia, accarezza, guarda, bacia. Se per qualche tempo non è possibile respirarsi … parla al telefono.

Qualche mese fa non era così. I miei contatti giornalieri di WhatsApp era raro che fossero più di uno. A volte potevo trascorrere anche tre giorni senza l’avviso di un messaggio arrivato o senza il bisogno di raggiungere qualcuno. Poi in poche settimane una vera escalation. Mi si diceva… per comodità. Gli sms costano. Le telefonate pure e spesso sono imbarazzanti.

In realtà l’impressione è che stesse affermandosi una nuova forma di narcosi. Un nuovo oppiaceo per addormentare la quotidianità ordinaria (o faticosa o noiosa o tante altre cose che ciascuno può sapere). Così piace sentire il tepore di essere in contatto con qualcuno. Non essere soli. Qualche parola lusinghiera, un po’ di virtualità alla mancanza di coraggio di una vita relazionale da vivere… fisicamente.
Un’opinione, naturalmente.

Canto di chimera quel brusio continuo dall’alba al tramonto e poi di nuovo all’alba, con i telefoni in carica per non perdesi nulla, magari neanche nella notte. Lo scenario è però quello noto… il timore del silenzio. Di vedersi dentro. Di stare in compagnia di se stessi.
Mi piace la tecnologia e in essa vedo l’ingegno umano. Ma per certi versi sono un uomo all’antica e uno dei miei maestri è stato Pitagora. Diceva così:

Uomo che ami Parlare molto:
Ascolta e diventerai simile al saggio.
L’inizio della saggezza è il Silenzio.

E vale anche per le donne naturalmente ricordare che aprendo gli occhi si impara più che aprendo la bocca.
Così io ho fatto la mia scelta. Alle 22, spengo il telefono. Se non fosse per ragioni professionali e di responsabilità lo farei anche prima. Ma bene così.

Caro WhatsApp, ti voglio bene per quel che di nobile comunicazione permetti nel mondo. Hai un grande forza. Perfino i tratti ammalianti di una meretrice cui è difficile resistere.

Ma io non abito da te. Sto molto bene con me.

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Credi che sarà felice quest’Anno Nuovo?

Nel periodo di Natale e  di Capodanno si vivono momenti unici nell’anno. Perché le persone hanno qualcosa che non hanno in altri momenti. O forse sì, ma nei giorni della luce nuova e del nuovo gennaio si esprime di più e meglio lo stato d’animo della speranza. Sentimento umano che accomuna nella fiducia che tutto andrà meglio.

E si assistono a siparietti inediti e simpatici tra le bancarelle o si rivivono scene lette in qualche libro molti anni prima. Comunque sia, è istruttivo per ogni mente aperta ascoltare le persone che comunicano le loro speranze. Le speranze racchiuse nel loro cuore, fatte di parole che portano a riflessione. Parole attraversate spesso dal desiderio di un po’ calore nel gelo di pensieri infreddoliti dalla sfiducia.

Su un banchetto fatto di cavalletti e assi ricoperte di un panno rosso vivo, erano disposti attraversati ad arte da strenne dorate decine di calendari di ogni dimensione e prezzo. Un signore già brizzolato con cappello e sciarpa e dalla voce squillante richiamava l’attenzione dei passanti:
“Calendari, calendari per il nuovo anno.  Lunari e calendari nuovi”. Mi sono ricordato di un dialogo avvenuto in circostanze simili parecchi anni fa tra un venditore e un passante. Accadde più o meno questo:

Vend. : Non ha bisogno, signore, di un calendario?
Pass. : Sono i calendari per l’anno nuovo?
Vend. :  Sì, signore.
Pass. : Lei crede che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend. : O, caro signore, sì, certo.
Pass. : Come quest’anno passato?
Vend. : Di più. Molto di più.
Pass. : Come quello prima allora?
Vend. : Di più anche di quello, certamente.
Pass. : Ma come qual altro? Non le piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi ultimi?
Vend. : Per la carità, non ne parliamo neppure. Non vorrei proprio.
Pass. : Posso chiederle quanti  anni nuovi sono passati da quando vende calendari?
Vend.:  Non saprei dirle di preciso, ma penso che saranno più o meno vent’anni.
Pass. : A quale di questi vent’anni vorrebbe che somigliasse l’anno venturo?
Vend. : Io? Non saprei.
Pass. : Non si ricorda di nessun anno in particolare, che le  sembri essere stato felice?
Vend. : Se vuole che sia sincero, no.
Pass. : Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend. : Ah, beh sì, questo si sa.
Pass. : Voglio farle una domanda: non tornerebbe lei a vivere questi ultimi vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando tutto dalla nascita?
Vend. : Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse farlo.
Pass. : Ma anche se avesse a rifare la vita che ha fatto, né più né meno con tutti i piaceri e i dispiaceri che ha avuto?
Vend. : No, no, questo non lo vorrei proprio.
Pass. : Non capisco. E che altra vita vorrebbe rifare allora? La vita che ho fatta io o quella di un ricco o di chi altro? O non crede che sia io che un ricco e chiunque altro risponderebbe proprio come lei? E che nessuno vorrebbe tornare indietro a fare la stessa vita che ha fatto?
Vend. : Lo credo proprio.
Pass. : Neanche lei tornerebbe indietro a questa condizione, non potendo naturalmente fare in altro modo?
Vend. : No, caro signore. No davvero, non tornerei proprio indietro.
Pass. : Ma allora che vita vorrebbe lei?
Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senza altre condizioni.
Pass. : Dunque una vita a caso, senza sapere niente in anticipo, così come non si sa niente dell’anno nuovo?
Vend. : Appunto.
Pass. : E quel che vorrei anch’io  se potessi rivivere. E così tutti.
Però da questo capisco che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno ritiene che fino ad ora sia stato più o di maggior peso il male che gli è toccato che il bene: con la condizione di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere.
Quella vita che diciamo essere una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma quella futura.
Ma con il nuovo anno, il caso incomincerà a trattar bene lei e me e tutti gli altri, e comincerà per tutti una vita felice. Non è vero?
Vend. : Speriamo.
Pass. : Allora mi mostri il calendario più bello che ha.
Vend. : Eccolo, caro signore. Questo costa settanta euro.
Pass. : Ecco a lei i settanta euro.
Vend. : Grazie infinite e a rivederla. Calendari, calendari nuovi. Calendari per il Nuovo Anno.

Avrai riconosciuto qui, pur con qualche adattamento, quel racconto di Giacomo Leopardi che abbiamo letto da ragazzi a scuola. Forse allora pensavamo che fosse un’altra pagina di un pessimismo che ci piaceva poco. Oggi possiamo vederci qualche insegnamento utile alla nostra crescita. Alla crescita della nostra consapevolezza riguardo alla Vita.

Due uomini e un calendario. Un nuovo anno. Domande. Tu risponderesti allo stesso modo?

Domande sulla vita. E come sempre un vortice di emozioni tra passato e futuro. Tra quel che non si vuole più e quel che si spera. Tra una storia da non ripetere e un nuovo scenario di felicità sperata. Illusione? Dipende da te. Tutto dipende da te. Davanti a questo dialogo dovrai fare le tue scelte.
Io mi sono posto tre serie di domande… pratiche. Le pongo a te, fiducioso che possano esserti di aiuto.

1. Cosa credi del tuo passato? Pensi che non sia stata bella la tua vita fino ad ora? Più male che bene? In ogni caso da non rivivere? Le risposte che darai saranno importanti per la tua crescita. La rabbia ti frenerà, il perdono ti porterà in alto. In ogni caso, sappi che è stata la TUA vita. Ringrazia tutti gli anni che hai vissuto. Amali per quel che ti hanno dato.

2. Cosa ti aspetti dal futuro? Continui ad avere la speranza vaga e confusa che le cose andranno meglio? Stesso film degli anni precedenti a raccontarti illusioni? Ricorda che crescerai se il futuro non sarà la riedizione camuffata del già accaduto e sceglierai l’assunzione della responsabilità sui tuoi atteggiamenti mentali, adesso. Sii consapevole che il futuro non esiste. Comunque non ancora. Scegli il presente.

3. Da dove pensi di cominciare? Da dove vuoi far iniziare il nuovo corso della tua vita? Hai una pluralità di scelte naturalmente, ma scegliere quella prioritaria ti renderà più agevole l’avvio. E il seguito del cammino. Perché non cominci da te? Riparti da te: mi pare una buona idea.

E per il calendario puoi spendere quanto vuoi. Uno bello fa effetto.

Io ne ho scelto uno con un giorno solo.

Mi piace ricordarmi che esiste solo il Presente.

Un abbraccio.

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Natale: una data, un simbolo? Una luce nuova nel cuore.

Ci sono tradizioni che appartengono ai nostri sentimenti. Sono nel ritmo del respiro delle nostre anime. Sono le abitudini che ripetiamo nel ciclo annuale delle stagioni e che ci fanno arrivare a dicembre quando la fine di un anno che se ne va si accompagna alla novità dei regali che ci sorridono. Ma il regalo più atteso non giunge quasi mai. Non cambiamo dentro. Restiamo chi siamo stati.

Capita anche a te di sentire che un nuovo Natale è un’abitudine diversa dalle altre? Senti anche tu come me che non è questione di essere “più buoni” ma di “diventare se stessi”? Sì, finalmente l’uomo o la donna che vogliamo essere.

Non è tanto importate che tu sia religioso o meno, credente in qualcosa o in Qualcuno di cui senti la presenza nella tua vita. Conta poco, a me pare, un’etichetta di appartenenza. In questi giorni non si festeggia un bambino che nasce. Si celebra l’Umanità che si illumina.

Non è importante una data in sé. Conta ciò che rappresenta. In ogni caso, il 25 dicembre non è il compleanno di Gesù di Nazareth che è nato sempre e sempre vive. Il Natale è una festa di luce che travalica ogni religione. È la celebrazione che accoglie il solstizio d’inverno: esultano gli animi al giorno che vince la notte. La luce inizia la sua risalita e rende il buio meno lungo.
Chi credeva nel Cristo di Dio vide che il bambinello della mangiatoia di Betlemme era la luce del mondo, quella che eleva alla gioia della verità. Si celebrava il Parola fatta carne e il nuovo corso dell’Umanità: il 25 dicembre divenne la data della Festa della Luce. Che si rallegrino gli occhi con l’Albero o con il Presepe o con altri addobbi di fiori e frutti, questo giorno è come un canto. Sì, quello dell’Umanità che si apre alla luce. La luce degli astri. E quella negli occhi. E quella della mente e del cuore che accolgono la novità.

Quella luce che trasformò nell’intimo il Sig. Scrooge! In una notte. Notte di cambiamento. Intimo e profondo.
È toccante questo racconto di Charles Dickens! Se già non lo conosci, ti riporto qui  rapidamente una sintesi di questo Canto di Natale che mi è piaciuta. Il protagonista è il Sig. Scrooge, un ricco e avaro finanziere di Londra, tirchio al punto da non spendere nulla nemmeno per sé. Egli rimprovera Dio stesso per aver creato il riposo domenicale che intralcia il commercio e il guadagno: per lui il Natale è una perdita di tempo.

…Quest’uomo è talmente infastidito dalle festività che costringe il suo umile impiegato, al quale dà uno stipendio da fame, a presentarsi al lavoro anche il giorno prima di Natale. Per strada risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri, incluso l’affettuoso nipote  che invano lo prega di pranzare con la sua famiglia. Sembra proprio che l’unica compagnia che conti per Scrooge sia quella della sua cassaforte. E infatti per questo suo accanito interessamento ai soldi è una persona poco amata da tutti i cittadini.

Ma accade qualcosa di imprevisto. La sera della vigilia di Natale, mentre sta rincasando, gli sembra di intravedere specchiato nel battiporta del portone il volto del suo defunto socio in affari, Jacob Marley, morto sette anni prima. Una visione che lo turba profondamente.
Rinchiusosi nella sua vecchia casa, comincia a percepire dei rumori strani: ora quello di un carro funebre che si trascina invisibile sulle scale avvolte nel buio, ora un rumore di catene nella cantina, infine vede oscillare da sola una campanella collegata alla deserta camera antistante, trascinando tutte le altre della casa in un suono assordante e spaventoso.

A questo punto si apre una porta, e compare il fantasma di Marley! Una visione tremenda, tanto più terrificante in quanto, scoperte le bende per mostrare il volto, cade la mascella dal viso. Intorno alla vita, una catena forgiata di lucchetti, timbri, assegni, e tutto quel materiale che, secondo l’ammissione di Marley, lo ha distolto dal fare del bene agli altri accumulando denaro tutto per sé: il rimpianto per aver vissuto chiuso nel proprio egoismo lontano dalle persone che amava e che lo amavano costituisce la sua pena eterna, una dannazione che lo costringe a vagare per il mondo senza potere vedere la luce divina.
Il solo sollievo è ammonire Scrooge, perché la catena che si sta forgiando è ben più lunga e pesante della sua. Se andrà avanti così, anche lui subirà la stessa sorte: Marley gli annuncia allora la visita imminente di tre spiriti: uno che incarna i Natali passati, un altro quello presente e l’ultimo il Natale futuro.

1. Un fantasma circondato da una corona di luce che si sprigiona dal capo, facendolo assomigliare a una candela e con in mano un cappello in forma di spegnitoio, lo riporta indietro nel passato a rivisitare la propria infanzia dimenticata: in una scena è bambino sui banchi di scuola, mandato a studiare in collegio dal padre, che lo ha voluto allontanare dalla famiglia: era solo, triste, senza amici, studia in un’aula buia. In un’altra scena, qualche tempo più tardi arriva la sua sorellina, tornata per riportarlo a casa, dopo avere convinto il padre a riprenderlo in famiglia.

È un momento felice, un abbraccio tra i due, stretti da un affetto immenso, con il giovane Scrooge che salta di gioia: è il momento in cui le ruvide labbra del vecchio Scrooge abbozzano un sorriso. Qualche anno dopo è ammesso a fare l’apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Sig. Fezziwig.

Anche qui è Natale, ma Fezziwig fa chiudere l’ufficio prima del tempo e invita i ragazzi a seguirlo a casa sua dove fa una festa sontuosa: nelle piccole follie natalizie dell’allegra compagnia cadono le differenze di classe, si canta e gioca tutti quanti, bambini, giovani e anziani. Fezziwig e la moglie sono degli anfitrioni imbattibili, scherzano e fanno i pagliacci.

Durante il ballo Scrooge conosce Belle, quella che diventerà la sua ragazza. Le promette di sposarla: ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo e il suo cuore diventerà sempre più arido. Scrooge grida davanti alla visione di se stesso in preda all’egoismo, sa che sta commettendo l’errore fatale della sua vita e implora l’ombra del giovane Ebenezer di non lasciarla, di correrle dietro, ma invano: il suo alter ego non lo può udire.

Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. Molto più tardi, Scrooge assiste a una cena di Natale: riconosce la sua ex ragazza ormai sposata da anni, con tanti figli, povera ma felice. Fa un sarcastico commento su Scrooge al marito. È appena arrivata la notizia che Marley è abbandonato sul letto di morte, neanche il suo amico è lì per confortarlo. Preso dal rimorso, Scrooge schiaccia il copricapo sulla testa del fantasma fino a farlo scomparire: ma la luce chiusa nel cappello inonda tutto il pavimento come un diluvio terrorizzando il vecchio.

2. Il fantasma del Natale Attuale. Scrooge si trova improvvisamente nella sua camera da letto e dorme fino alla notte seguente.
Dopo essersi destato, incontra il secondo spirito, quello del Natale Presente, che appare come un uomo di dimensioni enormi. Questo spettro conduce Scrooge dalla famiglia del suo dipendente Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale: sono tutti felici anche il piccolo e storpio Tiny Tim sebbene vivano in condizioni misere.

Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale: un gruppo di minatori che intonano un canto di Natale attorno a un focolare, due guardiani di un faro che brindando e cantando sempre attorno a un fuoco si scambiano un Buon Natale e dei marinai su un bastimento in mezzo all’oceano che si scambiano gli auguri e che dedicano un pensiero ai loro cari. Scrooge è molto stupito da ciò che ha appena visto.
Infine Scrooge e lo spettro sono nella casa di Fred, nipote di Scrooge, che sta passando il Natale in allegria con i suoi amici. Fred deride suo zio perché egli insinua che il Natale sia una fesseria. Lo spettro a questo punto si congeda e Scrooge si ritrova ancora nella sua stanza da letto.

3. Il terzo spirito, quello del Natale Futuro, si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Invano Scrooge chiede che parli, la figura è silenziosa, e lo guida solo con un dito.
Siamo ancora a Londra, e Scrooge assiste a diverse scene il cui argomento è la morte di un vecchio tirchio, deriso da tutti. Due banchieri della city parlano del suo prossimo funerale: mentre uno afferma di andarvi per puro dovere, l’altro, schernendo la tirchieria del defunto, è interessato soltanto a rifarsi a sue spese con la cena gratis del funerale.

Un povero padre che era debitore al vecchio non nasconde alla famiglia il sollievo per la sua morte perché a chiunque saranno trasferiti i debiti, il futuro creditore sarà sempre più buono di lui. In un negozio di rigattiere, i servi del defunto si dividono tutto quello che hanno potuto rubare in casa sua, incluse le tende del baldacchino che ne proteggevano il corpo e la camicia sottratta dal suo abito funebre: l’ammontare totale è venduto al rigattiere tra le risate di tutti.

Intanto un profondo dolore ha colpito la famiglia del suo dipendente Bob Cratchit: Tiny Tim è morto di stenti. È lutto profondo, dolore immenso.
Scrooge vorrebbe sapere chi è il vecchio tanto odiato da tutti, ma quando il fantasma lo porta davanti al capezzale non osa scoprire il lenzuolo che ne ricopre interamente la salma. Scrooge vede che la sua casa è stata venduta, e pure la sua ditta, vorrebbe entrare, ma il fantasma indica invece un’altra direzione: Scrooge entra nel cimitero, dove la mano dello spettro indica una lapide con scritto Ebenezer Scrooge. Il pentimento è completo, il messaggio è andato fino in fondo al cuore di Scrooge.

Ed ecco il cambiamento. Scrooge si ritrova nel suo letto e scopre che è mattina presto, il Natale ha fatto il suo ingresso, glielo conferma un ragazzo che passa sotto la sua finestra. Forte della lezione ricevuta manda il ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e trova la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Natale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita. Passava per le strade e gridava sorridente: “Buon Natale! Sono cambiato”! E ripeteva ad ognuno: “Sono cambiato! Buon Natale”.

La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo del suo dipendente Bob Cratchit che si presenta in ritardo e ancora ignaro del cambiamento del suo datore di lavoro, in un primo momento lo prende per pazzo ma Scrooge lo tratta da quel momento da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e le vacanze tanto meritate scusandosi con lui. Si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, che guarisce. Con i Cratchit si instaura un profondo legame di amicizia.
Da allora Scrooge diventa una persona molto amata, e trova finalmente la pace dell’anima...

Né tu, né io siamo probabilmente aridi come il Sig. Scrooge. Non ho la visita di fantasmi che mi inquietano, ma sono grato a tutto ciò che mi racconta che posso cambiare. Che posso cambiare ancora. Che posso cambiare sempre. E che tutto può accadere in una notte. Voglio sentire che il passato se ne va senza rimorsi e senza rimpianti, che il futuro non mi inquieta né mi spaventa.
Voglio che questo giorno di luce segni un nuovo passo nell’amore. Nell’Amore quello grande. Lo desidero per me e lo auguro di tutto cuore anche a te.

Buon Natale! Sono cambiato!

E che possiamo dire insieme con gioia: ci ha cambiato l’Amore!

Un abbraccio grande. Luminoso.

Mauro.

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Ridere - ridere - ridere

Successo: ti stiamo cercando. Sei tu il nostro grande amore?

Inutile stare a girarci attorno, tutti stiamo cercando da più o meno tempo questo grande amore che chiamiamo… SUCCESSO. Lo cerchiamo quasi come si cerca il grande amore della propria vita. Non so tu, ma in certi momenti a me appariva come l’ambizione a raggiungere qualcosa di indeterminato, ma comunque bello. Sai, succede di perdere la testa per il successo. Di fare stramberie. Quando non vere e proprie stupidate.

Non so a te, ma a me  succedeva un po’ quello che diceva in una recente intervista un illustre personaggio di grande cultura e scienza dall’alto dei suoi meravigliosi 97 anni: “La maggior parte  delle persone non sa dove va, ma ci sta andando di corsa”.

Perché cerchiamo il successo? Perché pensiamo di non averlo. Sembra evidente, eppure non consideriamo per nulla il fatto di averlo già. Mi son visto a volte inquieto corridore in una maratona che non sapevo dove avrebbe avuto fine. Lo so, è situazione di tanti e infatti mi sono sempre sentito in buona compagnia. Quella di inconsapevoli ricercatori di un successo tanto intrigante quanto vago: il più delle volte un grande amore senza né volto né nome.

Allora diciamolo apertamente: anche tu come me e tanti altri siamo ammaliati dal successo, inebriati dal suo profumo. In apnea solo al suo pensiero, sconquassati da tachicardie improvvise, sbattuti da sobbalzi ormonali non sempre controllabili.  E sia, nulla di grave. Anche nella tua testa il successo è il punto di arrivo al quale pensi? Con un po’ di ossessione, magari? Condita da qualche piccolo nervosismo quotidiano?

E bada, poco importa come tu lo intenda il successo. Forse lo chiami ricchezza, ottima salute, indipendenza economica, performances sessuali, affari brillanti, fama, affermazione professionale, serenità famigliare, titoli e riconoscimenti. O come riassunto di tutto: ogni cosa che ai tuoi occhi rappresenta la felicità. Può avere tanti nomi e tanti volti il successo.

Sicuro. Ma forse è necessario introdurre un punto di vista diverso affinché il successo sia visto meno come stressante conquista di qualcosa che non abbiamo e più come un nuovo modo di essere che si fa strada dentro di noi. Prospettiva questa spesso trascurata, quando non ignorata, che tuttavia ha il grande vantaggio di “umanizzare” il successo.
Ripeto, comunque tu lo intenda, tu, come me, come tutti, cerchi il successo. Perché esso è insito nella nostra natura, fatta per l’espansione verso la pienezza di quello che siamo. Vogliamo cose belle. Le desideriamo. Le vogliamo raggiungere. Spasimi e tensioni nella conquista, sforzi e “sacrifici” per qualcosa che continua a stuzzicarci l’appetito.

E invece il più delle volte non ci riusciamo. Tendiamo la mano verso il frutto che non vuol saperne di diventare nostro. La nostra amata non ci degna neppure di un bacio, il nostro adorato è poco interessato al nostro letto. Sembrerebbe la storia di un innamoramento a senso unico e forse lo è. Parrebbe una cotta da sballo… destinata purtroppo spesso alla frustrazione del non essere corrisposti. Con delusione, quando non avvilimento, e parolacce. Lesioni emotive e calci nello stomaco alla nostra autostima.

Magari fossimo spiritosi al punto da ridere di noi stessi e dire semplicemente “Oh, rabbia” come il simpatico orsetto Winny the Pooh. No, per noi è una questione seria. Molto seria. La conquista del successo è per noi una questione di vita o di morte. Oltre che di prestigio famigliare e sociale. Essere uomini e donne di successo ha un fascino troppo grande per rinunciarvi o arrendersi!

E infatti, a parer mio, non è questione di rinunciarvi. Neanche morto mi arrenderò. Però c’è qualcosa d’altro che bisogna aggiungere e che si scopre crescendo: il successo non è la conquista di cose da avere ma uno stato mentale nel quale essere. Sono stato talmente sorpreso da questa illuminazione che riflessione dopo riflessione mi si è tracciata davanti una strada. Una percorso tanto inatteso quanto meravigliosamente efficace. Ora so da dove partire per intendere correttamente il successo. E me lo sono scritto in un libro, per me e per gli altri.

Ah, quanto mi piace la prospettiva del filosofo Ralph Waldo Emerson: Ridere spesso e di gusto; ottenere il rispetto delle persone intelligenti e l’affetto dei bambini; prestare orecchio alle lodi dei critici sinceri e sopportare il tradimento dei falsi amici; apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola curata o del riscatto di una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito. Ecco, questo è avere successo”.

Sì, adesso anch’io trovo che questo sia avere successo! Sto smettendo di inseguire cose da avere e lavoro per l’affermazione di nuovi modi di essere. Il primo e più importante di questi mi pare l’amore. Sì, lui è la mia passione. Lui sia il percorso che ci innalza al Successo supremo, all’Amor che move il sol e l’altre stelle.
Dove tutto è limpido bene. Dove tutto è Abbondanza. Gioia e pienezza di sentirci uniti e felici nel Tutto. A prescindere.

Il mio motto lo conosci. Vivi Amando.

Un abbraccio. Grande.

Mauro

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Todo y Nada

Nada y Todo

Al Tutto, attraversando la Notte oscura del Niente!

 

Da uno dei più grandi poeti spagnoli, il più sconvolgente e profondo percorso

di Crescita Personale che mai sia stato proposto.

Possibile a tutti. Una scelta di pochi.

Nada y Todo

 

 

 

Per giungere a gustare il TUTTO,

               non cercare il gusto in NIENTE.

 

Per giungere al possesso del TUTTO,

               non voler possedere NIENTE.

 

Per giungere ad essere TUTTO,

               non voler essere NIENTE.

 

Per giungere alla conoscenza del TUTTO,

               non cercare di sapere qualche cosa in NIENTE.

 

Per venire a ciò che ORA NON GODI,

               devi passare per dove non godi.

 

Per giungere a ciò che NON SAI,

               devi passare per dove non sai.

 

Per giungere al possesso di ciò che NON HAI,

               devi passare per dove ora niente hai.

 

Per giungere a ciò che NON SEI,

                devi passare per dove ora non sei

(Juan de la Cruz)

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I Biglietti dell’Armonia

 

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria.

Anzi di antico.

Nell’aria ci sono i Biglietti dell’Armonia.

E presto saranno anche nelle tue mani.

 

Ti ho scritto una lettera.

 

Saluto l’armonia in te.

Ti giunga il mio sorriso, ovunque tu sia!

A te donna stupenda,  per te uomo meraviglioso!

Nessuna distanza è abbastanza grande da separare chi è amato dallo stesso cielo, chi respira nell’abbraccio dell’universo amico.

Questi biglietti sono in viaggio da  tanto tempo. Oggi sono sbocciati silenziosi e adesso sono  nelle tue mani: sono stati chiamati all’esistenza da pensieri d’amore.

Sono semplici parole, scritte sorridendo per far sorridere te che le leggi: mi auguro che attraversino i tuoi occhi e tu possa vedere quanta bellezza c’è in te e attorno a te. Leggili spesso.

Arrivino alla tua mente ed essa diventi un mare sconfinato di pensieri luminosi, onde di energia creativa che ti restituiscono a te. Leggili ovunque. Fanne dono a chi ami.

Facciano palpitare il tuo cuore di emozioni intense, nuove, di quella gioia straripante che forse non ricordavi più da tempo. Il tuo sguardo sia ormai un bagliore di serenità.

Siano energia per il tuo corpo ! E lasciati andare al tuo desiderio di danzare nella musica senza tempo dell’amore.

Guarda ! Li vedi i primi colori dell’alba ?

Sta sorgendo nella tua vita il sole dell’armonia.

Ogni frammento di paura si disperde: ti innalzi fiera vincitrice, coraggioso vincitore, su ogni tuo timore di ieri.

Niente e nessuno potranno ormai farti del male… Perché sei nel Tutto, sei nella Bellezza, sei nell’Armonia dell’Universo: ora puoi qualunque cosa.

Osa crederlo !

Ti abbraccio

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Padroni dell’oggi.

Oggi. Oggi. Oggi.

Padroni. Padroni. Padroni.

Fa tesoro di tutto il tempo che hai.

Sarai meno schiavo del domani,

se ti sarai reso padrone dell’ oggi

Seneca

Non c’è molto da aggiungere.

Il concetto è uno solo: Essere padroni dell’oggi.

Perché in tal modo si è meno schiavi del domani.

Chiarissimo. Grande lucidità nelle parole del filosofo.

Quello che però Seneca non spiega è come far tesoro di tutto il tempo che si ha.

Sai come fare?

Io, sì.

Lo svelerò presto anche a te nel mio prossimo ebook.

 

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cuore nel cielo 165296

Chi non lavora non fa l’amore.

    Te la ricordi questa canzone? Ritornello famoso e provocatorio. Se sei negli -anta come me, di sicuro sì, ma anche se sei più giovane questo motivo ti sarà risuonato nelle orecchie almeno una volta.

    A colpire la fantasia dell’ascoltatore è proprio questo rapporto tra il lavoro ed uno dei piaceri per eccellenza. Un rapporto di causa-effetto per giunta! Un desiderio così vivo e ardente nel cuore di uomini e donne di ogni età sottoposto al ricatto del lavoro. Terribile!

    Se vale anche il nesso rovesciato, allora se lavori sei certo che farai l’amore. Quasi una certezza matematica che in più ti gratifica di un merito che ti sei conquistato sul campo. Non importa età, sesso o condizione sociale, il motto passa implacabile sopra ogni distinzione e infonde sicurezza: lavora e quale ricompensa meritata potrai fare l’amore.

    In verità, nel contesto della canzone di Adriano Celentano era la moglie che redarguiva il marito, avvertendolo che si sarebbe sottratta alle sue voglie fintanto che perseverava nell’astensione dal lavoro. Insomma, una punizione per la mancata produttività e per la negativa incidenza sullo stipendio. Condizione ferrea, ricatto spietato: niente lavoro, niente sussulti della carne nel piacere dell’intimità.

    Il principio ha però sorvolato sul contesto sociale di origine per diventare ora un monito senza tempo e valevole per ogni rapporto. Come a dire, vuoi fare l’amore con pieno merito? Bene, allora prima lavora. In fondo, nulla di nuovo. Variante del più conosciuto e classico adagio: prima il dovere e dopo il piacere.

    Ciò che era però evidente anni fa non lo è più e, a giusto titolo, ci si domanda cosa sia oggi “lavorare”. Non è più intuitivo, infatti, perché molti lavori oggi non sono più associati alla manualità. Da trent’anni a questa parte i lavori “di concetto” si sono moltiplicati e per molte persone la manualità consiste solo nel pigiare le dita sulla tastiera del pc o spostarsi di pochi centimetri con i rapidi movimenti del mouse. Nuovi lavori! Così va il mondo.

    Ho partecipato ad una gustosissima quanto sorprendente scenetta in un’azienda. Ero alla ricerca di alcune chiarificazioni di balistica che Google non mia aveva fornito e ho chiamato Raffaele, un mio ex compagno di scuola, che sapevo essere nel ramo. Vado da lui nel Centro in cui opera e dopo il caffè di rito e qualche piacevole scambio di battute tra passato e presente inizio a spiegagli la ragione della mia visita. Poche frasi e mi interrompe: “Interessante, ma il mio aiuto qui sarebbe troppo scarso per quel che chiedi. Qui serve chi ha famigliarità con le matematiche superiori. Vieni con me”.

    Rampa di scale, corridoio, piccolo atrio, altro corridoio, terza porta a sinistra. Strada facendo Raffaele mi parla di Alex, suo collega che ha in confidenza e che senz’altro mi farà la cortesia del piccolo aiuto che chiedevo. Raffaele bussa ed entra senza attender risposta. Seduto, anzi semi disteso, sulla poltrona, occhi chiusi, mani lungo le cosce, respirazione profonda, mezzo sorriso di soddisfazione in viso: così ci appare Alex. “Ah, scusa” – s’interrompe subito Raffaele che aveva iniziato a salutare. “Ma che fai?”.

    Un attimo di silenzio e vediamo Alex aprire gli occhi, sistemarsi meglio sulla poltrona e ordinare con discrezione alcune carte e fascicoli visibilmente fuori posto. “Sto lavorando” – è stata la risposta composta e tranquilla. “Lavorando?” – replica Raffaele con  tono ironico e aria divertita mentre guarda me cercando il mio consenso al suo velato rimprovero.

    Con aplomb quasi anglosassone, Alex ci guarda  incurante del nostro giudizio e dichiara: “Sto lavorando sì. Il lavoro più intelligente e utile che una persona possa fare. Sto lavorando su me stesso”.

    La risposta è piaciuta più a me che al mio amico Raffaele che non ha colto la finezza arguta delle parole di Alex e ha tagliato corto: “Mettila come ti pare, ma ricorda che chi non lavora non fa l’amore”. Alex non si scompone e ci guarda con un sorriso sereno di sfida sorniona che valeva un discorso e arriva diritto al senso della nostra visita.

    Tutto molto rapido: presentazione breve ed esposizione dei dati. Poiché che so che per avere risposte precise è necessario formulare domande precise, estraggo il mio foglietto e espongo il mio quesito il meglio che posso. Alex inforca gli occhiali ritrovati dietro un faldone, annota cifre a raffica su un notes senza dir nulla. Mi guarda e mi assicura che in un paio di settimane mi manderà una mail.

    Mentre gli porgo il mio biglietto da visita, si apre la porta e una voce femminile avvolge lo studio: “Certo Alex caro che la prossima volta dovrai… oh, scusate” . Una signora elegante e disinvolta si è fermata all’ingresso, sorpresa di trovare visite. Raffaele è il primo a voltarsi e rassicura la donna: “Non si preoccupi, abbiamo finito e stavamo uscendo”. Era la verità.

    Ci congediamo con sbrigativa e quasi imbarazzata cordialità da Alex che si è alzato dalla poltrona e ci accompagna nel corridoio. Nel momento della stratta di mani, Alex guarda Raffaele con sorriso compiaciuto e gli sussurra. “Cosa dicevi poco fa riguardo a chi non lavora?”.

    Quel giorno non ho avuto risposta alle mie questioni di balistica, ma mi è stata ricordata una verità grande: il lavoro principale è quello su di sé. In pochi purtroppo  lo sanno e si attardano su vie poco promettenti. Si tratta di un lavoro non tradizionale, inconsueto e ancora non capito. Per i cultori però le conseguenze sono molto interessanti.

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Montagne35

Il responsabile? Tu.

Siamo un po’ tutti esperti di divisioni.

Questo è buono e questo è cattivo, questo è giusto e questo è sbagliato.

Divisioni ovunque!

Questo è bello e questo è brutto, questo è vero e questo è falso.

Tante divisioni con la sagra degli opposti!

Su e giù, destra e sinistra, dentro e fuori, lontano e vicino… e così via.

E di solito non sono astrazioni: no, sono giudizi sulle persone. Questa è così e questa è cosà, questa non è portata e quest’altra non ha fatto, non ha detto. O semplicemente non è come vorremmo che fosse.

Divisioni e giudizi come se sapessimo tutto. Come se sapessimo in che modo deve andare il mondo. Da saccenti maestri di vita che sentenziano sul bene e sul male.

Personalmente ritengo che ciascuno debba camminare nella direzione dell’unità, cercando di risalire quanto può a quel vuoto di giudizio che è la massima espressione del benessere e dell’intuizione del divino in noi.

Nella Dichiarazione d’Indipendenza americana, Thomas Jefferson volle questa solenne espressione: “Noi teniamo questa verità che è di per sé evidente, che tutti gli Uomini sono stati creati uguali”.

Un’uguaglianza che si infrange su una sola fondamentale divisione.

 - Da una parte ci sono coloro che ritengono che delle loro insicurezze, insoddisfazioni e malesseri sei responsabile tu.

 - E dall’altra ci sei Tu, che ritieni che delle tue insicurezze, delle tue insoddisfazioni e dei tuoi malesseri sei responsabile solo Tu.

Ricorda che tutto dipende da te.

Il resto sono parole. Talvolta tante parole.

PS: Sai della Lettera Enciclica di Papa Urano I, In te omnia sunt (Tutto dipende da te)?

No? Allora vedi qui la presentazione. 

 

 

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