Lettera al Papa
Lettera al Papa

Lettera al Papa

Lettera al Papa.

      In nome della Felicità.

      Santità,

                   dispiace il suo dolore. Così intenso. Così difficile da nascondere. Lo leggiamo sul suo volto che il momento che Ella sta vivendo è di una tragicità senza precedenti. Chi poteva immaginare, anche solo otto anni fa, che sarebbe stato Lei il testimone impotente del dissolvimento della Carità. La sua elezione era stata salutata come una ventata provvidenziale di novità. Mai sembrò così appropriato il detto popolare che vuole il Papa giusto al momento giusto. Molto si è scritto e detto su di Lei e le immagini della Sua persona sorridente e benedicente hanno raggiunto gli angoli del mondo portando speranza. Apparve guida rassicurante tra le incertezze di un tempo cosi desolatamente anelante di verità.

     La scelta del nome Francesco l’ha resa popolare anche presso molti non credenti. Il Suo invito alla bontà e alla tenerezza aveva toccato animi sensibili e trovato attenzione anche presso uomini e donne immersi nel disagio della conflittualità a causa dei loro bisogni continuamente frustrati. Ancora, il Suo stile improntato alla semplicità del poverello di Assisi aveva colpito e creato molte speranze. Dentro e fuori i confini cattolici c’era molta attesa per quanto avrebbe fatto: saliva da tempo inascoltato l’anelito ad una nuova rotta profetica della Chiesa, Sì, Santità, saliva sorda da una folla immensa l’invocazione affinché si vedesse in Lei l’audacia di Cristo stesso. Solo una sua iniziativa dirompente avrebbe potuto rendere meno tragico l’epilogo.

     Aveva la comprensione di molti: era noto che l’avvio del Suo pontificato non era in discesa. Sapeva certamente anche Lei quanti sospetti circondavano le dimissioni del Suo predecessore, evento canonico senza precedenti. Anche all’interno della Chiesa molti credenti avrebbero gradito che venissero svelati i retroscena di un avvicendamento sul soglio di Pietro non certo per questioni di salute. Ci sono, Santità, dei retroscena? Inconfessabili? Certo, si confidava che l’imbarazzo sarebbe stato presto diluito dal Suo entusiasmo e non sarebbero stati ricordati a lungo quei pochi anni di pontificato del Suo predecessore percepiti da molti come estranei ad ogni sussulto evangelico vero. Per quanto tutto oggi passi celermente, il rapido oblio di tanto nome non tacita il sentimento acuto che si voglia nascondere qualcosa di poco evangelico. Il turbamento di molti fedeli nonché di tante persone di buona volontà sarebbe lenito da una Sua parola rassicurante che nulla si è compiuto di contrario al retto agire cristiano.

     Dispiace vederla tanto in pena, Santità, e intuire che Lei, pur conoscendo a fondo la causa di questa intima sofferenza non intravveda alcuna edificante soluzione. Osservandola, non sfugge quanto instancabilmente si interroghi su come trovare la via per uscire da uno dei momenti più atrocemente terribili dell’intera storia della Chiesa. I secoli della cultura, della genialità e dell’erudizione sono finiti. Mai si era vista tanta desolazione e miseria spirituale: non una teologia, non un carisma profetico, neppure l’ombra di un mistico e, paradossalmente, si sente persino la mancanza di un eretico degno di qualche considerazione, capace di scuotere con un poco di fervore qualche anima. Sul suo viso si legge la triste coscienza dell’abisso. Nulla in confronto alle eresie e agli scismi, un’inezia rispetto alla lacerazione operata da Lutero, poca cosa in confronto ai pur funesti danni operati dal millenario attaccamento al potere temporale. Terribile lo scenario di cui La percepiamo consapevole, attore e spettatore al contempo.

     Nessuno sa se lei pianga, Santità, ma se le accade, sappia che ogni uomo o donna che conosca il mistero dell’empatica Unità del Tutto la può capire. Come non comprendere di essere davanti al dissolvimento della Carità, all’esaurimento della condizione della possibilità stessa di ogni dire cristiano? Come non capire che il Crocefisso questa volta non risorgerà?

     Deve comunque trovare conforto nell’evidenza che la situazione che Lei si trova ad affrontare, Santità, nulla ha a che fare con la sua persona e neppure con il ministero da Lei svolto in questi sette anni: è accaduto purtroppo che sia toccato a Lei vivere questo momento di perdizione, non tanto improvviso perché anticipato da alcuni segni che il dramma si faceva incombente e l’eclissi di ogni Pasqua interminabile e oscura. L’asfissia odierna ha radici lontane, naturalmente, ma è negli ultimi trent’anni che si è affacciata alla coscienza l’ombra inquietante dello sfacelo recante la falce affilata della Legge del Vuoto. Quella che rimpiazza le pienezze infelici a lungo predicate e in contrasto con la Vita.

     Non c’è Dio che ne fermi l’opera, perché la clessidra ha lasciato cadere gli ultimi granelli di sabbia. Nulla di apocalittico, nessun fuoco, niente di appariscente: solo il disfacimento della Pienezza. E la ferita lancinante è assistere all’esaurimento senza rimedio di ciò che si riteneva inesauribile. Non arriverà nessuno ad esserLe di aiuto, Santità. Dispiace la sua straziante solitudine, inquieta la pietra tombale che sta per coprire ingloriosamente ciò che resta della Carità, Rattrista l’epilogo di un’opera teatrale che non interessa più a nessuno, che si conclude perché gli spettatori se ne vanno, che si interrompe perché nulla più ha da dire di significativo sulla Vita.

     Qualche anno dopo il Concilio, si diffuse rapidamente la convinzione che il cambiamento non sarebbe stato né profondo né sincero: con l’assassinio della Speranza che aveva appassionato molti cuori si consumò l’ultimo dei tanti crimini che ancora mancava alla lunga insanguinata lista. Delle piaghe della Santa Chiesa era già scritto, ma ne fu ignorato il messaggio. E quando si è pensato di far fronte alla perdita ormai inesorabile di ogni spirituale rilevanza con gli usuali stratagemmi geopolitici, la Carità era ormai agonizzante. La Fede, quella, non aveva più nulla di evangelico da secoli e secoli.

     Inquieta, Santità, vedere la sua sofferenza segnarle il viso, consapevole che il Papa non è più ritenuto degno di fiducia, non più ascoltata la sua voce, ignorati i suoi insegnamenti pronunciati in un’aula delle udienze angosciosamente equivoca. A questo inizio di terzo millennio ciò che solo poteva ridare qualche credibilità alla Carità era la sua capacità effettiva di rendere felice l’Umanità. Troppo e troppo a lungo invece essa è stata complice sfacciata dei Pochi che hanno brutalmente schiavizzato generazioni di Esseri umani e oggi paga la sua perdita di significato nei cuori e nelle menti. Una Carità che ha sperato che la Pienezza di senso e di riscatto promessa fosse creduta sempre, senza contare sul bisogno di Felicità che saliva inesorabile da uomini e donne oppressi dalla menzogna sulla loro vera Natura. Cosa potrà ormai dire di ancora credibile un Papa? Sta calando inesorabilmente la sera sulla disumanità della Carità.

     Quel che si può augurarLe, Santità, è che anche lei possa vedere l’alba in cui sia la Felicità a portare all’Umanità quel che in due millenni il Compimento non è riuscito a fare, troppo affaticato da tradimenti sanguinosi impossibili ormai da nascondere. Tale visione lenirà forse un poco il suo dolore. Nessuna colpa va cercata, solo l’accettazione di un avvicendamento in cui il Dio predicato e non più visibile nella sua inintelligibile oscurità, lasci il posto alla Buona novella portata al mondo da questo Anno di grazia 2020, primo della realizzazione della profezia che il tribunale voluto dai Suoi predecessori aveva cercato di cancellare con il fuoco quel 17 febbraio 1600: “Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.“

     Auspico per la Santità vostra ogni luminoso bene.

(Dal libro: Eu-Dàimon. La felicità nell’anno di grazia 2020)

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