Te la ricordi questa canzone? Ritornello famoso e provocatorio. Se sei negli -anta come me, di sicuro sì, ma anche se sei più giovane questo motivo ti sarà risuonato nelle orecchie almeno una volta.

    A colpire la fantasia dell’ascoltatore è proprio questo rapporto tra il lavoro ed uno dei piaceri per eccellenza. Un rapporto di causa-effetto per giunta! Un desiderio così vivo e ardente nel cuore di uomini e donne di ogni età sottoposto al ricatto del lavoro. Terribile!

    Se vale anche il nesso rovesciato, allora se lavori sei certo che farai l’amore. Quasi una certezza matematica che in più ti gratifica di un merito che ti sei conquistato sul campo. Non importa età, sesso o condizione sociale, il motto passa implacabile sopra ogni distinzione e infonde sicurezza: lavora e quale ricompensa meritata potrai fare l’amore.

    In verità, nel contesto della canzone di Adriano Celentano era la moglie che redarguiva il marito, avvertendolo che si sarebbe sottratta alle sue voglie fintanto che perseverava nell’astensione dal lavoro. Insomma, una punizione per la mancata produttività e per la negativa incidenza sullo stipendio. Condizione ferrea, ricatto spietato: niente lavoro, niente sussulti della carne nel piacere dell’intimità.

    Il principio ha però sorvolato sul contesto sociale di origine per diventare ora un monito senza tempo e valevole per ogni rapporto. Come a dire, vuoi fare l’amore con pieno merito? Bene, allora prima lavora. In fondo, nulla di nuovo. Variante del più conosciuto e classico adagio: prima il dovere e dopo il piacere.

    Ciò che era però evidente anni fa non lo è più e, a giusto titolo, ci si domanda cosa sia oggi “lavorare”. Non è più intuitivo, infatti, perché molti lavori oggi non sono più associati alla manualità. Da trent’anni a questa parte i lavori “di concetto” si sono moltiplicati e per molte persone la manualità consiste solo nel pigiare le dita sulla tastiera del pc o spostarsi di pochi centimetri con i rapidi movimenti del mouse. Nuovi lavori! Così va il mondo.

    Ho partecipato ad una gustosissima quanto sorprendente scenetta in un’azienda. Ero alla ricerca di alcune chiarificazioni di balistica che Google non mia aveva fornito e ho chiamato Raffaele, un mio ex compagno di scuola, che sapevo essere nel ramo. Vado da lui nel Centro in cui opera e dopo il caffè di rito e qualche piacevole scambio di battute tra passato e presente inizio a spiegagli la ragione della mia visita. Poche frasi e mi interrompe: “Interessante, ma il mio aiuto qui sarebbe troppo scarso per quel che chiedi. Qui serve chi ha famigliarità con le matematiche superiori. Vieni con me”.

    Rampa di scale, corridoio, piccolo atrio, altro corridoio, terza porta a sinistra. Strada facendo Raffaele mi parla di Alex, suo collega che ha in confidenza e che senz’altro mi farà la cortesia del piccolo aiuto che chiedevo. Raffaele bussa ed entra senza attender risposta. Seduto, anzi semi disteso, sulla poltrona, occhi chiusi, mani lungo le cosce, respirazione profonda, mezzo sorriso di soddisfazione in viso: così ci appare Alex. “Ah, scusa” – s’interrompe subito Raffaele che aveva iniziato a salutare. “Ma che fai?”.

    Un attimo di silenzio e vediamo Alex aprire gli occhi, sistemarsi meglio sulla poltrona e ordinare con discrezione alcune carte e fascicoli visibilmente fuori posto. “Sto lavorando” – è stata la risposta composta e tranquilla. “Lavorando?” – replica Raffaele con  tono ironico e aria divertita mentre guarda me cercando il mio consenso al suo velato rimprovero.

    Con aplomb quasi anglosassone, Alex ci guarda  incurante del nostro giudizio e dichiara: “Sto lavorando sì. Il lavoro più intelligente e utile che una persona possa fare. Sto lavorando su me stesso”.

    La risposta è piaciuta più a me che al mio amico Raffaele che non ha colto la finezza arguta delle parole di Alex e ha tagliato corto: “Mettila come ti pare, ma ricorda che chi non lavora non fa l’amore”. Alex non si scompone e ci guarda con un sorriso sereno di sfida sorniona che valeva un discorso e arriva diritto al senso della nostra visita.

    Tutto molto rapido: presentazione breve ed esposizione dei dati. Poiché  so che per avere risposte precise è necessario formulare domande precise, estraggo il mio foglietto e espongo il mio quesito il meglio che posso. Alex inforca gli occhiali ritrovati dietro un faldone, annota cifre a raffica su un notes senza dir nulla. Mi guarda e mi assicura che in un paio di settimane mi manderà una mail.

    Mentre gli porgo il mio biglietto da visita, si apre la porta e una voce femminile avvolge lo studio: “Certo Alex caro che la prossima volta dovrai… oh, scusate” . Una signora elegante e disinvolta si è fermata all’ingresso, sorpresa di trovare visite. Raffaele è il primo a voltarsi e rassicura la donna: “Non si preoccupi, abbiamo finito e stavamo uscendo”. Era la verità.

    Ci congediamo con sbrigativa e quasi imbarazzata cordialità da Alex che si è alzato dalla poltrona e ci accompagna nel corridoio. Nel momento della stratta di mani, Alex guarda Raffaele con sorriso compiaciuto e gli sussurra. “Cosa dicevi poco fa riguardo a chi non lavora?”.

    Quel giorno non ho avuto risposta alle mie questioni di balistica, ma mi è stata ricordata una verità grande: il lavoro principale è quello su di sé. In pochi purtroppo  lo sanno e si attardano su vie poco promettenti. Si tratta di un lavoro non tradizionale, inconsueto e ancora non capito. Per i cultori però le conseguenze sono molto interessanti.

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