Due Parole, e un Nome
Due Parole, e un Nome

Due Parole, e un Nome

     Un autunno ancora mite non scalda i cuori degli italiani e, credo, senza distinzione tra chi e chi, perché esiste un qualcosa che unisce più solido di quanto abbia portato a dividere, secondo l’adagio che fa scuola da secoli, divide et impera. Indipendentemente dalle convinzioni e dalle scelte personali, fa male vedere il proprio Paese in balia degli eventi, spesso senza un perché limpido e privo di un come convincente. Ciascuno attinge alle risorse che ha per affrontare una quotidianità frammista di più cose scolorite di sorrisi; anche se i più esposti alla devastazione psicologica prima ancora che a quella economica e sociale sono probabilmente quelli che non sanno che un fatto non vero, ma creduto vero, ha effetti veri. Sono passati più di 150 anni da quando Max Weber, il padre della sociologia, enunciava questo principio che arriva a noi oggi nella sua spietata attualità. E quella invisibile gabbia d’acciaio che aveva individuato già a metà ottocento quale nuovo ovile per le masse inconsapevoli del loro destino è ancora camuffata macelleria ma sta diventando più robusta. Nel frattempo però qualcuno si è accorto che non è una condizione umana in cui vivere e che sono possibili alternative per un’era di libertà e di prosperità per tutti. Alle alternative si può arrivare tuttavia solo attraverso la consapevolezza di un presente da oltrepassare. E su questa attualità è necessaria qualche riflessione che qui raccolgo attorno a due Parole, e un Nome.

Prima parola, Rimozione. Del cadavere. E si capirà tra poco di quale si tratta. Per rimozione si intende normalmente l’atto di spostare qualcosa, per esempio, una vettura in sosta vietata che ostruisce un passaggio. In modo elegante la si può chiamare asportazione, come quando in medicina ci si riferisce all’intervento su una parte malata tolta dall’organismo, ma il concetto è chiaro. Si possono rimuovere macerie, persone da un ufficio o da un incarico e persino ricordi, ma a noi qui interessa la rimozione del cadavere della politica italiana! Già nel Rapporto del 2019, ante emergenza sanitaria, sulla situazione sociale italiana, il CENSIS parlava impietosamente del suicidio in diretta della politica italiana. Ho già scritto al riguardo nel libro Eu-dàimon. La felicità nell’anno di grazia 2020 e anche in numerosi articoli successivi né intendo ritornare sul governo del banchiere e sul suo programma diverso dal mio. Qui voglio considerare da altro punto di vista le figure cardine del nostro ordinamento costituzionale, ovvero i deputati e i senatori.

     Possa piacere o no, la nostra è stata voluta come Repubblica Parlamentare: l’uomo forte c’era già stato e si volle prevenire un’altra deriva autoritaria dando potere alle Camere. Qualcuno potrà anche provare nostalgia per personalità forti alla presidenza della Nazione, ma ci sono esempi in grandi democrazie dove comandano Capi di stato che, all’osservazione di occhi competenti, sono apparsi  attraversati da quello conosciuto come DPP, disturbo psicopatico della personalità. Sono certo che un Parlamento costituito da persone dotate della competenza del legislatore (come raccomandava Aristotele) e quindi in grado di ispirare e realizzare leggi ben fatte a vero beneficio dei cittadini offra all’Esecutivo materia per attuare condizioni di benessere e di civiltà per l’intera Nazione. Il fatto è che da anni (e ultimamente è scena penosa da vedere) sono arrivati a Montecitorio e a Palazzo Madama degli esimi alza palette. Salvo qualche eccezione, naturalmente. Ho già spiegato le dinamiche che hanno portano a questo stato di cose e del vassallaggio con cui le segreterie dei partiti portano a rappresentare gli italiani i loro lacchè e i portaborse, ubbidienti esecutori di ordini, in molti casi sprovvisti della statura etica oltre che culturale per esercitare la pesantissima responsabilità di condizionare la vita di milioni di concittadini.

    Come si è arrivati al suicidio in diretta della politica italiana? Scavando un solco con il Paese. Stando sempre agli autorevoli dati del CENSIS, è ormai il 30% degli aventi diritto che non si reca alle urne ed il 76% dei cittadini a dichiarare di non aver fiducia nei partiti politici. Ecco un breve passaggio che fa raccapricciare la pelle: Decisiva è l’inefficacia della politica, lo iato tra gli annunci moltiplicati all’infinito e una sostanziale inazione, che si palesa nell’incapacità di dare corso anche a soluzioni semplici. Le feroci diatribe interne all’élite politica non modificano il punto di vista degli italiani i quali tendono a considerare il ceto politico tout court come un aggregato omogeneo di privilegiati.

   Ed è appunto il cadavere di questo agglomerato omogeneo di privilegiati che va rimosso. Odore ormai insopportabile, di corpi sfigurati dalla menzogna metodica! Via, questi privilegiati che venderebbero la propria madre pur di non mollare la poltrona. Tanto poco interessa a questi figuri il popolo che li paga lautamente che si nascondono. Cosa c’è di più normale per un eletto incontrare regolarmente i propri elettori? Probabilmente molti di questi parassiti senza dignità neppure sanno in quale collegio sono stati votati, figuriamoci se lasciano l’Urbe e i sui salotti, con gli intrallazzi, gli affari e i fumi, per andare ad incontrare quanti hanno dato loro questa possibilità. Soprattutto in momenti di afflizione e di difficoltà per molte persone e famiglie, non avrebbero dovuto essere vicini al territorio che li ha portati ad essere onorevoli? Anche con i limiti imposti agli assembramenti, ci sarebbero stati e ci sono ancora più modi per essere presenti tra la gente. Perché invece se ne guardano bene? Forse perché potrebbero anche non avere parole convincenti per raccontare quanto è accaduto e sta accadendo guardando negli occhi chi fa fatica ad arrivare a fine mese mentre si godono al loro comodo stipendio. Forse perché non sarebbero mancati fischi e qualche deriva volgare negli insulti per aver tradito il mandato che era stato loro dato per attuare un programma pieno di illusioni e di bugie. Forse perché sono talmente poco preparati che senza copione e oltre gli slogan non saprebbero trovare le parole per dire qualcosa di sensato. Non vanno ad incontrare il loro elettorato perché hanno paura di affrontare le questioni vere e crude che attanagliano la quotidianità. Se avete la coscienza a posto, perché non incontrare la gente in piazza, per le strade? Vi costa ascoltare? Non confessano la loro codardia nell’aver calato i pantaloni senza un sussulto di dignitosa reazione davanti a palesi e reiterati atti incostituzionali!

    Circola voce e, pare, con sempre maggior fondamento, che molti di questi signori non si siano vaccinati. Possibile? Negherebbero teatralmente senza esitazione e con risentimento. Naturalmente la loro parola vale meno di niente, la loro come quella delle maggiori cariche dello Stato e di altre cariche istituzionali e limitrofe. A nulla serve il loro dire per convincere e neppure le sceneggiate patetiche di dichiarazione posando davanti alle telecamere. Il sospetto che avanza è che, se mai un buco nel braccio se lo sono fatto fare davanti a qualche testimone, in quella siringa c’era acqua distillata! Come no? Che ci vuole? Una bella botta di soluzione fisiologica per far credere ai teleutenti che se non ti vaccini muori o diventi un serial killer! A ben pensarci, possiamo mai immaginare che il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio con ministri e sottosegretari, parlamentari tutti e cerchie di intimi si siano fatti inoculare un siero genico sperimentale a tecnologia mRNA, inedita e senza certezze adeguate sul suo effetto? Li prendiamo per stupidi? Sapendo cosa contiene, possiamo davvero pensare che il ministro della Sanità sia sottoposto per due volte ad un’iniezione di un siero così controverso sul suo reale contenuto e sulle reazioni avverse a lungo termine? E i medici del Comitato Tecnico Scientifico, quelli che hanno pontificato per mesi su un obbligo a loro giudizio senza appello, si sono vaccinati loro? Alla luce di quello che espongo in seguito, il mio sospetto è che loro non abbiano accettato il ruolo di cavie. Come si recita in quel film famoso, mi gioco una palla, non tutte e due, che l’aggregato omogeneo di privilegiati che banchetta sulla testa del Sovrano è stato quasi omogeneamente compatto e non si è fatto vaccinare. E loro sanno anche il motivo, avendo notizie di prima mano sulla reale natura del Covid-19, il suo provato grado di letalità e sui retroscena geopolitici della proclamata pandemia.

     Rimozione, dunque. Solo con civile pietà per tanti immeritevoli di fiducia. Si farà ovviamente di tutto per ostacolarla. Almeno fino al marzo 2023, termine entro il quale bisogna stare assolutamente, altrimenti addio sussidi per i molti parlamentari di recente elezione con un solo quinquennio attivo. Dovranno lascare i palazzi, chi per la scomparsa del partito per il quale si era prostituito, chi per le sedute in tribunale, chi per celare il proprio nome alla perpetua infamia. In ogni caso, la percentuale degli Italiani che disdegna questo aggregato omogeneo di privilegiati è ulteriormente cresciuta e sarebbe follia permettere ancora a qualcuno che bazzica anche da decenni di rimostrare il ghigno con i danni creati al Paese.

Seconda parola, Remotizzazione. Termine questo di recente introduzione nel linguaggio e che sembra destinato ad avere un grande avvenire. Ne fa valere il peso il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao. Ci informa che con il 5G si avrà molta più velocità riducendo l’effetto latenza sotto gli 8/9 millisecondi e si potranno collegare tutti gli oggetti e i robot. A suo dire, quel che è strabiliante è che se si riduce l’effetto latenza sotto pochi millisecondi si possono collegare oggetti, robot e qualunque cosa. Con un annuncio strabiliante afferma si avrà la Remotizzazione di tutti i controlli, dalle serrature delle porte alle auto e ai sistemi medici, per controllare in tempo reale le condizioni di un paziente, iniettare o rilasciare una sostanza medica necessaria. E la conclusione è di quelle solenni: Si potrà fare tutto in remoto quasi istantaneamente.

Ci si può esaltare o rabbrividire, naturalmente, al pensiero che SI potrà FARE TUTTO IN REMOTO e il propendere per l’una o l’altra emozione dipende da più fattori. Basta forse osare una domanda per capirne di più: Come si potranno rilasciare sostanze da remoto nel corpo umano? E, proprio TUTTO, compreso annientare i disobbedienti? E, ancora, il SI è impersonale: CHI potrà fare tutto da remoto?

Qualche risposta è stata fornita da Roberto Cingolani, Ministro della transizione ecologica. In una sua presentazione parla di un robot che lavora dentro il corpo umano, un anticorpo artificiale e ci annuncia che in un prossimo avvenire dovremo familiarizzare con un termine dal futuro luminoso: Theranostics.  Lo descrive come un oggetto intelligente molto piccolo, in grado di viaggiare nel corpo umano, trovare la cellula malata, sedercisi sopra e rilasciare in quella sede il medicinale che serve o addirittura trascrivere la correzione alla sequenza genetica che vogliamo trascrivere. È un’ambizione infinita che c’è dietro questa tecnologia. Con molta competenza ed entusiasmo, il Ministro spiega le slide notando che oggi si usano nanocomponenti che hanno la grandezza di qualche decina di nanometri (un nanometro è uguale a tre atomi in fila). Spiega poi che per capire bisogna entrare nel mondo della biochimica, ma per l’essenziale si tratta di piccoli magneti, avvolti in polimeri, in soluzione acquosa (assecondando il corpo umano), sensibili alla variazione del Ph e della temperatura. Segnala un dato importante: questi piccoli magneti assorbono il medicinale e lo rilasciano quando necessario. Di più:  il sistema immunitario non vede il piccolo magnete e può penetrare ovunque; rilascia un segnale tipo risonanza magnetica e se si ha un campo magnetico oscillante all’esterno posso fare ipertermia. La scienza dei materiali è avanzata e quindi disponiamo di un anticorpo artificiale intelligente robotico. Una spiegazione più completa descrive questi magneti come quantum cubs, ossidi di ferro (ruggine) che con una radiofrequenza esterna possono alzare la temperatura portandola fino a 50°, alla quale nessuna cellula in grado di resistere; si tratta di bruciatori locali. Chiaro. Qui oltre al SI impersonale, abbiamo anche maggiore coinvolgimento: vogliamo, posso.

Non aggiungiamo qui altro su quanta ricerca stanno facendo migliaia di scienziati riguardo a come attivare dall’esterno artificialmente i neuroni umani. Tutto al momento è motivato con la nobile causa terapeutica, ma è evidente che introducendo interruttori/proteine nel cervello tramite tecniche genetiche si può arrivare alla manipolazione della capacità cognitiva, con il controllo del pensiero umano attraverso sensazioni virtuali.

Diventare dei Cyborg non sembra essere tanto difficile e Elon Musk e la sua azienda Neuralink lavorano assiduamente a questo progetto, segreto nei dettagli ma chiaro nelle intenzioni: predisporre un interfaccia che stabilisca un collegamento diretto tra cervello e computer. Il multimiliardario pensa che la soluzione migliore sia avere nel cervello un livello di intelligenza artificiale che opera simbioticamente con noi. E per fare questo – dice – non serve un intervento chirurgico: puoi iniettarlo nelle vene attraverso il sangue o direttamente nella giugulare. Da lì arriva direttamente ai neuroni.

Non sappiamo se tutto questo impegno di personalità tanto facoltose sia per un disinteressato amore per la scienza, brutalmente a scopo di lucro o per una qualche idea personale di filantropia, ma gli investimenti sono davvero a tanti zeri. E si pensa veramente in grande! Si è studiato un sistema di cripto valuta che utilizza i dati dell’attività corporea. Che non è fantascienza ce lo dice Patentscope, il sito ufficiale che registra a livello mondiale tutti i brevetti depositati. Con sigla WO/2020/060606 troviamo il brevetto depositato dalla Microsoft in data 26.03.2020. Scritto in inglese, lo si può tradurre in questo modo:

L’attività del corpo umano associata a un’attività fornita a un utente può essere utilizzata in un processo di mining di un sistema di cripto valuta. Un server può fornire un’attività a un dispositivo di un utente che è comunicativamente accoppiato al server. Un sensore comunicativamente accoppiato o compreso nel dispositivo dell’utente può percepire l’attività corporea dell’utente. I dati sull’attività corporea possono essere generati in base all’attività corporea rilevata dell’utente. Il sistema di cripto valuta accoppiato comunicativamente al dispositivo dell’utente può verificare se i dati sull’attività corporea soddisfano una o più condizioni stabilite dal sistema di cripto valuta e assegnare cripto valuta all’utente i cui dati sull’attività corporea sono verificati”.

Il linguaggio tecnico non copre del tutto il senso di questo microchip: con questa nanotecnologia si potrà monitorare l’attività del corpo in base alla quale verrà riconosciuto un premio in cripto valuta.

Si può forse ricapitolare questo autorevole scenario dicendo che: iniettando nanotecnologie nel corpo umano e utilizzando il 5G si potranno rilasciare sostanze a distanza o attivare processi all’interno del corpo umano. Si potrà influenzare il pensiero e far percepire come reale ciò che reale non è, imponendo comportamenti che produrranno profitto in cripto valuta oppure inibendone altri improduttivi.

    Un filosofo può forse non entusiasmarsi tanto facilmente come riescono a farlo illustri ministri e miliardari appassionati di Remotizzazione, ma quanto meno può tentare di porre qualche domanda. Se il progetto Sanità del governo dei tecnici, i migliori, è quello di istruire algoritmi a comandare a un nanorobot di sedersi su una nostra cellula e rilasciare il farmaco adatto, non è il caso di chiedere il consenso all’interessato? Oppure è già stato fatto subdolamente? Non è che, per caso, il signore che sta alla console a dirigere gli algoritmi obbedienti, si confonde e al nano che si siede maleducatamente sulla cellula dà ordine di sbagliare farmaco? O dose? E se nel caso di qualche rompicoglioni, il camice bianco nella stanza dei bottoni decidesse di impartire l’ordine al tenente Quantum cub, ufficiale ossido di ferro color ruggine, di abbrustolire il nostro sgradito cittadino? Non ci è forse stato detto che con una radiofrequenza 5G esterna si può fare ipertermia, alzare la temperatura corporea portandola fino a 50°, alla quale nessuna cellula in grado di resistere? Evviva, ci possono istallare bruciatori locali attivabili da remoto in 8/9 millisecondi. Nessuna latenza, si va di fretta.

     Un nome, Ivan Denisovich. Ah, che storia quest’uomo. Commoventi in ogni loro tratto, le pagine de Una giornata di Ivan Denisovich uscite dalla penna di Aleksandr Solženicyn che racconta le dodici ore di un prigioniero nel gulag staliniano della Siberia sovietica, all’inizio degli anni cinquanta. È stato condannato a 10 anni di campo di lavoro, che rappresenta la sentenza standard. Nel suo caso, è stato giudicato per tradimento perché è rimasto prigioniero per due giorni dei nazisti nel corso di una battaglia; quando è riuscito a fuggire e tornare al reparto lo hanno accusato di essersi arreso per disfattismo. Al campo ci sono altri condannati per i motivi più vari. Gli mancano ancora meno di due anni per giungere a fine pena. Dalla sveglia alle 5 del mattino e nel suo scorrere fino a sera è narrata l’esistenza quotidiana di un prigioniero, uno dei tanti detenuti politici dell’Arcipelago Gulag. La temperatura di 27° sotto zero è troppo alta per evitare il lavoro giornaliero ma quel giorno Ivan Denisovich Shuchov forse può avere una chance sentendosi la febbre. Non riesce a marcar visita e, anzi, per evitare la punizione accetta di lavare i pavimenti  delle baracche dei capisquadra: gli avanzerà un poco di tempo per tornare a mangiare la brodaglia della colazione… E poi di seguito il lavoro, l’attesa di una scodella di qualcosa per pasto, divorata con avidità, i sotterfugi per ottenere un mestolo in più per un compagno e per sé, la descrizione dell’edificio che lui e la sua squadra di muratori stanno costruendo. Quindi il rientro, il freddo terribile, gli stratagemmi per avere qualche pezzo di legna in più per le stufe e la cena, unica magra soddisfazione. Poi l’ultima conta, per assicurarsi che nessun prigioniero sia riuscito a fuggire, malgrado il campo si trovi nel mezzo del nulla e nella stagione più terribile dell’anno. E quando alla fine della giornata viene concessa la libertà di dormire, Ivan Denisovich si addormenta pensando che quella è stata comunque una giornata positiva.

      Arrivando il fondo si coglie lo scopo di Solženicyn di mostrare come può quasi miracolosamente accadere che sia possibile per una persona conservare intatta la propria dignità umana pur essendo incolpevolmente prigioniero in un inferno. E, per quanto paradossale e incredibile possa sembrare, i campi di lavoro nella Siberia staliniana sono una mostruosità meno diabolica della Remotizzazione. Quelli non nascondevano la loro spietata crudeltà dietro la menzogna terapeutica. Perché darsi tanto disturbo a generare tutto un sistema per far arrivare a sedersi su una cellula malata un nano magnete mascherato per non farsi riconoscere dal sistema immunitario e rilasciare una salvezza velenosa quando c’è una splendida alternativa? Perché non vivere tutti felici e sani grazie a leggi che obblighino solo a esercitare liberamente il proprio ingegno, in una convivenza che celebra armoniosamente a braccetto giustizia e amicizia? Cosa impedisce che si possa passare le nostre giornate tutti dediti a coltivare arte, musica, letteratura, poesia, ciascuno secondo il proprio gusto, nel rispetto e nella serenità di non dovere lavorare per avere in elemosina il denaro stampato dal nulla dalle Autorità monetarie? Perché non alimentare le giornate di apprendimento giocoso e di amabilità tra piccoli e grandi, giovani e vecchi? Già tredici anni fa scrivevo che C’è abbondanza per tutti e sul nostro meraviglioso pianeta non ci manca davvero nulla: ciò che non viene spontaneamente dalla nostra madre Terra abbiamo imparato a procuracelo, con i grandi prodigi dell’intelligenza che cui siamo dotati. Cosa non possiamo fare? Chi non vuole che viviamo così? Che problemi hanno queste persone intossicate dalla Remotizzazione e dalla velocità? Sono curabili?

     Dispiace che tanto investimento vada sprecato in follie egemoniche quando ci sono progetti di una genialità straordinaria per una sostenibilità quasi a schiocco di dita, ma l’immane business della malattia e quello colossale dell’informazione televisiva sono accecati dalla loro insensatezza. Vanno aiutate queste personalità così disturbate nella loro intelligenza emotiva e così povere eticamente. Perciò una salutare terapia per loro può chiamarsi Rimozione. Poi si procederà alla Remotizzazione della loro insipienza, dando disposizioni a un Quantum cube mascherato di entrare direttamente dalla loro giugulare e di andare a sedersi comodamente su un qualche loro neurone e rilasciare…

    Infine, se già qualcuno non lo ha fatto, mandare un pensiero postumo a Ivan Denisovich: malgrado tutto, gente come lui, non ha mollato mai!  

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