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Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana.

                Egregio Sig. Presidente,

                                                             scrivo a Lei oggi con la speranza di fare qualcosa di buono e di utile per il mio Paese. Mi rivolgo a Lei da cittadino italiano fiducioso che questo momento delicato della nostra storia porti ad una crescita di civiltà. Perché è proprio questa ad essere entrata da tempo in una crisi che le tante parole non possono nascondere. Quel che l’Italia sta vivendo da mesi va molto oltre la difficoltà economica che riguarda il nostro come numerosi altri Stati. L’Italia è in una crisi di civiltà. Sì, ripetutamente trafitta da incivili silenzi.

               Non è certo un cambio di governo che può spaventare o destare stupore. Le legislature non concluse sono innumerevoli, i litigi tra personalità politiche ci sono sempre stati e mai hanno fatto onore ai protagonisti; anche Camere e Governi di basso profilo con parlamentari e ministri umanamente e professionalmente non all’altezza non sono una novità. E quanto ai governi tecnici, si sa, essi sono imposti dal semplice buon senso nelle situazioni di emergenza per allontanarsi, almeno momentaneamente, dallo squallido esempio offerto da troppi rappresentanti del popolo italiano.

               Questa volta si sta verificando qualcosa di inedito nella nostra storia. Siamo alla resa dei conti: i silenzi dovranno essere rotti perché arrivino ai cittadini le risposte che sole saneranno la cancrena nella quale il Paese si dibatte. Impotenti, milioni di persone assistono da mesi all’accanimento di una crisi economica e finanziaria di cui capiscono solo in parte la natura e la portata. Sono numerosi i cittadini che come me non sanno infatti cosa sia lo Spread Btp-Bund né il Credit-defoult-swap e, meno ancora, sanno attribuire valore alle cifre che accompagnano queste sigle, ma l’ignoranza di aspetti così tecnici mia e di tanti cittadini non allontana il sospetto che qualcosa di grave ci venga nascosto. Da decenni.

              Tutto o quasi nel mondo politico e finanziario, da mesi a questa parte, racconta di preoccupazioni e paure. E anche, certo, di qualche incuranza irrispettosa nei confronti dei cittadini. Da più parti e a più riprese si invocava l’urgenza di un cambio di guardia e la parola “fretta” ha scandito l’inquietudine per una lotta impari contro il tempo. I Suoi interventi, Sig. Presidente, hanno sovente ammesso la difficoltà grave del momento: le Sue parole non hanno mai mancato però di ottimismo affinché prevalesse negli animi la rassicurante speranza di un esito felice. Nessun analista oggi si espone sui tempi e sulle modalità del risanamento, ma quando la parola “recessione” inizia a circolare con prepotenza qualcosa di vero si intravede già.

              Il ricorso a salvatori quasi plenipotenziari è una strategia che non mancherà di dare frutti: affidarsi a personalità autorevoli è già un conforto e l’arrivo delle prime buone notizie è forse solo questione di tempo. Lo speriamo tutti. Ma sospettiamo anche che, non appena tornerà un poco di serenità e le soluzioni immediate avranno allontanato le paure del temuto tracollo, si tornerà ai vecchi silenzi. Vecchi e incivili.

              Nel nostro inno nazionale cantiamo di esser pronti a stringerci a coorte e di esser pronti alla morte. E di rispondere “sì” all’Italia che chiama! Ora, Sig. Presidente, per diventare un sol corpo pronto ad un impegno forte e concreto per il bene del Paese i cittadini devono capire che cosa è accaduto. Che cosa sta conseguentemente accadendo. Ma l’impressione è che nessuno dica loro l’intera verità di questa vicenda e che dietro la parola “crisi” si nascondano dei silenzi imbarazzanti. Come me, sono in tanti a intuire che siamo in una crisi di civiltà e da essa se ne uscirà solo grazie alla consapevolezza che una comunità nazionale è molto di più del suo prodotto interno lordo. E che il bene comune, amato e voluto, è la legge suprema di ogni convivenza. Il lungo e volgare spregio ad una virtù politica tanto antica è adesso lampante.

             Dispiace che continui il fuorviante abbaglio delle misure da prendere per salvare l’Italia. Certo, con l’acqua alla gola, il pensiero della sopravvivenza è il primo ad affermarsi. Quante volte si è sentito parlare di manovre correttive! Di interventi immediati e urgenti! Il risultato si commenta tristemente da solo. Terapie sbagliate per un male dolorosamente alimentato. Perché questa volta finalmente non si fanno precedere le cifre e i conti da una spiegazione chiara e convincente sull’inciviltà finanziaria che ha saccheggiato l’Italia?

             Il Paese adesso, Sig. Presidente, ha bisogno di capire. Perché capendo sarà in grado di diventare creativo nel collaborare alla ricerca e all’attuazione delle soluzioni, seppellendo ogni scure  ideologica e senza attardarsi a recriminare su inettitudini del passato. Tutto serve ora tranne distribuire colpe e accuse: atteggiamento questo infruttuoso, anche se l’esasperazione e l’indignazione di molti cittadini nei confronti di numerosi politici di ogni fronte hanno più di una motivazione.

            Ora è necessario che, in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, si spieghi finalmente cos’è il debito pubblico. Sì, in modo molto chiaro ed elementare venga detto soprattutto cosa significa che questo debito è “pubblico”. È intuitivo che sentirsi pesantemente indebitati e insolventi non rafforza nei propositi di una positiva inversione di tendenza. Diventa perciò fondamentale per la coscienza civica dell’Italia sapere perché è stato contratto questo debito. Nessuna manovra finanziaria incontrerà successo se prescinde da questo dovere di comunicare ai cittadini le ragioni di una bancarotta. Fa piacere sentire in questi giorni auspicare concordemente che le misure da adottare siano di rigore e al contempo a favore della crescita. Nell’equità.

          Difficile per il comune buon senso non essere d’accordo con tanta saggezza, anche se stringe il cuore il pensiero di anni di sprechi e sperperi, di stagnazione e di… iniquità. Meglio tardi che mai, si suole dire, e anche quando i buoi hanno lasciato la stalla, chiuderla può almeno evitare che le ventate di sciacallaggio portino via anche il fieno. Con pazienza si potrà mettersi in cammino alla ricerca dei bovini andati, sempre che non siano già stati macellati, e, malgrado la fatica del recupero, la lezione sarà servita. Il pareggio di bilancio è quel che si attua istintivamente nelle famiglie quando si sa che non si può spendere a lungo più di quel che si guadagna. Indebitarsi per investimento ci può stare, fa parte dello sviluppo. Il credito è una risorsa per migliorare le proprie condizioni, banchettare invece con il denaro pubblico per decenni aggravando un debito dalle cifre impronunciabili non è principio insegnato in alcuna scuola di economia.

          Sig. Presidente, incarichi qualcuno di spiegare alla Nazione perché è stato contratto dunque questo debito. Saperlo servirà a questo punto a trovare le vie più adatte per saldarlo. E servirà però anche sapere chi ha contratto questo debito. Gli anonimati inducono a sospetti che invece una parola chiara e autorevole spazza via, lasciando spazio a nuove energie riparatrici: dei danni resteranno certo le cicatrici, ma senza infezione agli organi vitali,  l’intera comunità nazionale saprà essere indulgente verso chi non aveva acuto il senso del primato etico e politico del bene comune.

          La risposta di civiltà che però più di ogni altra è necessario dare agli italiani è: chi è il creditore? Forse più di uno, ma la sostanza non cambia. Un debito va onorato ed è imperativo conoscere a chi è stato chiesto in prestito denaro e a chi va ora restituito. Par di capire che il debitore è pubblico, mentre il creditore è privato. Data la cifra esorbitante, i privati che hanno erogato questo credito agli italiani devono disporre di fortune incalcolabili e non dovrebbe esser difficile far conoscere l’identità di chi ora reclama a diritto la restituzione di capitale e interessi.

          Io non so, Sig. Presidente, a quale istituzione dello Stato spetti il compito di dare al Paese queste risposte. Se sia compito del Governo o della Magistratura contabile, del Ministero del Tesoro o della Banca d’Italia. Ho scritto a Lei nella sua qualità di garante della Costituzione e  simbolo dell’unità nazionale, consapevole che la Sua autorevolezza è un prezioso servizio al Paese in un momento dove è alla prova la civiltà democratica. Non si tratta più solo di una questione finanziaria. Per quanto grave sia quel che accade ai mercati, in questi giorni si impone un tema che va oltre la crisi economica, oltre l’infelice quadro politico, molto oltre il governo tecnico e quel che esso farà. Si tratta della sovranità del popolo italiano.

          Fondo monetario internazionale o Banca centrale europea, Banca d’Italia o altre banche, soggetti occulti o palesi che muovono capitali possono naturalmente aver cura dei propri interessi, ma non possono essere arbitri dei destini dei popoli. Si sente parlare di potentati finanziari, di speculazione dei mercati e di poteri forti. Non so quali siano i criteri in base ai quali si misura la forza di un potere, ma quel che mi pare certo è che nel nostro Paese l’unico potere veramente forte deve essere il popolo italiano. Niente e nessuno in questo Paese può essere più forte del popolo italiano. Adesso più che mai.

          Quel che accade è monito severo a ricordare a tutte le istituzioni dello Stato che qualunque cosa facciano e ovunque si trovino ad operare esse agiscono in nome del popolo italiano. Il servizio alla comunità nazionale passa per la suprema virtù civica dell’ossequio al bene comune. Qualunque interesse di parte può essere legittimo se non danneggia il perseguimento degli interessi della collettività e del suo bene.

         Termina un anno di celebrazioni e festeggiamenti. Termina come non era immaginabile. Si conclude con una resa dei conti, dolorosa e ancor piena di incognite, che segna la storia del nostro Paese. Comunque vadano le cose nelle prossime settimane e pur augurando successo a tutte le iniziative che portino ad allontanare timori e inquietudini, quel che accade non lascerà più nulla come prima.

         Il Paese attende la fine degli incivili silenzi.  

         Grazie, Sig. Presidente, per l’attenzione e per quanto potrà fare affinché i cittadini abbiano le risposte che restituiranno loro la sovranità sul proprio destino.

         Con viva cordialità,

         Mauro Turrini

 

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la Lettera al Presidente della Repubblica

 

 

Meraviglioso questo mondo? Non scherziamo. E’ molto di più?

I see trees of green, red roses too… Quando sento le prime note vado in estasi.
Sì, vedo alberi verdi e anche rose rosse: e le vedo fiorire per te e per me.
E come il grande Louis anch’io penso tra me… What  a wonderful world!

Che mondo davvero meraviglioso questo che vedo attorno a me. Che mi scorre sopra, sotto, accanto. Che mi attraversa. Il cielo blu con o senza le sue nuvole bianche che giocano a rincorrersi mi parla di immenso e mi confida la sua serenità. Ho aperto gli occhi al risveglio e questo giorno benedetto mi ha accolto a nuovi attimi di eternità. E quando la sera le palpebre si chiudono, mi sento abbracciato dalla sacra notte che immortala i sorrisi nella quiete del riposo. Scorre questo mondo meraviglioso in ogni giorno nuovo, nella novità di ciò che è da sempre.

“Illusione – mi grida una voce! Cocente ingenuità da bambini. Mancanza di adulto realismo. O  semplice stupidità”.
È la voce del mio passato, la riconosco. Ogni tanto torna a farsi sentire, soprattutto quando viene in qualche modo rianimata da un occasionale fotogramma televisivo. D’altro canto, il mondo dei telegiornali o delle cronache dei quotidiani non sembra piuttosto un letamaio? Una maleodorante discarica che raccoglie gli scarti e gli avanzi di un’umanità fatta di cattiveria, vanità e ipocrisia?

Tempo fa, quando ancora vivevo da disadattato nel passato, alzavo alto lo scudo della ragione e della religione e mi spiegavo le miserie umane con parole come fragilità, colpa, ignoranza.

Insomma, la mia idea era che il mondo nel quale vivevo era in sostanza una cosa buona, perché il Dio che lo aveva fatto voleva farne un paradiso. Qualcosa doveva essere andato storto nei piani perché qualcuno ci ha messo lo zampino. Intendiamoci però, malgrado l’inferno di Dante sia un capolavoro che amo molto, non ho mai creduto a satanasso e ai suoi amici, né alle grigliate di carne umana quale punizione. 

Ritenevo semplicemente che il fatto di essere dotato di libero arbitrio, l’uomo (e anche la donna) possa decidere delle sue azioni, nel bene e nel male. E per quanto il bene alla fine ne sarebbe uscito vincitore, il male era una realtà evidente con cui convivere oggi.

Consideravo questa mia visione delle cose realistica: non spiegava tutto, ma quanto meno restava nel buon senso. In equilibrio, lontano da una parte dai pessimisti che vedevano solo male e dall’entusiasmo fumato dall’altra. Pur con il rispetto del sentire di tutti, la mia prospettiva salvava capra e cavoli. Buoni e cattivi stanno insieme come il grano e la zizzania fino alla mietitura. Poi quel che sarà, sarà. E il trionfo della giustizia premierà i buoni e punirà i cattivi. Quelli, tanti, di cui instancabilmente la televisione e i giornali mi raccontavano ogni giorno.

E subito di buon mattino, per aggiornarmi il prima possibile che anche in quel giorno qualche cattivo aveva già fatto delle balordaggini. E si pensava di darmi un servizio mentre si alimentava la mia rabbia, l’impotenza, la critica, il pessimismo. E ogni sera mettevo il giorno trascorso tra gli innumerevoli altri ad aumentare il volume della mia insoddisfazione.

Poi sono cresciuto. Ho imparato dal grande Lao Tze che “fa più rumore un solo albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Mi sono sentito più sereno. Da Nietzsche ho appreso che i giornali sono il “vomito mattutino”. Meglio allora una dieta diversa, con una colazione proteica immersa nella meditazione.
Ho spento la televisione. Mi si è acceso il cuore. Lui ha dato una luce nuova agli occhi. Loro hanno benedetto la Vita.
Allora ho cominciato a vedere e sentire la foresta che cresceva.
Dentro di me.

Da allora vedo che i colori dell’arcobaleno così belli nel cielo sono anche sui volti della gente che passa. Sono attento ai sorrisi che mi passano accanto: sono più di quanto avessi mai immaginato. Sono gli infiniti sguardi dell’unica Presenza. Quando vedo amici che si stringono la mano e domandano “come va?” sento in quelle parole le vibrazioni dell’amore che impasta i sentimenti che le genera. In realtà si stanno dicendo “ti voglio bene”.
Certo,  sento anche i bambini piangere. Li guardo crescere.
Impareranno molto di più di quanto io potrò mai sapere. E allora penso tra me… che mondo meraviglioso!

Louis  Armstrong è meraviglioso! La sue parole, la sua tromba. Un riflesso della melodia cosmica. Meravigliosi sono tutti gli uomini di ieri e di oggi. Di ogni latitudine. Si può sfottere sportivamente la tifoseria avversaria, ma non esistono i bastardi dentro. Tutti in questo mondo hanno un nome che declina bellezza.
E se qualcuno ha fatto o fa qualcosa che meraviglioso proprio non sembra, è perché nessuno forse gli detto mai quanto arcobaleno c’è nel suo cuore.

Io non sono così sapiente da essere certo che l’uomo per natura è buono e che è la società che lo corrompe. Ma questa visione mi piace: innalza l’uomo nella sua essenza. Libera da colpe,
peccati, punizioni. E risentimenti.
Il colpevole è la società? No. Non ci sono colpevoli. Ci sono solo smemorati. C’è talvolta il collettivo oblio della divinità dell’uomo. Della sua intangibilità. Della sua bellezza. Della sua appartenenza all’energia dell’Universo amico.
Ma non si tratta di salvare la società. Nessuna crociata. Solo infinita magnanimità verso tutti. E ripartire da se stessi. In fondo è il nostro sguardo che fa la differenza. Quello degli occhi. E quello del cuore.

Ha proprio ragione Anaïs Nin: “Noi non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo”.
Vado alla finestra, guardo il cielo amico. Sorrido in silenzio e penso tra me… Sì, è proprio un mondo meraviglioso.

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Un abbraccio. Grande.

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