Anni che si inseguono! E sempre a partire da gennaio, al quale seguirà, tra poco, febbraio e poi marzo, in una routine di scontata indifferenza, spesso senza saper dove si sta andando, ma andandoci di fretta. Senza quasi accorgersene, eccoci di nuovo sul palcoscenico di un implacabile scambio di mesi tra festività già rapidamente dimenticate, nel passaggio dal vecchio calendario a quello aggiornato. Un inizio per molti privo di entusiasmo, apparso già stanco di fumosi e ripetitivi cliché. Affaticati da riti bolsi, siamo entrati da poche settimane nel ciclo zodiacale ricco di annunci e sentenze, esposti a illusioni e fastidi a quali non saper sovente porre rimedio. Sembriamo ormai solo subire gli eventi: che si contino tanti o pochi quelli passati, siamo giunti ad un altro inverno e con le sue giornate fredde ha preso corso la clessidra numero 2026 dell’era nazarena. Sì, ben diceva il poeta, il tempo scorre, fugge, senza concedere tregua nel suo inesorabile accavallarsi di giorni e di frammenti di notti, appesantendo una memoria che scorda i numerosi tramonti insignificanti e l’attesa di albe mute e sbiadite.
Tempus fugit. Scivolando via in esistenze che ansimano tra rimorsi e rimpianti, spesso brutalmente shakerati senza troppo lesinare sullo sgradevole intruglio perché malamente agitati e non delicatamente mescolati. Eccoci, imperdonabili recidivi! Seduti al tavolo del tempo, abbiamo inaugurato da pochi giorni il nuovo anno, sorbendoci cocktail di auguri di circostanza, nell’amara sensazione che a nulla serviranno perché mai a nulla sono serviti i mesi successivi, quando, ancora una volta, la frustrazione avrà inaridito troppo presto la speranza di un domani davvero diverso da un susseguirsi di oggi opachi.
Ma, verrebbe da dire, sappiamo trovare alternative? Come non lasciarsi andare ad un po’ di baldoria per salutare il nuovo giro della Terra attorno al Sole, cercando di umanizzare una rotazione impersonale, monotona e millenaria, nella sua orbita ellittica di 365 giorni e 6 ore alla velocità di 107.000 chilometri orari? Perché non essere indulgenti e capire il bisogno di musica e coreografie festanti, brindisi e tavole imbandite, tra baci e abbracci farciti di sorrisi e risate? Un po’ di rumore e domani sarà un altro giorno. E, a distanza di solamente quattro settimane, con sbiaditi e forse anche sgradevoli ricordi.
E via, nuovamente in lotta con il tempo che non basta! Tempo che non va perso. Tempo da guadagnare. Tempo che non si ha. Tempo che fugge, bastardo! Così, inesorabile, va ripetendosi la commedia degli uomini vuoti, gli uomini impagliati che appoggiano l’un l’altro la testa piena di paglia. Ahimè! Le nostre voci secche, quando noi insieme mormoriamo sono quiete e senza senso, come vento nell’erba rinsecchita o come zampe di topo sopra i vetri infranti nella nostra arida cantina (T. Eliot).
Tra vanità e futili cose spesso miscelate di fiele lasciamo scorrere l’esistenza. E intanto fugge questo reo tempo, colpevole di accelerare le rughe e di spaventarci con un invecchiamento che corre a velocità doppia rispetto alla saggezza che riveli l’unica cosa sensata: viverlo, il tempo. Questo, per altro, è il solo di cui disponiamo. Ma come viverlo? Apparentemente, anche volendo sperare contro ogni speranza, sembrerebbe temerario andare oltre un ottimismo tragico. La quotidianità è martellante nel fiaccare le resistenze agli eventi programmati. L’apparato mediatico è coalizzato nell’aumentare gradatamente la temperatura dell’acqua affinché le rane stagnanti sui divani si lessino, senza neppure accorgersene e accettino supinamente l’inevitabilità degli imminenti tragici eventi. Di finestra in finestra (quelle di Overton) l’homo televisivus è stato ben preparato alla prossima sbornia di menzogne vili e devastanti e all’emicrania che lo renderà impotente a qualunque reazione. Scenario infernale, perversamente preparato! Eppure non dovremmo trovarci nel percorso, quasi completato, progettato per condurci al paradiso in terra in meno di due decenni? Nel 2015 l’ONU proponeva al mondo l’Agenda 2030, ovvero un piano centrato sul raggiungimento di 169 obiettivi aggruppati in 17 punti, indicando i dettagli specifici che guidano le azioni concrete. Si esaltavano le 5 P:
Persone: Porre fine a fame e povertà, garantire dignità e uguaglianza.
Prosperità: Assicurare vite prospere e appaganti in armonia con la natura.
Pace: Promuovere società pacifiche, giuste e inclusive.
Partnership: Attuare l’Agenda attraverso solide collaborazioni.
Pianeta: Proteggere le risorse naturali e il clima per le generazioni future.
Riportiamo qui la prima insulsa promessa, quale esempio lampante di quanto sia malvagio conclamare qualcosa sapendo che si lavorerà assiduamente alla realizzazione dell’esatto contrario. Esso ha per titolo: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo. Ed ecco di seguito riportati i Traguardi prefissati:
1.1 Entro il 2030, sradicare la povertà estrema per tutte le persone in tutto il mondo, attualmente misurata sulla base di coloro che vivono con meno di $ 1,25 al giorno
1.2 Entro il 2030, ridurre almeno della metà la quota di uomini, donne e bambini di tutte le età che vivono in povertà in tutte le sue forme, secondo le definizioni nazionali
1.3 Implementare a livello nazionale adeguati sistemi di protezione sociale e misure di sicurezza per tutti, compresi i livelli più bassi, ed entro il 2030 raggiungere una notevole copertura delle persone povere e vulnerabile
1.4 Entro il 2030, assicurare che tutti gli uomini e le donne, in particolare i più poveri e vulnerabili, abbiano uguali diritti alle risorse economiche, insieme all’accesso ai servizi di base, proprietà privata, controllo su terreni e altre forme di proprietà, eredità, risorse naturali, nuove tecnologie appropriate e servizi finanziari, tra cui la microfinanza
1.5 Entro il 2030, rinforzare la resilienza dei poveri e di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità e ridurre la loro esposizione e vulnerabilità ad eventi climatici estremi, catastrofi e shock economici, sociali e ambientali
1.a Garantire una adeguata mobilitazione di risorse da diverse fonti, anche attraverso la cooperazione allo sviluppo, al fine di fornire mezzi adeguati e affidabili per i paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi meno sviluppati, attuando programmi e politiche per porre fine alla povertà in tutte le sue forme
1.b Creare solidi sistemi di politiche a livello nazionale, regionale e internazionale, basati su strategie di sviluppo a favore dei poveri e sensibili alle differenze di genere, per sostenere investimenti accelerati nelle azioni di lotta alla povertà.
Tutto questo entro il 2030! Volgare insulto all’intelligenza per stordire le coscienze rendendole supine prima dello stupro. Siamo al cospetto della sublime operazione ipnotica che il nido di rettili massoni, i pupari di elezione e lignaggio, che tirano i fili delle Nazioni Unite ha messo in atto. Dopo il grande test del 2020, in questo quinquennio si accelera verso l’epilogo, con l’instaurazione del Nuovo ordine mondiale, certamente non secondo il copione originario, costretto da imprevisti e diffusi risvegli a subire correzioni, ma pur sempre con la celebrazione il trionfo del Dio degli Eserciti e il suo impalpabile sinedrio. D’altro canto, la semina è stata abbondante e si è pronti a mietere un’umanità in gran parte inebetita: l’homo sapiens ha ceduto il posto all’homo televisivus, insediatosi prepotentemente come prodotto di laboratorio cui sono stati prosciugati i neuroni dediti alla capacità critica, in modo da poter meglio assimilare i consigli per gli acquisti. Così, dall’homo obesus plasmato dalla pubblicità spazzatura che arricchisce Wall Street è stato facile giungere allo stadio evolutivo dell’homo demens, stabilmente instupidito in un’encefalite letargica cronica.
Malgrado uno scenario avvilente, non è detto tuttavia che le cose vadano secondo i desideri dei demiurghi dell’alta massoneria finanziaria, costretti purtroppo a constatare furiosamente resistenze e ritardi, malgrado gli investimenti miliardari sui fronti della manipolazione e del controllo. Nessuno stupore: come sarà possibile impedire che tanta forzatura nella Natura provochi un’implosione degli apprendisti stregoni nei loro satanici propositi? I cultori del bafometto potrebbero scottarsi le mani e pagare cara tanta delirante ed empia arroganza. Poiché, secondo l’illuminate intuizione filosofica di Wittgenstein, il nostro mondo appare molto diversamente se lo si circonda di possibilità diverse, il risveglio di molte coscienze alla consapevolezza della propria autentica dignità è una significativa premessa all’introduzione di un imprevedibile quanto agognato salto di paradigma esistenziale. E, probabilmente, saremmo già in un’era aurea grazie alle possibilità diverse con le quali avevano saputo circondare il mondo pensatori come il cristiano Giordano Bruno, l’ebreo Baruch Spinosa e il dionisiaco Friedrich Nietzsche. I Pochi sapevano che avevano… capito. Per quanto ancora sottotraccia, forse stiamo già assistendo allo sgretolamento del simulacro della fantasiosa idolatria mosaica ed ecclesiastica. La narrazione biblica, insieme a quella talmudica, sta a un passo dall’essere ricollocata nella sua miseria filosofica e antropologica, oltre che letteraria, nella quale si è sagomata. Sembra paradossale, ma è cominciata in molte coscienze la liturgia funebre per il commiato da tanta sopravvalutata divinità. Addio, Elohim!
Tempus figit e nel suo dispiegarsi ha fatto conoscere qualcosa di sé che ridisegna il concetto di successione. La scienza ha sconvolto il tempo come nozione. È una dimensione ormai non disgiungibile dallo spazio, tanto che, per chi crede nella fisica, come Einstein, è assodato che la divisione tra passato, presente e futuro ha solo il valore di un’ostinata illusione, per quanto persistente. Detto così, tale dirompete assunto parrebbe non dover andar molto oltre l’entusiasmo di quanti amano il sapere scientifico, ma vi è un’implicazione metafisica dalle pesanti conseguenze. Per quanto noi persistiamo ostinatamente nella visione nota, con l’approccio insinuatosi con la relatività generale è entrato in crisi profonda il passato biblico segnato dal peccato, il presente espiativo e salvifico in una valle di lacrime e un futuro di potenziali beatitudini in un aldilà eterno. Con l’avvento dello spaziotempo e con l’affermarsi del concetto di curvatura si va imponendo la frammentazione della continuità tra un prima e un dopo. Un’evidenza che incalza e diventa quindi urgente aprire la mente ad un’inedita comprensione di noi stessi e della nostra esperienza nel mondo. E osservare l’attualità con sguardo diverso. Abbiamo ignorato quel che la poesia di Orazio aveva annunciato: Carpe diem! Mentre stiamo ancora parlando, il tempo, che prova invidia per noi, sarà già fuggito. Cogli al volo la gioia dell’oggi, senza riporre alcuna speranza nel domani. Un rammarico anche aver ignorato l’esortazione di Seneca: Comincia a vivere subito e considera ogni giorno una vita a sé. Ahimè. Ahinoi.
Malgrado la schiena curva sotto i secolari fardelli religiosi che l’hanno appesantita e la bocca impastata da interessi che l’hanno distratta, la filosofia continua a restare il luogo delle geniali intuizioni in grado di elevare menti e cuori ad una visione limpidamente umana – per quanto possibile – della Vita. E lo fa con quel realismo proprio della capacità critica figlia dell’intelligenza che riesce ad esprimersi nella sua natura: intus legere, andare dentro le cose. E oltre.
Secondo questa premessa, consideriamo tre aspetti del presente che inducono a riflessione.
Primo. Prepararsi all’impatto. Mi sono permesso di segnalare questa evenienza già tempo fa nel Libro. Solo con ingenuità infantile si possono incrociare scaramanticamente le dita. Non è evidente di che natura possa essere la collisione e si tratterà di uno scontro probabilmente non fisico. Potrà realizzarsi o meno in concomitanza del conflitto bellico del quale sono in corso i preparativi, ma una guerra di tipo militare con sfoggio di tecnologia di ultima generazione sarà soltanto un fumogeno per impressionare, annebbiare la vista e distrarre dal vero obiettivo. Potrebbero bastare gli effetti speciali made in Hollywood, ma una qualche devastante esplosione ben ripresa provocherà maggior turbamento e poi la montatura mediatica amplificherà a dovere il tutto per generare e diffondere paura e terrore, mentre si consolida indisturbato il miserabile trionfo. Nei piani alti non si va neanche di corpo senza avere un piano preciso e con il quinquennio 2026-2030 si è aperto il sipario dell’ultimo atto del dramma nel quale, contro le aspettative, si assisterà alla tragica fine dell’età del ferro. Nel vortice di questo scorrere dissennato ci troviamo travolti dal delirio massonico che attende impaziente il compimento di un Nuovo ordine mondiale. Il dado è tratto da tempo e il tappeto verde sul quale i Pochi eletti si sono divertiti a come annientare e sottomettere i Tanti, insignificanti esseri, sta per essere arrotolato. Come non vedere che è stata avviata una vigorosa accelerazione per timore che i preparativi del messianico giorno debbano venir ulteriormente e insopportabilmente aggiornati? Farsi abbagliare dai quotidiani teatrini di geopolitica, dove compaiono marionette intente a recitare il copione loro assegnato, sarebbe come cadere nella trappola tesa ai videoallocchi. Malgrado le apparenti diversità ideologiche dei personaggi di spicco detentori del potere che tengono banco nelle News, l’intento unanime, da applicare nelle proprie aree di influenza è uno solo: giungere al controllo totale dei Tanti, avvalendosi delle enormi potenzialità della tecnologia supportata dall’intelligenza artificiale.
L’opera di soggiogamento digitale delle masse planetarie dovrebbe essere facilitata dal depopolamento già in corso. Da qualche anno è nata la generazione dei malori improvvisi, quella che considera la malattia come una norma e la salute un’anomalia, quella che mantiene efficienti e affollati cimiteri e tempi crematori. L’opera intensa compiuta da chimica ed elettromagnetismo, dai veleni alimentari, da depressione e ansia, da paura e morte stanno già decimando comunità e popoli, vittime dell’ipnotismo irradiato dagli schermi al plasma, grandi o piccoli, domestici o tascabili.
E sembrerebbe non ci sia modo di opporsi, perché le decisioni criminali sono prese e gestite in sale dei bottoni esclusive, alle quali solo i Pochissimi hanno accesso, preferibilmente con barba e cappello. Ma esiste la forza del pensiero! E con essa sfuggire a qualsivoglia controllo quando rimanga alta la coscienza di sé e la consapevolezza che tutto il potere, quello vero, proviene dall’interno. Prepararsi all’impatto! Senza sfere di cristallo, si può tuttavia ipotizzare che esso sarà l’effetto dell’implosione improvvisa dei Pochi e delle loro trame. L’onda d’urto travolgerà quanti si saranno fatti trovare sprovvisti dell’amore per il Bene. Sarà una questione di frequenze e quella della Verità assorbirà ogni altra. Assopirsi ora potrebbe essere fatale. Restiamo svegli e fiduciosi. L’Universo ama gli Esseri aurei.
Secondo. Libertà dal conosciuto. Ottenere questa libertà è sommamente impegnativo e il cantiere è perennemente aperto. Una scelta tra le più difficili ma forse la sola in grado di collocarci nel presente e capace di mettere ordine tra ricordi e attese, desideri e propositi, nostalgia e noia. La presa di distanza dalla storia fin qui narrata e dalle numerose falsità di cui è farcita assicura un primo livello di immunità alla manipolazione imperante. Diventare consapevoli che le tradizioni sono in molti casi intrise di ambiguità eleva lo spirito oltre le nebbia delle certezze divine macchiate di sangue umano. Se è socraticamente vero, come credo lo sia, che una vita senza ricerca non merita di essere vissuta, allora va assecondato oggi il diritto della coscienza ad uscire dalla spelonca delle ombre e cominciare la risalita verso la luce del sole. Malgrado il millenario avvertimento, insipienti, continuiamo a lasciarci persuadere dalle ombre fino quasi a gioire di esse, ignorando la luminosa realtà sulla nostra Natura spirituale e la nostra unità con la Mente universale, che è la Sostanza di tutte le cose. Alberghiamo in una prigione di sbarre invisibili e lì si consumano i nostri giorni.
Millenni di scritti e culti religiosi, intere biblioteche di scritti filosofici accompagnati da secoli di scoperte scientifiche ci hanno consegnato un patrimonio di conosciuto enorme e invadente. Lo abbiamo fatto diventare più una gravosa zavorra che un invito ad andare oltre e più profondamente avanti nella conoscenza di noi stessi. Dopati dalla scempiaggine che raccomanda di non lasciare il certo per l’incerto, siamo stati addomesticati all’obbedienza e all’ossequio per le autorità, quelle divine, innanzitutto, e per quelle che fanno da intermediarie nella diffusione dei precetti che, una volta osservati a dovere, assicurano la salvezza, più in un imprecisato aldilà che qui e ora. Ebbene, se riusciamo ad uscire dal nostro stato di minorità, l’intuito che ancora dimora nella struttura psicologica umana ci farà scorgere quando sia innaturale l’attualità che le Istituzioni insistono ad iniettarci quotidianamente in vena. Incamminarci con determinazione sulla via della libertà dal conosciuto somministratoci dai Pochi potrebbe rappresentare la più grande sfida ai loro propositi di controllo delle nostre vite.
Terzo. Salto di paradigma esistenziale. Sì, ritengo siamo prossimi a quell’evento del quale non si può dire alcunché, in quanto precedente o successivo alla conflagrazione che vedrà i Pochi e i loro progetti demenziali evaporare nella Verità. Ipotizziamo un tipo di cambiamento circa il quale non disponiamo di alcuna esperienza, trattandosi verosimilmente dell’ingresso di un nuovo livello di apprendimento, quello mai realizzatosi fino ad ora o quantomeno non documentato. Un salto di paradigma è un evento epocale.
Il concetto di salto di paradigma è stato introdotto nella sociologia e nella filosofia della scienza negli anni 60 del secolo scorso per indicare un avvenimento straordinario. Con paradigma s’intende quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criteri di soluzione di problemi che caratterizza una comunità di scienziati in una fase determinata dell’evoluzione storica della loro disciplina: a mutamenti di paradigma sarebbero in tal senso riconducibili le cosiddette rivoluzioni scientifiche. Preso in senso filosofico e non grammaticale, il paradigma designa quindi un insieme di conquiste scientifiche universalmente riconosciute che forniscono modelli e soluzioni accettabili, definendo una scienza normale finché non emerge una crisi che porta ad una rivoluzione e ad un nuovo paradigma. Per esemplificare, si pensi al salto di paradigma dal sistema geocentrico o quello copernicano o a quello del modello newtoniano della fisica classica prima della relatività di Einstein. In senso lato, un paradigma è una visione del mondo, un insieme di credenze e di abitudini che influenzano profondamente le nostre scelte e il modo in cui interpretiamo la realtà. Spesso, inconsciamente, esso riguarda anche convinzioni su se stessi e sul funzionamento della vita che determinano i nostri schemi di comportamento. Quindi, un modello di riferimento, un termine di paragone, un archetipo riguardo a problemi e soluzioni.
Ritengo che siamo ancora troppo lontani da quel livello di apprendimento che produce un cambiamento rivoluzionario, quello prodotto da una filogenesi che ha operato una tale evoluzione nella specie neppure immaginabile dai nostri schemi cognitivi attuali e dalle forme espressive di cui disponiamo attualmente. Questo perché va presupposto il risveglio a qualcosa di completamente nuovo, unico e persino di grandi trasformazioni. A questo livello l’individuo, il gruppo o l’organizzazione vengono a trovarsi fuori dal contesto fino a quel momento conosciuto, noto. Con il salto di paradigma, operato con il cambiamento del processo di apprendimento, è verosimile che, avuto accesso ad un mondo nuovo, la Vita, come Forza vitale, mostri più pienamente se stessa.
E il prevenire a quella condizione porterebbe alla risposta della domanda fondamentale: Chi siamo noi, veramente? Un volta presa in considerazione questa questione, come ho già suggerito in un altro Libro, ne discenderebbe una radicale e inedita interpretazione della morte riassorbita nell’Unità del Tutto con l’estinguersi del morire, secondo il vaticino del poeta: Allora anima, pasciti del tuo spirito, senza più sfarzo esterno, così ti nutrirai di Morte che di uomini si nutre e con Morte morta, si estinguerà il morire (W. Shakespeare).
