DA TUTANKHAMON A ME
Meditazioni filosofiche… su tre tombe

La tomba di Tutankhamon è stata trovata… piena. Dopo più di tre millenni, si è rinvenuto il suo corpo mummificato. Lui era lì. Coloro che sono andati al sepolcro, nel quale era stato deposto Gesù Cristo crocifisso, hanno raccontato al mondo che la sua tomba è stata trovata… vuota. Lui era risorto. E io, figlio di duemila anni di narrazioni in vario modo divine, cosa posso sperare? La mia tomba come sarà? Piena o vuota? Nessuno può al momento saperlo, ma forse c’è una terza possibilità da esplorare e possibili ipotesi da formulare.
Seppur ricche di annotazioni e pensieri riguardanti tombe e cimiteri, queste meditazioni sui generis non hanno alcunché di intenzionalmente macabro. Per quanto la protagonista di queste pagine sembri essere la morte, si scoprirà che l’argomento che soggiace a questo affastellarsi ordinato di idee è la Vita. Il suo mistero rimane un cantiere aperto, nella ricerca di nuove consapevolezze, con la filosofia che ci ricorda che Il nostro mondo appare molto diversamente se lo si circonda di possibilità differenti.
E soffermandosi, non senza una qualche controllata apprensione, a ragionare sulla Vita e sulla morte, il logos, la razionalità filosofica, trova sereno appagamento nella consapevolezza che la via alla conoscenza sta nella contemplazione della nostra Natura spirituale e della nostra Unità con la Mente universale, che è la Sostanza di tutte le cose..
La Tomba di Tutankhamon era… piena
La Tomba di Gesù Cristo era… vuota
E la nostra? Noi, oggi, osiamo inventare ipotesi!

Il libro comincia così:
In principio, la Vita. Sì, sembra proprio una verità non difficile da ammettere e questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni discorso riguardante la morte e quanto ad essa vi è connesso, ma non è così. Ogni qualvolta vediamo un cimitero, le sue tombe e le luci lugubri guardiane dei corpi in putrefazione più o meno avanzata, i pensieri e le emozioni ci attraversano in un affastellarsi di contraddizioni, più o meno marcate in base al proprio sistema percettivo del mondo. Nondimeno, è inoppugnabile che un’urna ha quasi sempre il sinistro compito di esibirsi come testimone feroce della fine. Chi poi è della mia generazione e ha frequentato con successo negli anni dell’infanzia il catechismo parrocchiale a marcata trazione cattolica, conosce il poker escatologico: morte, giudizio, inferno, paradiso. Interpretazione questa dell’estremo passo comprensibile naturalmente solo in contesto cristiano, ma l’idea di un aldilà di beatitudine o di punizione è trasversale a varie culture e religioni, di ieri non meno di quelle ancora in auge. Si svilupperanno nel testo questi e altri spunti che tuttavia vanno imperativamente qui preceduti da alcune righe introduttive, volte ad assolvere il dovere di dare ragione del titolo (e del sottotitolo) di questo libro.
Va da sé che non vi è alcuna presunzione faraonica da parte nostra, megalomanie a cui non siamo avvezzi e in grado solo di suscitare sgradevole ilarità. L’evocazione di un tale nome universalmente noto si fonda su un fatto storico: l’egittologia ci documenta che il ritrovamento della tomba di Tutankhamon fu un evento unico perché essa non era stata violata. Gli scavi portarono a un’evidenza inconfutabile: la sua tomba era piena! Ovvero, quando fu aperto il sarcofago, il corpo mummificato del giovane faraone era lì. Con il conforto dell’archeologia ci troviamo quindi faccia ad una dato scientifico accuratamente documentato, a comprova di quanto già ci veniva propinato nei sussidiari del ciclo scolastico elementare. Le numerose suppellettili di pregio ritrovate nei vani dell’angusto loculo sotterraneo, unitamente alle scene rappresentate sulle pareti, attestano la convinta credenza in un destino che prolungava la vita del sovrano oltre la morte. Si tratta di un’interpretazione consistentemente religiosa, data la raffigurazione pittorica delle divinità preposte al giudizio antecedente il trapasso dell’estinto verso l’aldilà. La presenza di numerosi manufatti, molti dei quali il faraone defunto si serviva in vita, sembrano dichiarare che questi stessi strumenti gli sarebbero stati utili per continuare la propria esistenza altrove. Comunque sia andata, lasciando pur sempre aperta la porta dell’incompleta conoscenza degli eventi, dal 1323 a.C. al 1922 della nostra era, il corpo imbalsamato e avvolto in bende di Tutankhamon è rimasto là dove era stato murato. Immobile.
La tomba di Gesù Cristo invece era vuota! Questo, quanto meno, è quel che ci è stato raccontato dai testimoni. I racconti tramandatici nei vangeli canonici riportano quanto alcuni suoi discepoli hanno visto all’alba del primo giorno dopo il sabato, quello immediatamente successivo al venerdì pomeriggio nel quale si era consumata l’esecuzione del condannato. Gesù, nativo di Nazareth e originario della Galilea, regione del nord della Palestina, era personaggio noto, predicatore in grado di attirare l’attenzione di folle enormi, un taumaturgo al quale si attribuivano miracoli e che veniva considerato da molti uno straordinario maestro e profeta. Fustigatore amorevole ma fermo di ogni falsità, da quel che ci è stato trasmesso, con la sua franchezza si era progressivamente sempre più inimicato i poteri forti del tempo. Quelli che facevano capo a Mosè e ad Aronne, s’intende, perché il governatore romano dichiarò di non trovare in lui alcuna colpa. E poiché un affronto reiterato e la lesa maestà non potevano essere oltremodo tollerati, il sinedrio, il consiglio dei depositari del verbo divino, ha deliberato la pena capitale per l’audace irriverente rabbino. I capi d’accusa parevano pretestuosi e comunque non tali da comminargli la morte tramite crocifissione, ma alla fine il braccio armato cedette alla pressione delle autorità religiose e Gesù Nazareno venne giustiziato in quanto re dei giudei. Un pericoloso sovversivo dunque da eliminare in nome della dichiarata fedeltà dell’élite gerosolimitana a Roma, quella espressa nella dichiarazione: Noi non abbiamo altro re che Cesare!
Una fine oltremodo ingiusta per un uomo che aveva fatto della denuncia dell’ipocrisia religiosa dei suoi concittadini il fulcro di una predicazione che desiderava invece essere la buona novella annunciante il regno di Dio. A dir vero, presi di mira erano in special modo i notabili religiosi, identificati nei testi evangelici con i nomi di farisei, sadducei, scribi e sacerdoti e furono proprio questi ad orchestrare la fine del figlio del falegname sceso a Gerusalemme da quel borgo insignificante della Galilea. A giudizio dei benpensanti guardiani dell’ordine religioso costituito, i custodi e soli autorevoli interpreti della Torah, questo Gesù non solo era irritante e arrogante ma persino un bestemmiatore, in quanto si attribuiva prerogative esclusive del Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe. Comunque sia, serviva impartire una lezione pubblica, riservargli una fine teatrale che lo screditasse e lo umiliasse così da rappresentare per tutti un monito. Spogliato dalle vesti e lasciato alla derisione, destando stupore nei più che non opponesse resistenza, si lasciò coronare di spine e inchiodare ad una croce. E, così malridotto dalla flagellazione, venne esposto in quel luogo del cranio dove finivano i loro giorni le canaglie, i ladri, i briganti e gli assassini. Catturato nella notte, processato e condannato al mattino, agonizzò per qualche ora ed esalò l’ultimo respiro nel pomeriggio.
Quando venne sepolto, era certamente morto. Per allontanare qualsiasi incertezza al riguardo, si racconta che un soldato gli trafisse il costato con una lancia. Se, probabilmente, la causa prossima del decesso fu l’asfissia, il ferro entrato nel petto non lascia dubbio sul fatto che il corpo deposto nel sepolcro fosse quello di un cadavere. Persone della sua cerchia intercedono presso il governatore e la pietà prevale, unitamente all’opportunità e alla decenza: sarebbe stato indecoroso lasciar sussistere uno spettacolo tanto macabro in un giorno di grande festa. Ci si prepara alla pasqua e dunque tutto si consuma con rapida discrezione: il corpo di Gesù di Nazareth viene liberato dai chiodi e tolto dal patibolo, avvolto in un lenzuolo e collocato nel sepolcro. Si precisa che si tratta di una tomba nuova, di proprietà di un signore benestante che la mette a disposizione. Si rotola sull’accesso un enorme pietra in modo da dichiarare conclusa tutta l’incresciosa vicenda. E invece, ecco un colpo di scena inimmaginabile! Quando la domenica mattina alcuni dei suoi discepoli e pie donne della sua cerchia si recano al loculo per i riti di imbalsamazione del proprio caro, la sorpresa è sconcertante. La tomba di quel Gesù che poi verrà riconosciuto come il Cristo era dunque… vuota!
Quella di Tutankhamon viene ritrovata dagli archeologi piena. Quella di Gesù di Nazareth alcuni testimoni oculari attestano che era vuota. E la mia tomba come sarà? Piena o vuota? Cosa posso sperare? La risposta passa attraverso la possibilità di considerare un’alternativa a questa dualità, ammettendo, per ora ipoteticamente che tertium datur. Il concetto di pieno ci è famigliare evocando l’atto di riempiere, ovvero il costatare che qualcosa esaurisce uno spazio. È intuitivo concepire, seppur non di forma uniforme e infinite dimensioni, un contenente potenzialmente disponibile a ricevere un contenuto, anch’esso variamente inteso. Convenzionalmente pieno è connotato positivamente, in modo arbitrario certo, ma sostenuto dalla sensazione di presenza, dell’esserci di qualcosa. Il suo opposto, il concetto di vuoto è associato, per logica e di fatto, all’idea di mancanza. Vuoto è ciò che è privo di un contenuto, che non ha nulla dentro, al suo interno. Si tratta di uno stato in potenza a ricevere ma che non è ancora stato riempito. Oppure, si dice di uno spazio che, precedentemente occupato, è stato svuotato. Anche in questo caso in modo arbitrario, tuttavia si associa al vuoto una sensazione negativa, un più o meno accentuato horror vacui dovuto alla percezione di assenza di qualcosa che non è mai stato messo o che è stato tolto. Inutile dire che i nostri sensi sono maggiormente sintonizzati sul pieno e oggetti che occupano uno spazio appagano la nostra attenzione molto più del vuoto e dell’inquietante assenza che sembra imporre.
Aver scelto come argomento di meditazione le tombe comporterà l’inevitabile obbligo di confrontarsi con il tema insidioso della morte. Sì, con questa terribile realtà e con il corredo coreografico che mette costantemente in scena, quali i variegati riti di sepoltura e i simboli di cui sono ricchi i tumuli cimiteriali. Era retorica la domanda del poeta che s’interrogava se all’ombra dei cipressi o dentro l’urne confortate di pianto, fosse forse il sonno della morte men duro? Quella fatal quiete è un epilogo definitivo oppure vi è qualche forma di continuazione in una modalità concettualmente e linguisticamente difficile da precisare? E, inoltre, il trapasso culminerà in un’eternità paradisiaca o infernale definitiva, che può però ammettere un purgatorio transitorio, ovvero, senza scampo alcuno, il destino sarà implacabile nell’assegnazione cieca ad un limbo imperituro?

Da Tutankhamon a me
Meditazioni Filosofiche… su tre tombe

Ecco cosa troverai nel libro:
Introduzione
Capitolo Primo: Tutankhamon, la tomba… piena
Capitolo Secondo: Gesù Cristo, la tomba… vuota
Excursus 1: Tombe e cimiteri
Excursus 2: La Morte
Excursus 3: La Divinità
Capitolo Terzo: Io, la tomba… non ci sarà
Conclusione […]

Il libro non ha una conclusione.Non certamente la mia.
E perché mai dovremmo concludere?
Il cantiere rimane ancora aperto e la ricerca continua. Ci dovremo convivere ancora per un po’, ma la tomba continuerà a rappresentare soltanto una temporanea introduzione alla conoscenza di noi stessi.
La sua presenza ci accompagnerà ancora per qualche imprecisabile il tempo e ci lascerà quando il nostro apprendimento sulla Vita sarà completato.
Come sarà possibile un salto di paradigma di tal portata? Come avranno potuto le ipotesi fantasiose di un visionario trovare spazio nel mondo così realistico degli zombi?
Chi vivrà, vedrà!
Da Tutankhamon a me
Meditazioni Filosofiche… su tre tombe

Se ci sarà occasione di conoscerti,
ti esprimerò personalmente la mia gratitudine e sarò felice di farti una dedica speciale!
Un abbraccio,

