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Natale: una data, un simbolo? Una luce nuova nel cuore.
Ci sono tradizioni che appartengono ai nostri sentimenti. Sono nel ritmo del respiro delle nostre anime. Sono le abitudini che ripetiamo nel ciclo annuale delle stagioni e che ci fanno arrivare a dicembre quando la fine di un anno che se ne va si accompagna alla novità dei regali che ci sorridono. Ma il regalo più atteso non giunge quasi mai. Non cambiamo dentro. Restiamo chi siamo stati.
Capita anche a te di sentire che un nuovo Natale è un’abitudine diversa dalle altre? Senti anche tu come me che non è questione di essere “più buoni” ma di “diventare se stessi”? Sì, finalmente l’uomo o la donna che vogliamo essere.
Non è tanto importate che tu sia religioso o meno, credente in qualcosa o in Qualcuno di cui senti la presenza nella tua vita. Conta poco, a me pare, un’etichetta di appartenenza. In questi giorni non si festeggia un bambino che nasce. Si celebra l’Umanità che si illumina.
Non è importante una data in sé. Conta ciò che rappresenta. In ogni caso, il 25 dicembre non è il compleanno di Gesù di Nazareth che è nato sempre e sempre vive. Il Natale è una festa di luce che travalica ogni religione. È la celebrazione che accoglie il solstizio d’inverno: esultano gli animi al giorno che vince la notte. La luce inizia la sua risalita e rende il buio meno lungo.
Chi credeva nel Cristo di Dio vide che il bambinello della mangiatoia di Betlemme era la luce del mondo, quella che eleva alla gioia della verità. Si celebrava il Parola fatta carne e il nuovo corso dell’Umanità: il 25 dicembre divenne la data della Festa della Luce. Che si rallegrino gli occhi con l’Albero o con il Presepe o con altri addobbi di fiori e frutti, questo giorno è come un canto. Sì, quello dell’Umanità che si apre alla luce. La luce degli astri. E quella negli occhi. E quella della mente e del cuore che accolgono la novità.
Quella luce che trasformò nell’intimo il Sig. Scrooge! In una notte. Notte di cambiamento. Intimo e profondo.
È toccante questo racconto di Charles Dickens! Se già non lo conosci, ti riporto qui rapidamente una sintesi di questo Canto di Natale che mi è piaciuta. Il protagonista è il Sig. Scrooge, un ricco e avaro finanziere di Londra, tirchio al punto da non spendere nulla nemmeno per sé. Egli rimprovera Dio stesso per aver creato il riposo domenicale che intralcia il commercio e il guadagno: per lui il Natale è una perdita di tempo.
…Quest’uomo è talmente infastidito dalle festività che costringe il suo umile impiegato, al quale dà uno stipendio da fame, a presentarsi al lavoro anche il giorno prima di Natale. Per strada risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri, incluso l’affettuoso nipote che invano lo prega di pranzare con la sua famiglia. Sembra proprio che l’unica compagnia che conti per Scrooge sia quella della sua cassaforte. E infatti per questo suo accanito interessamento ai soldi è una persona poco amata da tutti i cittadini.
Ma accade qualcosa di imprevisto. La sera della vigilia di Natale, mentre sta rincasando, gli sembra di intravedere specchiato nel battiporta del portone il volto del suo defunto socio in affari, Jacob Marley, morto sette anni prima. Una visione che lo turba profondamente.
Rinchiusosi nella sua vecchia casa, comincia a percepire dei rumori strani: ora quello di un carro funebre che si trascina invisibile sulle scale avvolte nel buio, ora un rumore di catene nella cantina, infine vede oscillare da sola una campanella collegata alla deserta camera antistante, trascinando tutte le altre della casa in un suono assordante e spaventoso.
A questo punto si apre una porta, e compare il fantasma di Marley! Una visione tremenda, tanto più terrificante in quanto, scoperte le bende per mostrare il volto, cade la mascella dal viso. Intorno alla vita, una catena forgiata di lucchetti, timbri, assegni, e tutto quel materiale che, secondo l’ammissione di Marley, lo ha distolto dal fare del bene agli altri accumulando denaro tutto per sé: il rimpianto per aver vissuto chiuso nel proprio egoismo lontano dalle persone che amava e che lo amavano costituisce la sua pena eterna, una dannazione che lo costringe a vagare per il mondo senza potere vedere la luce divina.
Il solo sollievo è ammonire Scrooge, perché la catena che si sta forgiando è ben più lunga e pesante della sua. Se andrà avanti così, anche lui subirà la stessa sorte: Marley gli annuncia allora la visita imminente di tre spiriti: uno che incarna i Natali passati, un altro quello presente e l’ultimo il Natale futuro.
1. Un fantasma circondato da una corona di luce che si sprigiona dal capo, facendolo assomigliare a una candela e con in mano un cappello in forma di spegnitoio, lo riporta indietro nel passato a rivisitare la propria infanzia dimenticata: in una scena è bambino sui banchi di scuola, mandato a studiare in collegio dal padre, che lo ha voluto allontanare dalla famiglia: era solo, triste, senza amici, studia in un’aula buia. In un’altra scena, qualche tempo più tardi arriva la sua sorellina, tornata per riportarlo a casa, dopo avere convinto il padre a riprenderlo in famiglia.
È un momento felice, un abbraccio tra i due, stretti da un affetto immenso, con il giovane Scrooge che salta di gioia: è il momento in cui le ruvide labbra del vecchio Scrooge abbozzano un sorriso. Qualche anno dopo è ammesso a fare l’apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Sig. Fezziwig.
Anche qui è Natale, ma Fezziwig fa chiudere l’ufficio prima del tempo e invita i ragazzi a seguirlo a casa sua dove fa una festa sontuosa: nelle piccole follie natalizie dell’allegra compagnia cadono le differenze di classe, si canta e gioca tutti quanti, bambini, giovani e anziani. Fezziwig e la moglie sono degli anfitrioni imbattibili, scherzano e fanno i pagliacci.
Durante il ballo Scrooge conosce Belle, quella che diventerà la sua ragazza. Le promette di sposarla: ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo e il suo cuore diventerà sempre più arido. Scrooge grida davanti alla visione di se stesso in preda all’egoismo, sa che sta commettendo l’errore fatale della sua vita e implora l’ombra del giovane Ebenezer di non lasciarla, di correrle dietro, ma invano: il suo alter ego non lo può udire.
Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. Molto più tardi, Scrooge assiste a una cena di Natale: riconosce la sua ex ragazza ormai sposata da anni, con tanti figli, povera ma felice. Fa un sarcastico commento su Scrooge al marito. È appena arrivata la notizia che Marley è abbandonato sul letto di morte, neanche il suo amico è lì per confortarlo. Preso dal rimorso, Scrooge schiaccia il copricapo sulla testa del fantasma fino a farlo scomparire: ma la luce chiusa nel cappello inonda tutto il pavimento come un diluvio terrorizzando il vecchio.
2. Il fantasma del Natale Attuale. Scrooge si trova improvvisamente nella sua camera da letto e dorme fino alla notte seguente.
Dopo essersi destato, incontra il secondo spirito, quello del Natale Presente, che appare come un uomo di dimensioni enormi. Questo spettro conduce Scrooge dalla famiglia del suo dipendente Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale: sono tutti felici anche il piccolo e storpio Tiny Tim sebbene vivano in condizioni misere.
Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale: un gruppo di minatori che intonano un canto di Natale attorno a un focolare, due guardiani di un faro che brindando e cantando sempre attorno a un fuoco si scambiano un Buon Natale e dei marinai su un bastimento in mezzo all’oceano che si scambiano gli auguri e che dedicano un pensiero ai loro cari. Scrooge è molto stupito da ciò che ha appena visto.
Infine Scrooge e lo spettro sono nella casa di Fred, nipote di Scrooge, che sta passando il Natale in allegria con i suoi amici. Fred deride suo zio perché egli insinua che il Natale sia una fesseria. Lo spettro a questo punto si congeda e Scrooge si ritrova ancora nella sua stanza da letto.
3. Il terzo spirito, quello del Natale Futuro, si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Invano Scrooge chiede che parli, la figura è silenziosa, e lo guida solo con un dito.
Siamo ancora a Londra, e Scrooge assiste a diverse scene il cui argomento è la morte di un vecchio tirchio, deriso da tutti. Due banchieri della city parlano del suo prossimo funerale: mentre uno afferma di andarvi per puro dovere, l’altro, schernendo la tirchieria del defunto, è interessato soltanto a rifarsi a sue spese con la cena gratis del funerale. Un povero padre che era debitore al vecchio non nasconde alla famiglia il sollievo per la sua morte perché a chiunque saranno trasferiti i debiti, il futuro creditore sarà sempre più buono di lui. In un negozio di rigattiere, i servi del defunto si dividono tutto quello che hanno potuto rubare in casa sua, incluse le tende del baldacchino che ne proteggevano il corpo e la camicia sottratta dal suo abito funebre: l’ammontare totale è venduto al rigattiere tra le risate di tutti.
Intanto un profondo dolore ha colpito la famiglia del suo dipendente Bob Cratchit: Tiny Tim è morto di stenti. È lutto profondo, dolore immenso.
Scrooge vorrebbe sapere chi è il vecchio tanto odiato da tutti, ma quando il fantasma lo porta davanti al capezzale non osa scoprire il lenzuolo che ne ricopre interamente la salma. Scrooge vede che la sua casa è stata venduta, e pure la sua ditta, vorrebbe entrare, ma il fantasma indica invece un’altra direzione: Scrooge entra nel cimitero, dove la mano dello spettro indica una lapide con scritto Ebenezer Scrooge. Il pentimento è completo, il messaggio è andato fino in fondo al cuore di Scrooge.
Ed ecco il cambiamento. Scrooge si ritrova nel suo letto e scopre che è mattina presto, il Natale ha fatto il suo ingresso, glielo conferma un ragazzo che passa sotto la sua finestra. Forte della lezione ricevuta manda il ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e trova la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Natale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita. Passava per le strade e gridava sorridente: “Buon Natale! Sono cambiato”! E ripeteva ad ognuno: “Sono cambiato! Buon Natale”.
La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo del suo dipendente Bob Cratchit che si presenta in ritardo e ancora ignaro del cambiamento del suo datore di lavoro, in un primo momento lo prende per pazzo ma Scrooge lo tratta da quel momento da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e le vacanze tanto meritate scusandosi con lui. Si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, che guarisce. Con i Cratchit si instaura un profondo legame di amicizia.
Da allora Scrooge diventa una persona molto amata, e trova finalmente la pace dell’anima...
Né tu, né io siamo probabilmente aridi come il Sig. Scrooge. Non ho la visita di fantasmi che mi inquietano, ma sono grato a tutto ciò che mi racconta che posso cambiare. Che posso cambiare ancora. Che posso cambiare sempre. E che tutto può accadere in una notte. Voglio sentire che il passato se ne va senza rimorsi e senza rimpianti, che il futuro non mi inquieta né mi spaventa.
Voglio che questo giorno di luce segni un nuovo passo nell’amore. Nell’Amore quello grande. Lo desidero per me e lo auguro di tutto cuore anche a te.
Buon Natale! Sono cambiato!
E che possiamo dire insieme con gioia: ci ha cambiato l’Amore!
Un abbraccio grande. Luminoso.
Mauro.
Santi e defunti: oltre la commemorazione, noi.
Santi e Defunti! A braccetto nell’inaugurazione di un nuovo mese. Nel paesaggio autunnale di pioggia e di foglie a terra l’ombra della tristezza sembra cadere su questo mese dei crisantemi. Malinconie e nostalgie con i loro frutti amari. Ce lo portiamo dietro da tempo questo retaggio di cupezza, come un mantello che avvolge, scuro e avaro di infelicità.
Come invece non notare che novembre è un mese di colori unici, di tonalità infinite di verde, di sfumature inimitabili di giallo? Per non dire del rosso delle viti. Ne guardavo estasiato un filare e mi domandavo perché un mese dovesse essere… triste. Gli uomini possono essere tristi, i mesi sono solo proiezioni dei sentimenti di chi li vive. Un retaggio, come tanti. Un torto da perdonare tra i tanti altri inflitti alla gioia di vivere.
Ma un mese che inizia con la solennità di Ognissanti e prosegue con la visita ai cimiteri porta il peso della commemorazione. E, come dice la parola, della preghiera, della memoria, del passato. Non so se questo comporti una crescita nella consapevolezza della nostra presenza nel mondo. Forse sì, ma di cosa ci porta a coscienza? Che siamo polvere e in polvere ritorneremo? Che siamo nati per soffrire? Che in questa valle di lacrime siamo di passaggio verso un eden di felicità futura? Non si dimentichi di aggiungere però che si tratta di una beatitudine raggiungibile solo con la condizionale.
Capisco la storia com’è andata , comprendo meno la sopravvivenza di tradizioni che non rendono allegri. Se il calendario liturgico avesse invitato a celebrare i Santi a maggio e a commemorare i defunti a fine luglio, novembre sarebbe stato probabilmente un mese radioso, tanto luminoso e festante che nessuna foglia a terra o nebbia invadente avrebbe finto di dettare legge agli umori degli umani.
Ma la regola degli occhi è nota e Anaïs Nin ce l’ha ricordata: “Non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo”.
E noi siamo spesso commemorativi! Per educazione sociale e religiosa, naturalmente. Famigliare, anche. Più inclini alla commemorazione di sventure che di giorni belli, ci attardiamo con pensiero ed emozione più su fatti lontani che su momenti di magia attuali. E anche quando un evento è stata una vittoria militare, si piangono perlopiù e commemorano i morti, i caduti di una guerra conosciuta ormai solo nei libri di storia. E la sagra della tristezza novembrina potrebbe continuare.
Sono molto ignorante per dire se la moda recente di Halloween porti luce alla nostra coscienza di uomini sul mistero di chi se n’è andato e della condizione dell’oltretomba. Se si esorcizzi la paura con zucche e lumini o se con un dolcetto e uno scherzetto si renda solo vivace la serata di bambini contenti di un abbigliamento stravagante, non so. Come tante altre cose del resto ignoro di questo nostro correre nei giorni.
Santi e Defunti! Qualcuno dice di aver conosciuto una lunga fila di questi ultimi. Nessuno invece dei primi. Si capisce: la morte è empirica, la santità è riconosciuta e proclamata con criterio diverso, religioso. Della morte viene rilasciato un regolare certificato. Per l’accertamento della santità ci vogliono decenni. E nell’élite di questi titolati si entra in pochi. Già molto arrivare ad essere un beato. Quando non è un privilegio immenso il solo fatto che la propria pratica sia presa in una qualche considerazione.
Io amo novembre. Amo la sua attualità. Lo amo come mese dalla gioia colorata ed essenziale. Di quella che emoziona senza rumore. Nella libertà di scegliere chi o cosa commemorare, ciascuno può fare dei mesi che passano il tempo della memoria o quello delle scelte. Tutti noi abbiamo volti che appartengono alla memoria. Abbiamo un passato. Nelle nostre città e nei nostri paesi ci sono i cimiteri. I cipressi. I cippi. Sono attualità anche ad aprile e a settembre. L’attualità della vita è però solo dentro di noi. Emerge serena quando non si guarda più indietro.
Novembre porta questo nome, perché un tempo era il nono mese del calendario romano. Novembre è nome che indica una semplice successione. Null’altro che l’orientamento neutro di questo gruppo di trenta giorni verso la fine di un anno. A scuola ci dicevano che era il mese in cui gli alberi si spogliano completamente delle loro chiome e si preparavano al riposo invernale. Lo respiravamo del resto che era il cuore dell’autunno. Sentivamo dire dagli adulti che le giornate erano corte. Piovose. Pare evidente che continui ad essere così anche in questi giorni. Come se avesse ragione chi riteneva che non ci sia mai niente di nuovo sotto il sole.
E invece, sì. Sotto il sole ci sono novità infinite. Anche quando ostinatamente ci aggrappiamo alla ripetizione di cliché e stereotipi dei nostri giorni andati, noi siamo novità perenne. E inarrestabile. Vorrei quasi dire che siamo novità nostro malgrado. Lo siamo quale scia creativa che ci avvolge nella magia di un Universo danzante sul tempo e sulle stagioni. Eternamente giovane. Mi piace riflettere sulla bellezza del mondo a novembre. Sulla nostra bellezza, a novembre.
Come tutto nella vita, è questione di scegliere a cosa credere. A novembre mi piace credere a una bellissima possibilità.
Quella di passeggiare per un cimitero in un mattino di sole e vedere solo armonia e unità. Parlare di memoria e ricordi sorridendo al giorno nuovo, salutandolo con l’amore nel cuore. E vedere ogni cosa parlarci di noi.
Parlarci della nostra santità.
Ora.
A prescindere.
Successo: una sinfonia in 10 verbi. 2°: Ascoltare.
Ascolta, amico mio! Ascolta, amica cara!
Ascolta quel che ti è successo. Quel che è successo proprio a te. E stupisci. Non smettere di meravigliarti per quanto ti è accaduto.
Ascolta dentro lo scorrere delle emozioni che vengono da lontano. Avanzano portandoti il sorriso. Immagina i loro passi sicuri come quelli degli araldi che ti portano un annuncio. E allora tendi bene l’orecchio per essere attento ad ogni parola, ad ogni suono. Nulla possa tu perderti della notizia festosa che giunge. Un gran giorno!
Ti viene comunicato l’evento. Viene proclamato quell’esito favorevole che ti riguarda più di ogni altro. Ecco, quasi con solennità, il momento. Trombe, silenzio, lettura: “Udite, Udite”.
Ascolta, dunque. Attentamente. Sta per esserti raccontata la storia del tuo successo. Una storia grandiosa. Quella del tuo nome.
Sì, perché l’evento è che il tuo nome è stato pronunciato. C’è sempre stato, naturalmente, ed era scritto nell’infinita lista di bellezze di cui è scrigno l’Universo. Ma quel nome, il Tuo, è stato pronunciato. Come il mio e quello di ogni altro è stato… detto. Chiamato. Tu sei per sempre.
Prenditi del tempo e ascolta quel che ti è successo. Sì, con portamento da signore, con sguardo fiero e sorridente, con cuore aperto e accogliente: ascolta il tuo successo.
1. Il tuo successo è che Tu sei qui. Sei qui presente, come raggio della Presenza eterna. E come lei eterno. Perché nulla può essere fatto a chi è attraversato dalla Vita. Il tuo nome, il tuo volto, i tuoi occhi sono il tuo successo. Il cuore che palpita, la mente che pensa, le mani che agiscono sono il tuo successo.
2. Il tuo successo è che Tu sei già completo. Non sei un prodotto che manca di qualcosa e niente devi mendicare nel mondo. Siamo parte del Tutto e il meraviglioso risultato del Pensiero felice.
3. Il tuo successo è che Tu sei amato. Sì, nientemeno che dall’Amore, prima di tutto. E da chi come te è parte della sinfonia dove tutto è Bene.
4. Il tuo successo è che Tu sei in espansione. Dinamica energia che si manifesta nella sue più belle espressioni. Sei qui per celebrare il tuo compimento, per riconoscere chi sei, per accogliere ogni abbraccio che l’Universo ti dona.
5. Il tuo successo è che Tu sei. Semplicemente.
Ascolta dunque il successo che sei e abbandona ogni affanno. Non è forse stato detto: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate forse voi più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?“.
Il nostro successo va solo creduto. Ecco quella che mi sembra oggi un’evidenza che illumina i miei occhi. Sì, mi sembra di capire che innanzitutto il successo va ascoltato. Ascoltato come un racconto, una storia. La storia di chi siamo. La storia della nostra dignità.
Di più direi. L’ascolto del nostro cuore ci rivelerà che siamo un leggenda. Di quelle che commuovono per la ricchezza di emozioni che comunicano. Per la gioia che procura viverla e sentirla.
E tutto arriva grazie all’ascolto interiore. Dove parla l’Universo sulla frequenza del Tutto. E grazie all’ascolto con i cinque sensi, per gioire con tutti gli altri nomi pronunciati. Con le loro storie di successo. Possiamo chiamarlo il reciproco ascolto, nel quale ogni nome risuona con la sua frequenza per unirsi nella musica cosmica che tutto eleva e avvolge.
Ascoltare. Grande qualità! E l’ascolto attento ti premia con la gioia della consapevolezza. Quella del tuo successo. Già successo, appunto.
E l’insegnamento dell’ascolto è in invito semplice ed essenziale a vivere fiduciosi il presente. Da persone che il Successo l’hanno già.
Come fu scritto, non affanniamoci dunque per il domani.
Namaste,
Mauro
Aiuto psicologico: dalla depressione alla fiducia.
Uno dei momenti in cui sentiamo di essere tutti apparentati sotto questo cielo nella stessa umanità è quando qualcuno ci chiede un aiuto. Un aiuto psicologico. Una telefonata, una lettera, una mail, una visita senza preavviso: qualcuno che ci cerca. Può essere un parente, un amico, un conoscente, qualcuno che conosciamo bene oppure solo occasionalmente. Puoi aver visto già il colore dei suoi occhi oppure conoscere solo il suo nome: non fa molta differenza. Qualcuno cerca te. Crede che tu possa fare qualcosa per lui. Che tu possa dagli un aiuto psicologico.
Soprattutto crede che tu possa fare qualcosa proprio quando il bisogno è più acuto. Quando il suo bisogno lo fa sentire in quella fragilità che tutti abbiamo sperimentato in momenti difficili della nostra vita. Anche noi abbiamo bussato alla porta di qualcuno per chiedere aiuto. Ricordiamo ancora con emozione l’accoglienza. È stato un giorno in cui ha vinto l’umanità.
La scorsa settimana ricevo una mail. A. è una signora iscritta come molti di voi al mio blog che non conosco personalmente, ma che già in precedenza mi aveva scritto con molta cortesia e calore alcune osservazioni ai miei articoli. Una persona con grande finezza d’animo. La mail è la seguente:
“Mauro, lo so che non ci conosciamo, ma tramite i tuoi messaggi mi sembri un caro amico. Sai non so con chi parlare ma mi sento disperata, non riesco a mettere in pratica niente di ciò che ho
imparato con la legge di attrazione, forse solo una cosa ad essere truffata e ritrovarmi solo con 5 euro di cui andare avanti fino al prossimo mese. Sono arrabbiata con dio con me, io sono una buona persona e anche la mia famiglia non è giusto che dobbiamo soffrire cosi…. Questa notte sono stata malissimo, ma ho sofferto nel silenzio pensando che prima o poi dio mi avrebbe aiutato, non voglio nulla da te solo un aiuto psicologico, ho paura ho tanta paura. Scusami……. un abbraccio. A”.
Parole come queste raggiungono il cuore e ti fanno sentire quanto sono spesso simili le esperienza di noi tutti. Subito mi sono ricordato dei miei momenti di tristezza e di paura. Più che mai capisco che sono molte di più le cose che ci uniscono rispetto a ciò che ci divide. Darci una mano l’un l’alto è il gesto dei compagni di viaggio sulla strada della vita. Di un aiuto psicologico abbiamo bisogno tutti.
“Ciao, A.
Grazie per la tua mail e per la condivisione dei tuoi sentimenti con me. Capisco bene il tuo stato d’animo, sai, perché anche a me sono capitate giornate e notti di inquietudine. Ho passato anch’io giorni e notti a domandarmi il perché di quel che mi accadeva. Credo siano tappe che appartengono alla crescita: basta ripetersi che poi passa. Io mi dicevo: Anche questo passerà. E così mi ritrovavo più sereno. E una volta allontanata la disperazione e la paura potevo cercare più serenamente le soluzioni. A volte le trovavo, a volte no. Ma qualcosa dentro di me era cambiato.
La tua situazione è quella di molti riguardo alla legge di attrazione e anch’io trovo ancora difficoltà a mantenere aperti i circuiti per realizzare appieno i miei desideri. Soprattutto quando si tratta di ottenere cose materiali, quali i soldi per esempio.
Il fatto è che i condizionamenti che abbiamo ricevuto fin dall’infanzia incidono tantissimo ed è l’inconscio che fa funzionare la legge. Il quale è come un bambino che ha bisogno di serenità.
Ora, disperazione, paura, rabbia sono esattamente il contrario di ciò di cui ha bisogno il nostro inconscio.
L’unica cosa che veramente serve per l’attivazione dei canali dell’attrazione è la fiducia. Fiducia che non ci potrà mai accadere nulla di brutto se crediamo che l’Universo (Dio) provvede per noi.
Cara A., resta serena e fiduciosa. Esamina quali sono le tue credenze su di te, sul quel che pensi di meritare, sui soldi e ti accorgerai che c’è qualcosa che blocca il flusso.
Se pensi che i soldi ti mancano… continueranno a mancarti. Comincia a pensare all’Abbondanza. E fai come se avessi tutto ciò che ti serve.
Io ho una mappa che guida le mie giornate e vedo che funziona sempre meglio. Vorrei baciare chi l’ha scritta, ma non ho rintracciato il suo autore.
Quel che è certo è che mi mette di animo fiducioso. Mi facilita l’essere contento. Dice così:
Lavora come se non ti occorresse il denaro
Ama come se non ti avessero mai fatto del male
Balla come se nessuno ti stesse guardando
Canta come se nessuno ti sentisse
Vivi come se il paradiso fosse in terra.
Un abbraccio. Di tutto cuore, Mauro“.
Nel momento di inviare ho affidato la mia mail all’Universo affinché facesse lui quel che le mie parole non sarebbero riuscite da sole a fare. Abbiamo davvero un grande alleato. Il giorno seguente, la risposta:
“Grazie grazie e ancora grazie avevo bisogno solo di sentirmi dire questo, e io ti auguro tutto il bene del mondo, mi rialzo sono caduta ma mi rialzo e quando sarò dritta in piedi guarderò le persone come te con la gratitudine di chi da comunque anche 5 minuti del proprio tempo per una parola di conforto, e chi mi ha fatto soffrire con il perdono di Dio, come lui lo ha concesso a me molte volte…. A.”.
Con il suo bisogno di aiuto psicologico, A. ha fatto crescere me in umanità. Io non so cosa ho fatto di speciale per lei, ma ora sta meglio. Il risultato vero però è che oggi siamo tutti e due grati e riconoscenti all’Universo provvidente che ci ha fatto capire che nessuno è mai solo. L’Universo trova sempre infatti qualcuno che ha 5 minuti per noi. Fidiamoci.
Namaste.
Vuoi provare una gioia permanente? Ammirati e sorprenditi.
Basta averla provata una volta. Una volta sola e quella non te la scordi più. Ti entra dentro e vibri come neanche pensavi possibile. È accaduto a tutti, certamente. Da sballo. Indimenticabile. Non c’è un uomo o una donna che non abbia conosciuto questa esperienza d’incanto.
Sto parlando della gioia. Della tua, della mia, di quella di ogni persona di questo mondo meraviglioso. Sto parlando dell’emozione per certi versi travolgente come una scarica elettrica. La potente energia del gaudio che ti sconquassa. La gioia può avere delle sfumature personali, ma nella sostanza è una sensazione uguale per tutti.
Sono persuaso che non esista nessuno che si consideri così sfortunato e depresso da non aver mai sentito, come dicevo, anche una volta soltanto l’abbraccio della gioia. E quando ti stringe senti la passione con cui ti comunica se stessa. Si dà tutta, come amante che vuole il tuo godimento. Perché vuole stare sempre con te. Come fosse il tuo destino.
E se tu glielo concederai, lo sarà.
La gioia è uno stato d’animo. O un movimento, se preferisci, secondo i punti di vista.
Ossia può essere tanto una condizione lunga, per qualcuno; un lampo più o meno rapido per altri.
Quel che è sicuro è che ti rallegra. Ti dà allegria dentro. Di più, arrivi persino a commuoverti per la gioia che provi. Quel che è curioso poi è che qualche volta non sai neanche la ragione di questo tuo stato di beatitudine. E dato che da millenni sappiamo che tutto ciò che accade ha una causa, anche quel momento di magia che stiamo provando una qualche ragione deve averla. Di sicuro. Ma precisamente cosa?
Qualche causa generale possiamo probabilmente individuarla:
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Un regalo inatteso. L’arrivo di qualcosa che desideravamo molto. Mi viene in mente, da ragazzo, il motorino. Ho ancora negli occhi quando mi è stato consegnato e l’ho subito impennato. Wow! La sento ancora adesso sulla pelle l’emozione gioiosa di quel pomeriggio.
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Una visita inaspettata. Di persona amata. Ti ricordi la sorpresa del tuo amore che ti aspetta fuori dalla porta? Tu lo pensi lontano. Sei ormai nella totale rassegnazione che passerai una serata triste. E invece il cuore che ti parte in tachicardia da infarto. Gli occhi sono lucidi. E gli ormoni?
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Il rovesciamento repentino di una situazione sfavorevole. In qualunque sport, o competizione, sei invaso dalla gioia quando succede che una sconfitta ormai certa della tua squadra, in pochi attimi si trasforma in una vittoria. È addirittura euforia: tanto più incontrollata quanto ormai insperata. E più era impegnativa la sfida, maggiore e più intensa è la gioia.
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Il raggiungimento di un risultato. Di qualunque tipo e a qualunque livello. In un esame, per esempio: la comunicazione dell’esito positivo ti scatena uno stato d’animo di gaudio indicibile, istantaneo e incontenibile. La gioia del successo! Dell’esserci riuscito.
Bastano questi fattori per avere un’idea di ciò che ci causa gioia. Dove l’elemento sorpresa è determinante. L’imprevedibile positivo entra nella nostra vita e l’accende portandola in una dimensione emozionale unica per la sua intensità e bellezza.
Nella logica del gioco. Sì, perché è possibile che gioia derivi proprio da gioco, ossia da tutto ciò che produce diletto, piacere, ebbrezza. Naturalmente, con estensione anche alla sensualità e alla passione, se si pensa al gioco amoroso.
Pensavo tra me che se la gioia è un’emozione che viene scatenata dalla sorpresa… essa è già dentro di noi. Per mantenerci in uno stato d’animo permanente gioioso, ci vorrebbe allora una sorpresa continua. Regali desiderati continui, visite gradite ripetute, cambiamenti mozza fiato senza fine, risultati impressionanti ininterrotti! Una prospettiva da accogliere a braccia aperte: di sicuro farebbe portenti e le nostre coronarie si troverebbero immerse in divina ebbrezza. Possibile? Giudica tu.
Personalmente ritengo che la sorpresa continua sia dentro di noi. Anzi, siamo noi. E la conclusione mi si offre semplice: se la gioia viene dalla sorpresa (positiva) allora essa diventa uno stato d’animo permanente in me quando vedo la meraviglia che sono. In fondo è tutto molto semplice: più mi conosco, più sono nella gioia.
E allora, brindisi alla Gioia.
Sì, vorrei che facessimo un brindisi alla gioia. E capisco bene chi ha voluto scrivere un’ode addirittura. Un inno, come quello alla fine della 9a sinfonia di Beethoven. Musica d’autore per parole da poeta. Esplosione di sentimento. Di impeto. Per la più intensa di tutte le umane emozioni. Ma di questo scriverò un’altra volta.
Ora alziamo i calici. La Gioia è dentro di noi. Ci abita.
Ha solo bisogno di sorpresa.
Le puoi trovare fuori, ma la più bella è dentro di te.
Sei tu.
Un abbraccio a te e alla meraviglia che sei.
Namaste
Mauro
Meraviglioso questo mondo? Non scherziamo. E’ molto di più?
I see trees of green, red roses too… Quando sento le prime note vado in estasi.
Sì, vedo alberi verdi e anche rose rosse: e le vedo fiorire per te e per me.
E come il grande Louis anch’io penso tra me… What a wonderful world!
Che mondo davvero meraviglioso questo che vedo attorno a me. Che mi scorre sopra, sotto, accanto. Che mi attraversa. Il cielo blu con o senza le sue nuvole bianche che giocano a rincorrersi mi parla di immenso e mi confida la sua serenità. Ho aperto gli occhi al risveglio e questo giorno benedetto mi ha accolto a nuovi attimi di eternità. E quando la sera le palpebre si chiudono, mi sento abbracciato dalla sacra notte che immortala i sorrisi nella quiete del riposo. Scorre questo mondo meraviglioso in ogni giorno nuovo, nella novità di ciò che è da sempre.
“Illusione – mi grida una voce! Cocente ingenuità da bambini. Mancanza di adulto realismo. O semplice stupidità”.
È la voce del mio passato, la riconosco. Ogni tanto torna a farsi sentire, soprattutto quando viene in qualche modo rianimata da un occasionale fotogramma televisivo. D’altro canto, il mondo dei telegiornali o delle cronache dei quotidiani non sembra piuttosto un letamaio? Una maleodorante discarica che raccoglie gli scarti e gli avanzi di un’umanità fatta di cattiveria, vanità e ipocrisia?
Tempo fa, quando ancora vivevo da disadattato nel passato, alzavo alto lo scudo della ragione e della religione e mi spiegavo le miserie umane con parole come fragilità, colpa, ignoranza.
Insomma, la mia idea era che il mondo nel quale vivevo era in sostanza una cosa buona, perché il Dio che lo aveva fatto voleva farne un paradiso. Qualcosa doveva essere andato storto nei piani perché qualcuno ci ha messo lo zampino. Intendiamoci però, malgrado l’inferno di Dante sia un capolavoro che amo molto, non ho mai creduto a satanasso e ai suoi amici, né alle grigliate di carne umana quale punizione.
Ritenevo semplicemente che il fatto di essere dotato di libero arbitrio, l’uomo (e anche la donna) possa decidere delle sue azioni, nel bene e nel male. E per quanto il bene alla fine ne sarebbe uscito vincitore, il male era una realtà evidente con cui convivere oggi.
Consideravo questa mia visione delle cose realistica: non spiegava tutto, ma quanto meno restava nel buon senso. In equilibrio, lontano da una parte dai pessimisti che vedevano solo male e dall’entusiasmo fumato dall’altra. Pur con il rispetto del sentire di tutti, la mia prospettiva salvava capra e cavoli. Buoni e cattivi stanno insieme come il grano e la zizzania fino alla mietitura. Poi quel che sarà, sarà. E il trionfo della giustizia premierà i buoni e punirà i cattivi. Quelli, tanti, di cui instancabilmente la televisione e i giornali mi raccontavano ogni giorno.
E subito di buon mattino, per aggiornarmi il prima possibile che anche in quel giorno qualche cattivo aveva già fatto delle balordaggini. E si pensava di darmi un servizio mentre si alimentava la mia rabbia, l’impotenza, la critica, il pessimismo. E ogni sera mettevo il giorno trascorso tra gli innumerevoli altri ad aumentare il volume della mia insoddisfazione.
Poi sono cresciuto. Ho imparato dal grande Lao Tze che “fa più rumore un solo albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Mi sono sentito più sereno. Da Nietzsche ho appreso che i giornali sono il “vomito mattutino”. Meglio allora una dieta diversa, con una colazione proteica immersa nella meditazione.
Ho spento la televisione. Mi si è acceso il cuore. Lui ha dato una luce nuova agli occhi. Loro hanno benedetto la Vita.
Allora ho cominciato a vedere e sentire la foresta che cresceva.
Dentro di me.
Da allora vedo che i colori dell’arcobaleno così belli nel cielo sono anche sui volti della gente che passa. Sono attento ai sorrisi che mi passano accanto: sono più di quanto avessi mai immaginato. Sono gli infiniti sguardi dell’unica Presenza. Quando vedo amici che si stringono la mano e domandano “come va?” sento in quelle parole le vibrazioni dell’amore che impasta i sentimenti che le genera. In realtà si stanno dicendo “ti voglio bene”.
Certo, sento anche i bambini piangere. Li guardo crescere.
Impareranno molto di più di quanto io potrò mai sapere. E allora penso tra me… che mondo meraviglioso!
Louis Armstrong è meraviglioso! La sue parole, la sua tromba. Un riflesso della melodia cosmica. Meravigliosi sono tutti gli uomini di ieri e di oggi. Di ogni latitudine. Si può sfottere sportivamente la tifoseria avversaria, ma non esistono i bastardi dentro. Tutti in questo mondo hanno un nome che declina bellezza.
E se qualcuno ha fatto o fa qualcosa che meraviglioso proprio non sembra, è perché nessuno forse gli detto mai quanto arcobaleno c’è nel suo cuore.
Io non sono così sapiente da essere certo che l’uomo per natura è buono e che è la società che lo corrompe. Ma questa visione mi piace: innalza l’uomo nella sua essenza. Libera da colpe,
peccati, punizioni. E risentimenti.
Il colpevole è la società? No. Non ci sono colpevoli. Ci sono solo smemorati. C’è talvolta il collettivo oblio della divinità dell’uomo. Della sua intangibilità. Della sua bellezza. Della sua appartenenza all’energia dell’Universo amico.
Ma non si tratta di salvare la società. Nessuna crociata. Solo infinita magnanimità verso tutti. E ripartire da se stessi. In fondo è il nostro sguardo che fa la differenza. Quello degli occhi. E quello del cuore.
Ha proprio ragione Anaïs Nin: “Noi non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo”.
Vado alla finestra, guardo il cielo amico. Sorrido in silenzio e penso tra me… Sì, è proprio un mondo meraviglioso.
Un abbraccio. Grande.
Piacere, sono l’Essenziale! Piacere mio. Piacere immenso.
Vedere con il cuore!
Non c’è dubbio che è una prospettiva originale. Di quelle toste.
Di quelle che ti sanno proporre solo uomini e donne di grande spiritualità. Che l’essenziale lo vedono.
E più ancora, aveva detto la volpe al piccolo principe: solo con il cuore si vede bene.
Non c’è che dire, la volpe ci ha fatto uscire dai soliti schemi. E lo fa con la delicatezza che appartiene
all’amore. Quella che fa sfarfallare gli occhi dalla gioia, per intenderci.
Se poi aggiungiamo che l’essenziale è invisibile agli occhi, abbiamo qui un principio che
svela un fenomeno che possiamo chiamare di raffinata saggezza . Di quella che ti sorprende perché desta la tua attenzione in modo forte e delicato. E la premia anche nel tempo.
Deteneva davvero un gran segreto la volpe di Saint-Exupéry. E il piccolo principe lo ripeté
per non scordarlo. Tenerlo a mente aiuta proprio a formarsi una nuova abitudine. Sì, ad avere
la meravigliosa abitudine a cercare in ogni cosa l’essenziale. Meravigliosa perché fa star bene.
Non so quali emozioni ha trasmesso a te, ma sono sicuro che sono state piacevoli: io ho sentito in queste parole l’energia luminosa e avvolgente dell’autenticità. In sintonia con la Vita. L’emozione bella di quando impari qualcosa di veramente straordinario sulla comunicazione.
Cinque parole ci forniscono un percorso: sono vere scuole che ti danno voglia di vivere.
1. VEDERE. Un verbo di azione. Poderosa e sottile azione carica di fuoco. Solo apparentemente passiva: vedere è un percepire carico di voglie.
In realtà è il movimento dell’anima attraversata dal desiderio. Dalla curiosità per le cose. Dall’interesse per la propria espansione. Vedere è quello che facciamo in ogni momento: immagazziniamo immagini su immagini con voracità quasi incontrollata, da mendicanti direi. Sì, è chiaro: noi siamo il nostro sguardo. Nel nostro sguardo c’è il mistero del Tutto. Con quello comunichiamo chi siamo.
Il resto è coreografia.
2. CUORE. Capisci anche tu che qui non si parla del muscolo dentro il petto che pompa sangue. No, La volpe sa che il cuore è il centro della vita affettiva e spirituale dell’uomo. Di più, lo dice. E lo indica come organo della vista! Straordinaria metafora che fa dei sentimenti il linguaggio che più di tutto nutre ed esprime l’anima. Siamo nel luogo dove ogni conoscenza è in amplesso con l’emozione.
Nel godimento della loro armoniosa unità. Che bello sentirsi nel Centro!
3. ESSENZIALE. Credo che in soldoni, si voglia dire la sostanza. Cio che è e basta. Potremmo dire che l’essenziale è l’oggetto della comunicazione, cioè il succo di quel che si trasmette. O si è disposti a ricevere. E mentre parola e ascolto si avvicinano, il cammino verso l’unità sembra condurre giù. Giù, nel senso di dentro. Sempre più verso il Centro, al luogo e al momento in cui ogni parola si fonde nel silenzio.
L’essenziale è ciò che non si può esprimere con le parole. Perché è la Parola per eccellenza: Vita
L’Essenziale è l’Unità invisibile. Di te con me e di noi con tutti.
E di tutti con il Tutto. L’avvolgente mistero della Vita.
4. INVISIBILE. Mi viene istintivo domandarmi: “Ma dove lo trovo l’essenziale? Dova abita? Lo devo cercare?. All’inizio ho pensato che fosse la conquista di una ricerca. Anzi, il premio meritato dopo l’avventura nel mondo delle cose. Un risultato insomma, frutto di fatica e sudore. Mi ero sbagliato. La forza e la bellezza di questo segreto sono nella sua semplicità. Niente di enigmatico: tutto è così semplice, evidente. L’essenziale invisibile ti viene incontro. Lui, di persona. Come se ti venisse davanti e ti dicesse: “Piacere, sono l’Essenziale”.
Lui è la Vita Una che sempre è davanti e dentro di te. La vede bene però solo il cuore. Perché serve la stessa frequenza, quella dell’amore.
5. OCCHI. Nessun torto viene fatto loro. Sono sempre lo specchio dell’anima. Sono le splendide porte che accolgono le meraviglie. Quando si dice che non si vede bene che con il cuore, non significa che con gli occhi si vede male. Con gli occhi si vedono benissimo… le parti. Con il cuore si vede il Tutto. Si vede l’Essenziale. Si vede l’Uni-verso. Essi sanno di essere organi del visibile e al contempo la porta verso l’interiorità più spirituale. Hanno grande fiducia nel cuore. Si inchinano a lui.
Tutto è pronto per l’accoglienza. Il cuore è aperto.
L’Essenziale è già qui.
Piacere!
Namaste.
Ti svelo un segreto.
Mi piacciono i segreti. Mi piace quando me li svelano.
Ti è mai capitato di rimanere sopreso da qualcuno che ti dice di avere un segreto da svelarti?
Proprio a te, magari. Eccitante! Sento attraversarmi un senso di euforia. Sai quando avverti
crescere la curiosità di sapere qualcosa di nuovo? E’ una sensazione bella, vero?
E nel momento che ne ho poi appreso uno che mi ha entusiasmato, sento quanto è emozionante
condividerlo. Non si è mai veramente felici se non quando alla tua gioia inviti qualcuno. Ed essa si moltiplica, si espande, contagia. E tu ti senti spinto dall’amore che provi per gli altri a comunicare quel segreto che cambierà qualcosa nella loro percezione del mondo. Come è cambiata la tua. Come sei cambiato tu.
Cos’è un segreto? Qualcosa di tenuto appartato, separato. Qualcosa di diverso insomma, da
non confondere con ciò che è ordinario. Sì, è così. Il segreto è un argomento di natura
riservata, all’inizio conosciuto solo da qualcuno. E magari rigorosamente precluso ad altri. Per ragioni varie, non sempre nobili. Ci sono segreti di stato, segreti militari, segreti di Fatima e anche i segreti di Pulcinella. E poi ci sono anche agenti segreti, documenti top segret, amori segreti. Le segrete invece non sono le donne riservate bensì le prigioni sotterranee.
Per me il segreto è una verità che qualcuno che mi vuol bene mi confida affinché io possa
crescere. Una verità che mi fa passare subito al mio livello superiore di consapevolezza. E poi a quello Superiore, alto alto, dove la conoscoscenza di se stessi e della propria natura spirituale fa entrare nell’Olimpo degli dei.
Spesso i segreti si confidano prima di separasi. Prima di dirsi addio. Un ultimo regalo
all’amato, bello come un bacio, affinché anche lontani viva la stessa gioia di essersi
incontrati. Il segreto comunicato è un cammino nuovo che si apre. La comprensione della Vita
non sarà più la stessa. Il sole sarà più caldo. Il cielo più luminoso. Il sorriso
come un silenzioso accogliente abbraccio.
“Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo”.
Ho ringraziato tante volte la volpe di Antoine de Saint-Exupéry per quel suo commovente addio
al piccolo principe. Quel segreto mi ha reso felice. Anche adesso.
In questo segreto ho trovato ciò che me lo ha reso compagno fedele. Perché ha esteso e potenziato tre campi in cui la vita si dispiega.
1. Quello della conoscenza. Ho appreso una verità. Grande e spirituale. Adesso so che il cuore è un organo della vista.
Vede bene perché vede oltre. Ora benedico i miei occhi consapevole che essi non vedono tutto.
2. Quello dell’emozione. Mi sono arricchito del segreto che mi fa sentire parte dell’invisibile. Il cuore si addestra a vibrare con l’essenziale. Una bella abitudine! Si sta bene. Ci si sente a casa.
3. Quello dell’azione. A vedere con il cuore si impara ogni giorno. Scegliendolo come atteggiamento nelle relazioni con le persone che si incontrano. Esercitandosi a scorgere l’invisibile nel loro sguardo. A percepire che l’essenziale che è in loro è lo stesso che dimora in noi. L’Amore.
Svelalo anche tu a qualcuno questo segreto. Farà bene a te. Vi sentirete a Casa in due.
Un abbraccio.
Mauro
Conosci te stesso! Ed è tutto.
Ti conosci, Mauro? Quanto? Sai chi sei veramente?
Conosci te stesso: me lo sono detto e ripetuto. Me lo sono scritto. Ne farò un testo per una canzone. Troppo grande e profondo il fascino della conoscenza di sé.
E tu ti conosci? Sai chi sei… realmente?
Conosci te stesso, in realtà non è una domanda bensì un invito. Meglio, un’esortazione chiara e precisa a volgere lo sguardo dentro di sé. Ad entrare nel mondo interiore, in quel meraviglioso universo dove tutto semplicemente è. Dove tu senti che sei tu e benedici il giorno in cui hai pianto emozioni per la gioia di essere qui!
Testo d’autore, sia ben chiaro. Forse di Socrate stesso, in ogni caso di uno che in fatto di crescita personale la sapeva lunga. E la sapeva giusta. Sapeva di sicuro l’essenziale. Sapeva il tasto giusto da toccare per dare avvio alla musica del proprio innalzamento!
Ricco di traboccante potenza, questo motto campeggiava all’ingresso di un tempio. Non un luogo qualunque: niente meno che il santuario di Delfi, in Grecia. Era considerato l’ombelico del mondo, sede dell’oracolo di Apollo, colui che fa da tramite tra il cielo e la terra, tra Zeus onnipotente e gli uomini. Lì si leggeva: Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’Universo e gli Dei.
Frase semplice, potenza cosmica. Di affascinante e travolgente bellezza! Quella che c’è in ciascuno di noi. Degli uomini di ieri e di quelli di oggi. Di sempre. Perché la conoscenza è il desiderio di espandersi nell’appagamento felice dell’armonia. Nella totale armonia con se stessi: quando con lacrime di gioia senti di essere il conoscente e il conosciuto. E la conoscenza stessa!
Tutto questo non ha né tempo né età. Ogni momento è sempre quello giusto. Adesso, proprio ora risuona l’appello millenario: Conosci te stesso! Lo senti dentro di te il tuo desiderio di conoscenza? Certamente! E allora lascialo esplodere affinché il tuo cuore e la tua mente possano dissetarsi a sazietà. Lascialo andare al suo corso benedetto. Non resistergli più: è un amico.
Nota il rapporto causa-effetto: conoscendo te stesso, conoscerai l’Universo e gli Dei! E sai perché? Perché sono la stessa cosa! Tu, Io, l’Universo, gli Dei siamo la stessa identica cosa. Siamo il Tutto. Siamo ciò che È.
Parola dell’Oracolo di Delfi! Parola carica di sapienza. Parola emozionante!
Il percorso è quindi obbligato: da Te all’Universo e agli Dei e non viceversa. Ma a ben vedere non si tratta di un itinerario, ma di simultaneità. Perché? Perché Tu sei l’Universo! Tu sei gli Dei! In questa luminosa danza della conoscenza è tutto concentrico, tutto come un’onda che si propaga dalla conoscenza di te stesso.
E allora conosciti! È facile come neppure immagini. Io ti conosco già. Non vedo il tuo viso, i tuoi occhi, non sento la tua voce. Non so la tua età, se sei uomo o donna e neppure dove vivi. Niente so del tuo carattere, della tua salute, del momento che stai vivendo, delle preoccupazioni che ti assillano. Ma ti conosco. So di te la sola cosa che veramente conta.
Tu sei amore. Purissimo amore!
Ascolta, tendi l’orecchio della tua attenzione interiore. Per un attimo solo. Lo senti l’Universo che canta dentro di te? Li senti gli Dei che danzano festosi per celebrare la tua grandezza? Perché tutto questo per te? Proprio per te?
Perché sei amore. Purissimo amore!
Namaste.
Mauro

